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Calcio e donne, Michela Bazzano della Priamar affronta il tema nella tesi: “Stereotipi di genere nello sport. Il calcio come gioco da maschi”

Nonostante i piccoli passi avanti portati dall'esposizione mediatica dei Mondiali del 2019 e l'allestimento di squadre femminili da parte di società come la Juventus la strada per sconfiggere il pregiudizio è ancora lunga

Savona. Non ci si rende davvero conto di quanto possa fare male un pregiudizio fino a quando non se ne diventa vittima. E il pregiudizio è l’anticamera della violenza, fisica ma anche morale. La seconda si verifica ogni qualvolta si viene privati di ciò che ci fa star bene solo perché qualcun altro reputa che non sia così che debba andare il mondo. La scelta dello sport dovrebbe essere scevra da qualsiasi logica che non sia quella della salute e del divertimento, ma è indubbio che per una ragazza che decide di giocare a calcio vi sia la difficoltà di dover abbattere una barriera culturale che resiste ancora.

Michela Bazzano (terza in alto a partire da sinistra) milita da ormai qualche anno nella formazione femminile di calcio a 5 della Priamar Liguria e ha affrontato il tema della relazione tra il calcio e l’universo femminile nella sua tesi di laurea in Scienze Pedagogiche e dell’Educazione, conseguita presso l’Università degli studi di Genova. Il titolo dell’elaborato: “Stereotipi di genere nello sport. Il calcio come gioco da maschi”.

“Fin dai tempi dell’asilo ho avuto la passione per il calcio grazie a mio padre e a mio fratello. Seguendo alcuni compagni di scuola ho iniziato a giocare nello Speranza”, racconta Bazzano, che si è però presto trovata di fronte ai problemi tipici delle ragazze che desiderano giocare a calcio. “Giunto un momento nel quale per ragioni di spazi – non vi erano spogliatoi a sufficienza – e per motivi legati alla crescita era giusto che trovassi una squadra femminile, mi resi conto che non vi erano sbocchi, se non una formazione nella quale tuttavia militavano solo ragazze più grandi di me“. Quindi, il passaggio al mondo della pallavolo frequentato per una decina di anni fino a quando l’incontro con la Priamar Liguria non ha fatto tornare Bazzano alla passione sopita, perlomeno nella pratica.

Discriminazione, violenze e stereotipi di genere nel mondo del lavoro e non solo sono stati temi che hanno catturato l’interesse della studentessa savonese. “Il collegamento con il mondo dello sport è nato naturale – spiega – perché in Italia è ancora forte la cultura secondo cui il calcio debba essere appannaggio esclusivo del genere maschile e ciò impedisce a molte ragazze di avvicinarsi a questo sport”. La tesi parte da un’analisi della sociologia dello sport per poi passare allo studio di come i bambini acquisiscono il loro ruolo di genere e agli stereotipi di genere nello sport, dove si evidenzia come spesso il corpo dell’uomo sia fatto credere più adatto alla pratica sportiva. Oltre a questo, un focus sul sessismo presente nel linguaggio del calcio. A questo proposito gli esempi vengono in mente con facilità disarmante, basti pensare all’abusato “non siamo mica delle signorine”, sicuramente pronunciato senza malizia ma sintomatico di una mentalità insita nel mondo del pallone. Infine, spazio ai Mondiali di calcio femminile che si sono disputati nel 2019. Un evento che ha contribuito a cambiare la percezione del football nello Stivale. “L’anno dopo molte bambine si sono iscritte alle scuole calcio, quindi questa competizione ha rappresentato un punto di svolta. Forse – aggiunge con una nota amara – perché l’anno prima gli uomini non si son qualificati”.

Questo un estratto della tesi di laurea, che rappresenta uno spunto per una riflessione che merita di essere fatta: “Si dice che le donne (in riferimento al mondo del calcio ndr) non capiscono le regole, che non sono fisicamente adatte e si fanno battute poco carine e poco opportune sull’orientamento sessuale delle ragazze che decidono di indossare gli scarpini. Stereotipi infondati creati dal dominio maschile che, impaurito dall’invasione di campo delle donne anche in questo ambito storicamente maschile, cerca di difendersi”.

“Vi sono molte bambine e ragazze – prosegue – che, come me, amano praticare questo sport, che si allenano duramente sotto la pioggia, con il freddo invernale e con il sole cocente estivo. Ve ne sono altrettante che hanno dovuto rinunciare alla loro passione perché i genitori disapprovavano, perché sono state educate ad essere ‘donne’ e, quindi, a non tentare nemmeno di cimentarsi in un gioco irruento e fisico perché non hanno trovato squadre femminili e neanche maschili da bambine che abbiano dato loro la possibilità di dar sfogo alla loro passione. Bisogna lottare perché ciascuno possa raggiungere i propri sogni e scegliere della propria vita, garantendo a ciascuno di essere se stesso, indipendentemente dai condizionamenti e dagli stereotipi”.

 

 

 

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