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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Sul concetto di perdono

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Le più difficili da perdonare sono le persone alle quali si è fatto del male”. Ho l’onore della frequentazione di Gershom Freeman oramai da diversi anni e, di conseguenza, mi è ben noto il suo amore per il paradosso, ma quella sera davvero la sua affermazione mi parve assolutamente insostenibile. Ne nacque una conversazione che provo a sintetizzare e che, una volta tanto, non ci vide concordi ma, di questo sono certo, ci “perdonammo” reciprocamente il nostro dissenso. Ironia ed autoironia a parte l’affermazione di Gershom va esplicitata anche per essere meglio contestata e mi ci proverò senza tendere a far pesare maggiormente la mia opinione sul piatto della bilancia della conversazione. Bene, cosa può mai significare dover o poter perdonare persone alle quali io ho fatto del male? L’idea stessa di perdono, normalmente, presuppone che devo essere io quello che ha subito il torto. L’inconsueta affermazione del mio caro amico si chiarisce nel momento in cui il senso di colpa di chi ha fatto del male viene stuzzicato dall’esistenza di chi il torto lo ha subito per cui perdonare la causa del proprio dolore significa, di fatto, riuscire a perdonare se stessi. Concetto che avevo già trovato, in altra forma, nelle parole di Rousseau che sosteneva fosse più probabile che l’offeso perdonasse piuttosto che l’offensore.

Ma se è questo il senso allora il perdono diventa un atto d’amore verso se stessi e di poco rispetto verso chi si è danneggiato. Addirittura penso sia più facile perdonare chi si disprezzi di chi si stimi proprio perché il danno causato da una persona che non si apprezza sarà di poco conto e facile da rimuovere, la delusione provocata in noi da chi si ama e si ammira diviene una ferita terribile. Ricordo una citazione di Gershom, nel corso della conversazione, la ricordo soprattutto perché riferita ad un teologo, credo americano, che non conoscevo e del quale ancora oggi non ho letto nulla, ma la trovai interessante ed anche poetica. Si tratta di un certo Lewis Benedictus Smedes che affermava: “Perdonare significa aprire la porta per liberare qualcuno e realizzare che eri tu il prigioniero”. Credo che l’idea di Gershom fosse che chi ha subito un torto da te in qualche modo ti condanna all’autopunizione e, solo perdonandolo, ti consente di tornare ad essere libero ma continuai e continuo a rimanere perplesso. Mi è capitato di subire dei torti e mi è stato molto difficile perdonare, perdonare davvero, che vuol dire dimenticare, già, perché se perdoni ma conservi in una piega della memoria il torto subito il perdono è solo maquillage. Lo so che l’accidioso Schopenhauer non sarebbe d’accordo, affermava che perdonare e dimenticare è rinunciare alla consapevolezza di un’esperienza; possiamo allora affermare che è opportuno sotterrare l’ascia di guerra almeno così profonda che l’andarla a disseppellire ci comporti una fatica assolutamente disincentivante.

Inevitabilmente ognuno di noi parte dalla propria esperienza per organizzare le proprie categorie valoriali tra le quali un posto significativo spetta proprio al concetto di perdono, io credo che, come tutti, ho subito dei torti ed altre volte ne sono stato responsabile, ma so anche che nel primo caso ho fatto un grande lavoro su di me per perdonare e nel secondo sono certo di non averli mai fatti deliberatamente. Certo, il danno causato non cambia: rammento quando da bambino giocando feci male ad un amico involontariamente, il malcapitato piangeva disperato ed io continuavo a ripetergli che no lo avevo fatto apposta fino a che spazientito gridò: “Ho capito, ma fa male lo stesso”. Aveva assolutamente ragione, smisi di scusarmi e andai a prendere dell’acqua fredda per alleviare il suo dolore, in realtà feci maggior danno ai suoi abiti ma probabilmente fu allora che compresi che è un gesto d’altruismo cercare di rimediare al danno provocato e solo egoismo esigere il perdono. Quando riportai l’episodio a Gershom, nel corso della conversazione oggetto dell’attuale incontro, ancora una volta lo osservò da un diverso punto di vista. “Il tuo amichetto di allora – mi chiese – ti fu grato dell’aiuto e rimosse il rancore? Come mai ricordi ancora così nitidamente l’episodio affondato nella notte medioevale della tua infanzia?”. A parte l’iperbole sull’età visto che siamo più o meno coetanei, l’interrogativo era: ti sei perdonato? O ancora: lo hai perdonato di averti fatto sentire in colpa? E se lui non lo ha fatto devi perdonarlo ugualmente?

Adesso che riporto quel dialogo mi sembra tutto ancora più irrisolto, sono certo che sia tanto difficile quanto necessario perdonare, per dirla con le parole di Confucio: “Colui che non riesce a perdonare gli altri rompe il ponte su cui lui stesso deve passare”, vero, ma se chi deve perdonare è l’amichetto che continuerà a portarti rancore senza accettare le tue scuse per un danno infertogli involontariamente chi è l’offeso e chi l’offensore? E se non capisce l’involontarietà della tua violenza è giusto che la sua incapacità divenga dolore in te che la subisci? Allora che dovresti fare, perdonargli una colpa della quale nemmeno è consapevole? Perdonarlo per il male che continua a procurarti quando, non avendone coscienza, non ha interesse al tuo perdono? Ebbene, in quest’ottica la provocazione di Gershom diviene più chiara: la difficoltà consiste nel perdonare la persona alla quale hai fatto del male e per la quale avresti fatto di tutto per alleviare il dolore e che, a causa della sua incapacità sia al perdono che alla comprensione, sottolineo che le due cose sono sempre connesse, continua a procurarti sofferenza? Certo, in quel caso devi essere tanto abile da perdonare così che finalmente sia tu a non soffrire della tua colpa involontaria e della sua ottusità inconsapevole.

Stavo leggendo, tempo fa, un articolo nel quale si sosteneva che gli uomini perdonano più raramente e sono più vendicativi delle donne, non ne sono così sicuro ma non sostengo nemmeno la tesi opposta, fatico a connettere la genitalità con l’etica individuale, mi sembra possibile una simile distinzione solo in un’ottica antropologica. Le donne … sarebbe più illuminante il termine “il femminile”, spero sia chiaro che non è la stessa cosa, ha subito la prevaricazione e la violenza del maschile affinando la sopportazione ma anche l’arte del perdono proprio nella consapevolezza della propria superiorità. È importante chiarire che il femminile non è tutte le donne ma solo quelle che hanno conservato la magia del femminile, magia che può albergare anche nell’uomo. Provo ad essere ancora più inequivocabile: il femminile è l’intelligenza della comprensione, del saper vedere con lo sguardo dell’altro, il non giudicare e, di conseguenza, il perdonare. Il maschile, non ribadisco il concetto oramai palese, afferma la propria ottusa limitatezza nel rancore e nel reputarsi depositario di grandi certezze morali. Non so, infine, quale delle due visioni, mia e di Gershom intendo, sia quella più prossima alla “verità”, ma sono certo che entrambe siano caratterizzate da una profonda componente femminile e se qualche “maschietto” si sente tanto macho a non perdonare e portare rancore gli ricordo le parole di Nelson Mandela: Il risentimento è come bere veleno e sperare che uccida i tuoi nemici.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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