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Nuovo piano pandemico: “In caso di crisi scegliere chi curare”. De Franceschi: “Prima di tutto la vita del paziente”

Ritorna il dibattito sul dilemma etico dei medici

Liguria. Diventa terreno di scontro politico l’approvazione del nuovo Piano pandemico 2021-2023. Dopo le polemiche sul mancato rinnovo del documento, fermo al 2006, compare nel testo una frase che sta facendo discutere il mondo politico e gli operatori sanitari sulle scelte etiche che dovrebbero compiere i medici durante la pandemia.

Nella bozza in fase di approvazione, infatti, si legge: “Quando la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori possibilità di trarne beneficio”.

Se da un lato il mondo politico, favorevole all’utilizzo dei soldi del Mes, utilizza il contenuto per riproporre la battaglia sul fondo salva-Stati e i 37 miliardi, dall’altro questa frase interroga gli addetti ai lavori della sanità su cosa significhi per un rianimatore dover scegliere chi curare, in caso di risorse insufficienti, dovendo dare la precedenza ai pazienti che si presume traggano maggiori benefici dalla terapie. Scegliere chi va in rianimazione o no, anche  in base alla disponibilità dei mezzi economici, mette il medico davanti a un bivio difficile anche dal punto di vista etico.

L’argomento non è una novità, già nei mesi scorsi aveva suscitato polemiche, ma ora è stato messo nero su bianco nella bozza del ministero della Salute in attesa della valutazione delle regioni. A novembre ne avevamo parlato in un’intervista esclusiva Ivg.it con il prof. Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Liguria. Il virologo aveva dichiarato: “Non mi è mai capitato di dover scegliere chi curare per primo. Non ho mai avuto, neppure per un attimo, il problema di dire chi salvare o chi non salvare, perché in Liguria abbiamo sempre avuto posti letto per tutti”.

E se l’emergenza dovesse costringere ad una scelta? “Quando noi giuriamo davanti a Ippocrate giuriamo anche di non fare queste cose. Poi c’è l’accanimento terapeutico: è evidente che a un novantenne un tubo in gola non glielo metto, altrimenti muore dopo un’ ora. Fa parte di quello che è il nostro essere medici, alcune cose si fanno su alcuni pazienti, altre non si fanno su altri. Ma non è che non si fanno perché non c’è il posto per il malato” aveva concluso Bassetti.

Abbiamo sentito il dottor Teresiano De Franceschi, direttore struttura complessa di medicina interna e area Covid dell’ospedale Santa Maria Misericordia di Albenga, che così entra nel merito: “Premesso che il piano pandemico mi è arrivato da poco, ho comunque letto la frase a cui vi riferite. Ad Albenga a me non è mai capitato di dover scegliere chi salvare e chi no e francamente mi sembra una questione teorica di cui avevo letto nei mesi scorsi che riguardava alcuni ospedali milanesi. A noi non è mai successo nulla di simile, finora abbiamo sempre avuto le risorse e non ci siamo mai trovati davanti a questa scelta. Diverso può essere il discorso clinico, un argomento più delicato e complicato che riguarda se ci siano delle situazioni in cui sia più appropriato o meno fare dei trattamenti. Comunque è una scelta che non farei mai dal punto di vista delle risorse”.

“Altra cosa è l’accanimento terapeutico, il momento in cui non faccio dei trattamenti è perché ritengo non portino giovamento reale per la vita del malato e per la qualità di vita del paziente. In questi casi lo scrivo e lo dichiaro in cartella clinica, scrivendo che in quel momento quel trattamento non è appropriato, in quanto non porterebbe un effettivo giovamento al paziente. lo decido sempre in base alla clinica, mai in base alle risorse, e sulla clinica ho le mie opinioni di clinico che vanno caso per caso e da malato a malato. Non c’è nessuno che mi dica cosa devo fare, esistono età biologiche, condizioni generali e va fatta solo questa valutazione: prima la vita del paziente e tutte le decisioni prese da me o dai miei collaboratori sono decisioni basate solo su presupposti clinici”, conclude De Franceschi.

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