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Ministri di Italia Viva si dimettono: è crisi di governo. E ora?

Dal "Conte ter" al governo di unità nazionale fino all'ultima spiaggia delle elezioni: tutti i possibili scenari per le prossime settimane

Roma. Ieri pomeriggio, Matteo Renzi ha annunciato, in una conferenza stampa alla Camera, le dimissioni delle ministre Bonetti e Bellanova e ha aperto ufficialmente la crisi di governo. Il premier Giuseppe Conte non ha più una maggioranza parlamentare (al Senato Italia Viva ha 18 senatori), ma per ora non ha intenzione di salire al Quirinale per rimettere l’incarico nelle mani di Mattarella. Anche perché prima ci sono due impegni da rispettare: l’approvazione del nuovo Dpcm e dello scostamento di bilancio.

Durante il consiglio dei ministri riunito in serata per approvare la proroga dello stato d’emergenza, è un susseguirsi di tweet: “Avanti con Conte”. Sì, ma come? Una ricomposizione con Italia Viva appare ormai al limite dell’impossibile, dopo le parole di Renzi che ha evocato un “vulnus democratico” anche se non ha posto veti in senso assoluto. E la replica di Conte davanti ai suoi è stata durissima: “Italia viva si è assunta la grave responsabilità di aprire una crisi di governo. Ho fatto di tutto per evitare questo gravissimo danno al Paese, in piena pandemia”. E dire che il presidente, di ritorno dal Quirinale nel pomeriggio, aveva teso la mano proponendo un “patto di legislatura”.

È dunque probabile che Conte si presenti la prossima settimana in Senato per chiedere la fiducia e togliersi ogni responsabilità della crisi. Una “sfida” a riflettori accesi contro quello che ormai è considerato un traditore dai più vicini al premier, quel Matteo Renzi che si è detto pronto anche a passare all’opposizione. L’altra possibilità invece è che il premier, una volta terminati gli adempimenti di governo, vada a rassegnare le proprie dimissioni al Quirinale, evitando, come si suol dire, di parlamentarizzare la crisi.

Nel frattempo si spera di trovare un gruppo di cosiddetti “responsabili”, almeno 14 senatori del gruppo misto, pronti a votare ciò che a quel punto si chiamerebbe “Conte ter” – anche se tecnicamente non ci sarebbe soluzione di continuità, in caso di mancate dimissioni – cioè un governo Pd-M5s-Leu senza Italia Viva e con alcuni elementi esterni. Qualcosa che avrebbe un’aria molto instabile e che infatti non piace ad alcuni esponenti di spicco del Pd, tra cui il ligure Andrea Orlando, vice di Zingaretti. Che in serata ha twittato: “Un grave errore fatto da pochi che pagheremo tutti”.

Del resto non è detto che si vada avanti con Conte, come vorrebbero comprensibilmente i suoi ministri. Se, infatti, i “responsabili” trovati dai manovratori di palazzo Madama non fossero sufficienti a salvare l’avvocato pugliese, bisognerebbe ragionare per forza di un esecutivo più ampio. E a quel punto potrebbe entrare in gioco l’ipotesi del “governo di unità nazionale” chiamata in causa più volte dal presidente ligure Giovanni Toti, ma anche da Beppe Grillo attraverso le parole del deputato Marco Trizzino. E lasciata in sospeso dallo stesso Renzi, che ha detto: “Siamo pronti a parlare di tutto con tutti senza ideologie, ma non faremo ribaltoni con forze antieuropeiste”.

A quel punto le domande fondamentali sarebbero due: chi farebbe parte della nuova maggioranza e quale sarebbe il nuovo premier. L’unica forza che certamente rimarrà all’opposizione è Fratelli d’Italia, che vuole le elezioni a tutti i costi. La Lega di Salvini potrebbe invece astenersi. Più incerto il comportamento di Forza Italia, che tutto sommato resta la compagine di centrodestra più “vicina” all’attuale maggioranza: non è un mistero che Renato Brunetta da giorni sia coinvolto in trattative per tenere a galla il governo. Molti consensi si potrebbero raccogliere al centro, mentre Italia Viva verosimilmente rimarrebbe fuori per scelta. Il Pd non sembra intenzionato a fare questioni di principio, quindi ci sarebbe. E poi c’è il Movimento 5 Stelle, che nonostante l’appello del padre fondatore per un “patto tra tutti i partiti” rischia seriamente una scissione che sarebbe devastante alla vigilia delle elezioni.

La rosa dei nomi per la premiership comprende Mario Draghi, ex presidente della Bce e considerato da mesi una concreta alternativa a Conte; Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale, che sarebbe la prima donna al vertice di palazzo Chigi; Dario Franceschini, “moderato” del Pd immerso negli estremi tentativi di mediazione con Italia Viva; e persino Luigi Di Maio, attuale ministro degli Esteri, avverso però a una buona parte del Movimento 5 Stelle. In ogni caso l’idea sarebbe quella di traghettare il Paese sino a fine luglio, quando scatta il “semestre bianco“, cioè gli ultimi mesi del mandato di Mattarella durante il quale non potrà sciogliere le Camere, come prevede la costituzione.

Se invece non si riuscisse a trovare una soluzione, l’ultima spiaggia sarebbe quella delle elezioni anticipate. Una strada caldeggiata soprattutto dalla destra, che però appare poco praticabile nel momento in cui ci si prepara a fronteggiare la terza ondata di coronavirus. E in un momento in cui più che mai servirebbe – anzi, sarebbe servito – un governo stabile per gestire l’emergenza in un momento storico.

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