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La vita in corsia nei reparti Covid: “Meno incertezza, ma a livello psicologico siamo stremati”

Dalla paura alla speranza, il racconto di un'infermiera valbormidese

Carcare. Stanchezza, paura, a volte impotenza, ma anche speranza, coraggio e soddisfazione  nel vedere un paziente che ha vinto la sua lotta. Sono queste le emozioni che provano ogni giorno gli infermieri dei reparti Covid, che dallo scoppio della pandemia sono in prima linea per combattere un virus che ha cambiato il mondo. I nostri eroi, insieme ai medici e gli altri operatori sanitari, che giorno dopo giorno si sono messi a disposizione, senza remore e indugi, ma con il timore e la consapevolezza di dover affrontare una malattia nuova, sconosciuta e molte volte fatale.

A raccontarci la vita frenetica tra le corsie dell’ospedale, le difficoltà e i cambiamenti di questa lunga battaglia è Giulia Elettra Fresia, un’infermiera carcarese che da marzo è stata trasferita nei reparti Covid (Medicina e Rianimazione) dell’ospedale di Mondovì, con una breve parentesi nel presidio di Ceva.

Cos’è cambiato rispetto ai primi mesi della pandemia?
“All’inizio c’erano tanta paura e soprattutto incertezza, avevamo il compito di rincuorare i pazienti che ogni giorno sentivano e leggevano le notizie tragiche riportate dai media, ma noi stessi non sapevamo con cosa avessimo a che fare e come curarlo. Indossare tuta, mascherina, visiera durante tutto il turno di lavoro, non poter bere per 7 ore consecutive, vedere i pazienti soli senza i familiari è stato davvero difficile. Con il passare dei mesi, però, è aumentata la consapevolezza e la padronanza della situazione, abbiamo imparato a scoprire e gestire la malattia con i suoi diversi sintomi, il fastidio arrecato dai dispositivi di protezione è diminuito, così come il timore di essere contagiati dai pazienti. Certo, un pizzico di paura c’è sempre e serve a tenerci vigili, ma ora affrontiamo la situazione con più tranquillità, anche se a livello psicologico siamo stremati”.

Deve essere molto difficile fare i conti tutti i giorni con le difficoltà, le preoccupazioni e, purtroppo, spesso anche la morte dei pazienti…

“Non esiste un cura mirata, una terapia efficace al 100%. Tutto ciò che possiamo fare è accompagnarli verso la guarigione oppure l’esito peggiore. Nel reparto di Rianimazione di Mondovì, muore circa un paziente su due, un tasso di mortalità così alto ti demoralizza, ti fa sentire quasi impotente. Il vaccino rappresenta la nostra speranza”.

Voi infermieri, insieme ai medici e agli altri operatori sanitari, siete gli unici ad avere un contatto diretto con i pazienti, costretti a combattere lontano dai propri cari la loro lotta contro il Covid-19.

“Esatto, ma instaurare un rapporto empatico è molto difficile. Indossiamo sempre i dispositivi di protezione, i pazienti non riescono a riconoscerci, vedono solo i nostri occhi. Per questo, per una maggiore umanizzazione delle cure, abbiamo stampato le nostre foto e le abbiamo incollate sulle nostre tute, in modo tale che possano vedere i nostri volti. I pazienti più giovani spesso ci chiedono anche i nostri contatti social, attraverso i quali possono sapere chi siamo e avvicinarsi di più a noi”.

Cos’è cambiato nel rapporto con le famiglie dei pazienti?

“L’assistenza non è più centrata esclusivamente sul malato e la sua malattia, ma sulla persona e la sua rete familiare. Attraverso telefonate, videochiamate, cerchiamo di mantenere la loro vicinanza, fondamentale per il percorso di guarigione. Questo, però, non può accadere per i pazienti più gravi. Ricordo un signore di 72 anni che abbiamo dovuto intubare e sedare per la seconda volta, non potendo parlare con lui, la moglie ci ha chiesto di dargli una carezza da parte sua. È stato davvero commovente” racconta Giulia con la voce quasi spezzata.

Immagino quante storie tu abbia conosciuto, quanto momenti carichi di emozione tu abbia vissuto…

“Sì…l’aspetto più brutto del mio lavoro è quando c’è una totale depersonalizzazione del paziente. Spesso in rianimazione, quando i pazienti sono gravi, non riusciamo a parlare con loro, davanti a noi abbiamo solo un corpo da curare di cui non sappiamo nulla. Ma dietro ogni paziente c’è sempre una persona con la sua storia, per alcuni ci è capitato di conoscerla grazie alle lettere scritte dai loro familiari”.

Per fortuna, però, in molti ce la fanno, anche dopo aver affrontato le fasi più gravi della malattia. Ma una volta terminato l’isolamento, non è sempre facile tornare ad uscire.

“Si chiama ‘sindrome da capanna’ ed è capitata anche a me. Anch’io in primavera sono risultata positiva al Covid. Sono stata 51 giorni in isolamento, ero sola, potevo vedere amici e familiari solo con il filtro di uno schermo o di una porta, mi sono creata il mio mondo, le mie abitudini, la mia pseudo normalità e, una volta terminata la quarantena, i primi giorni ho avuto il timore di uscire e la paura di poter essere ancora contagiosa, nonostante non fosse così”.

Oltre all’aspetto psicologico, il Covid può avere degli effetti permanenti sulla salute dei pazienti?

“In alcuni casi sì, l’allettamento prolungato può avere delle ripercussioni sull’autonomia e sulle attività quotidiane. Un paziente, ad esempio, dopo quasi due mesi nel letto dell’ospedale ha subito una grave compromissione dell’apparato motorio e purtroppo è dovuto tornare a casa con la sedia a rotelle”.

 È possibile trovare un aspetto positivo in tutto questo?

“Forse l’unico aspetto positivo è che finalmente le persone si sono rese conto dell’importanza della figura dell’infermiere, sia a livello tecnico che umano. Inoltre è bellissimo poter vedere i pazienti guariti poter tornare a casa, quando ci inviano le loro foto o lettere di ringraziamento è sempre un momento speciale”.

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