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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Almanacchi e lunari nuovi

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Venditore Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore almanacchi?
Passeggere Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore Si signore.
Passeggere Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore Oh illustrissimo si, certo.”

Come non riconoscere l’apertura di una celeberrima Operetta morale di Giacomo Leopardi? Il titolo è “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, un testo del 1832 che non smette di essere di perenne attualità. Potremmo concederci al delicatissimo sapore d’altri tempi che si incontra nel lessico e all’educata sobrietà del dialogo, oppure stigmatizzare l’evidente intento mercantile dell’incipit, ma ciò che ci sembra più rilevante è avvertire la genialità del recanatese che, poeta filosofo, riconosce, nella semplice conversazione tra i due protagonisti, la profondità di interrogativi che hanno occupato ed occupano ogni serio percorso del pensiero. Proviamo a seguirne la logica stringente magari interrogandola con la disperata saggezza di oggi e con l’ausilio destabilizzante di “un pensiero altro”.

Sia il venditore che il passeggere, mi sembra lapalissiano, siamo noi, ognuno di noi è simultaneamente entrambi: noi ci interroghiamo su cosa ci riserba il nuovo anno e ci rassicuriamo garantendoci che certo sarà migliore ma, subito dopo, non possiamo non domandarci, esattamente come accade nel dialogo leopardiano, su come ci auguriamo sarà il prossimo anno poiché essere “migliore del precedente” è così generico da significare ben poco. Quando ci rendiamo conto che se dovessimo scegliere a quale anno vorremmo assomigliasse il prossimo, come accade al povero venditore incalzato dalla coscienza più critica del passeggere, non sapremmo quale vorremmo tornasse uguale a se stesso. Il passeggere, sempre più preso nel suo ruolo di “sinistro e cinico avvocato del tempo”, sottopone il malcapitato ad un quesito che di certo assillava il poeta, lo stesso che sarà alla radice di uno dei maggiori interrogativi nietzscheani all’interno del “mito dell’eterno ritorno”. Riporto alcune battute del dialogo:

Passeggere E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore Cotesto si sa.
Passeggere Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore Cotesto non vorrei.

In verità già solo l’affermazione che la vita è bella è un’infinita e complessa questione: tutti siamo concordi sul fatto che lo sia ma non ci si chiede mai a sufficienza la ragione poiché, se lo si facesse, si sarebbe indotti a concludere, la faccio semplice, che la bellezza della vita è nelle possibilità che ci consente, non in ciò che è ma in ciò che potrebbe essere. Il venditore, infatti, “messo all’angolo” dal passeggere conclude: “Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti”. Il passeggere, sempre più determinato nel condurre il suo argomentare fin dove aveva previsto, può finalmente concludere che: “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.” La conclusione del passeggere-Leopardi si fonda sulla certezza che la vita ha trattato tutti male e che l’unica speranza consista nel credere che sia possibile una diversa deliberazione futura da parte della stessa. Trovo molto interessante il fatto che Leopardi, che in altre situazioni sia dello Zibaldone che dei suoi testi poetici vedeva nella natura una matrigna distratta, ora presenti una visione ben diversa nella quale la cura della vita-matrigna-Dio è rivolta ai nostri danni. Una prospettiva molto prossima ma più schopenhaueriana ci farebbe affermare che la vita non ha trattato tutti male, e che il problema è che si desidera sempre ciò che non si possiede e non si è avuto ma, nel caso lo si conseguisse, subito dopo ecco che il tanto anelato approdo non è più importante e qualcos’altro ci assilla ed intenziona il nostro disperato incedere. Credo che sarebbe utile ricordare quanto ci insegna Nietzsche nella Gaia scienza e nello Zarathustra: tutto è già stato in tutte le sue possibili variabili e tutto si replicherà nell’eterno ritorno dell’uguale; infinite volte abbiamo vissuto e vivremo questo stesso istante e il valore dello stesso non sarà mai eteronomo ma conseguente alla nostra “intensità esistenziale” o, per dirla sintetizzando il suo pensiero, alla nostra volontà di potenza.

Quest’anno appena concluso, almeno l’anno inteso secondo le convenzioni temporali del mondo occidentale, lascia il posto ad un nuovo anno, è tempo di bilanci e progetti. Certo, sarebbe ben più saggio determinare il nostro tempo, la nostra vita, non in base a scansioni impersonali, utili per fissare un appuntamento o pagare il mutuo, ma allo scorrere della vita in noi. Non intendo suggerire di eliminare la convenzionalità che condividiamo, ma di servircene senza lasciarci assoggettare e banalizzare. Mi piace ricordare un’affermazione del caro amico Gershom Freeman: “Ogni cominciare è un segno, una traccia di ciò che è stato e un suggerimento per ciò che sarà”. Già il cominciare implica l’aver terminato qualcosa, la coscienza che si stia dando inizio a qualcosa si fonda sulla consapevolezza di aver percorso un tragitto che ha trovato il suo compimento nel soggetto che sono ora, cioè il protagonista del prossimo passo che porta con sé tutto il percorso già consumato che non si è “perduto” ma solo “compiuto” rendendomi capace al prosieguo del cammino. Sarà ciò che farò che, gettando una luce rivelatrice su quanto è stato, edificherà tutto quello che sarò in grado di fare. No, non nella speranza che “la vita mi riserbi positività e successi”, ma nella volontà di determinare cosa io intendo per successo e, soprattutto, cosa davvero voglio poiché il successo è fondamentalmente ogni passo positivo lungo la direzione che mi condurrà ad incontrarmi per ciò che ho saputo progettare ed edificare in me e per me.

… ma se ogni approdo
è il segno di un nuovo cominciare
soffia vento
sarò la tua farfalla
porterò lontano la tua voce
dove un nuovo mare
abbraccia un’altra foce

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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