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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Novacene

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Il passaggio cruciale che ha dato inizio al Novacene è stato, credo, il bisogno di usare i computer per progettare e costruire altri computer, proprio come Alpha Zero ha insegnato a se stesso come giocare a Go” è una delle affermazioni più interessanti ed inquietanti, almeno a mio modo di vedere, contenute nel saggio di James Lovelock il cui titolo ho utilizzato anche per questo incontro. Sicuramente noto agli studiosi di chimica ed a tutti gli appassionati alle scienze, forse meno noto al cosiddetto, uso il termine convenzionale pur non apprezzandolo, “grande pubblico”, in ogni caso ne riassumo in breve l’immensa opera. Intanto oggi, all’età di 101 anni, ancora conduce ricerche in Cornovaglia, dove vive in una casa-laboratorio. La sua attività è stata vastissima, dalle collaborazioni con la NASA per la realizzazione dei rilevatori di cui è fornita la sonda Viking che ha operato su Marte alla definizione del metodo che ha consentito di individuare il buco dell’ozono. Il contributo più audace e provocatorio, forse, va però ricercato nelle sue teorie tra le quali segnalo l’affermazione che non esistono altri abitanti nell’universo e intorno alle ragioni della nostra presenza. Cito testualmente: “[…] l’estinzione umana non sarebbe una cattiva notizia soltanto per noi, ma anche per tutto il cosmo. Supponiamo che io abbia ragione e che non esistano alieni intelligenti; la scomparsa della vita sulla Terra implicherebbe allora la fine di ogni conoscenza e capacità di comprendere. Il cosmo cosciente morirebbe”. Inutile informare l’accorto lettore che simili tesi hanno generato diversi dibattiti nel mondo scientifico, ma nemmeno sono le tesi più originali di Lovelock.

Intanto si definisce un ingegnere, infatti scrive: “mi sono reso conto di non essere mai stato uno scienziato puro, ma piuttosto un ingegnere”, poiché, prosegue, “Gli ingegneri partono dal mondo com’è invece che da un principio scientifico”. Sarebbe interessante riflettere intorno alle componenti prospettiche del suo approccio epistemologico in quanto affermare che esiste un mondo “com’è” al quale hanno accesso gli ingegneri e principi scientifici, evidentemente aprioristici, sui quali fondano il loro lavoro gli scienziati, non è tesi di poco conto, ma non è questo il contributo più interessante e controverso del suo pensiero. Ed ora una notazione che trova più ampio sviluppo nel saggio in oggetto ma che sono costretto a citare solo brevemente, un’osservazione determinante su un principio fondazionale per tutta la logica occidentale; scrive Lovelock: “Il modo di pensare “A è causa di B” è monodimensionale e lineare mentre la realtà è multidimensionale e non lineare. Basta riflettere sulla propria vita per vedere quanto sia assurdo pensare che tutto si possa spiegare come un semplice processo lineare di causa ed effetto”. La logica proposta da Lovelock si applica a sistemi dinamici mentre quella classica, definiamola per comodità aristotelica, funziona perfettamente ma solo in un contesto statico. Penso si possa parlare di una vera e propria rivoluzione copernicana della logica.

È utile e importante passare ora al punto centrale del pensiero dello scienziato espresso nel saggio in oggetto e che trova espressione nell’ultimo capitolo del saggio: “Nel Novacene”. Posso così chiarire, spero, il riferimento al fatto che il computer “Alpha Zero ha insegnato a se stesso come giocare a Go”. Alpha Go è un software che ha sconfitto un campione di Go, un gioco ben più complesso degli scacchi, basti notare che il “fattore di diramazione”, il numero medio di possibili mosse a disposizione di ogni giocatore ad ogni turno, negli scacchi è 35 e nel Go 250. Ma ciò che davvero ci interessa precisare è che, mentre il computer che aveva battuto a scacchi nel 1997 il campione Kasparov era riuscito nell’impresa poiché fornito, dai suoi creatori, di tutte le informazioni in possesso anche del suo avversario alle quali era in grado di accedere più velocemente, direi addirittura simultaneamente e senza mai scordarne alcuna, il nuovo software, oltre a tale competenza, era in grado di effettuare un’operazione rivoluzionaria: “insegnare a se stesso”.

L’intelligenza artificiale di Alpha Go era capace di un qualche tipo di intuizione e di una velocità infinitamente superiore a quella consentita all’uomo che opera attraverso i collegamenti di natura biochimica che consentono il passaggio di informazioni tra le cellule nervose. È inquietante l’affermazione di Lovelock “L’esperienza di vedere crescere il vostro giardino può darvi un’idea di come i futuri sistemi di IA (Intelligenza Artificiale) si sentiranno osservando gli esseri umani”. Eppure ritengo che la riflessione più inquietante, suggerita nel saggio, sia che l’IA, in qualche misura già oggi, sia in grado di progettare e migliorare se stessa. Non stiamo parlando di un visionario autore di fantascienza, ma di un celebrato e centenario scienziato che conduce un parallelo tra l’affermazione del biochimico Jaques Monod, che possiamo riassumere in “l’evoluzione e la nascita della vita organica sono stati il prodotto del caso e della necessità”, e la sua ipotesi, in base alla quale l’uomo riveste il ruolo di creatore “casuale e necessario” assemblando elementi che, nel tempo, si comporranno in forme di IA non ipotizzabili dal creatore stesso. Lasciamo ai margini, in questa sede, le implicazioni teologiche e teleologiche di questo ipotetico mondo che assiste alla ”morte di dio” limitandoci a ricordarne il ben noto “anticipatore filosofico”, e seguiamo le tracce suggerite da Lovelock. Inevitabilmente il pensiero torna all’homunculus alchemico rinascimentale o al “mostro” di Frankenstein, meglio ancora al Robot di Karel Capek o agli androidi di Philip Dick, tutti esseri privi di anima e, in una certa misura, inferiori al loro creatore; ma nell’ipotesi che formula Lovelock, molto più plausibilmente, stiamo parlando di esseri infinitamente più intelligenti e capaci di ogni essere umano, probabilmente in grado di produrre non solo azioni razionali e scientifiche inimmaginabili ma anche opere d’arte inaccessibili ai geni umani.

La chiusa del saggio prospetta un futuro di armonia e collaborazione tra cyborg e umani capace di superare le vincolanti e razziste leggi della robotica di Isaac Asimov in nome di un presunto interesse di entrambe le specie che sarebbe la sopravvivenza della terra come casa comune, anche se mi sembra non si debba trascurare un inquietante inciso contenuto nel capitolo significativamente intitolato “Tutti sorvegliati da macchine di amorevole grazia” nel quale si legge: “Probabilmente alla fine Gaia (intende la terra vista olisticamente come sistema dinamico) organica morirà. Ma proprio come non piangiamo per la scomparsa delle specie nostre antenate, allo stesso modo i cyborg non saranno distrutti dal dolore per la scomparsa degli esseri umani”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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