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La rivolta dei cuochi, lettera aperta alle Autorità: gli chef chiedono aiuto per scongiurare una class action

"Abbiamo chiesto semplicemente dignità chiedendo rispetto per il nostro logorante e non riconosciuto lavoro"

Liguria. I cuochi della Liguria escono dalle cucine: “Signori, è giunto il momento della lucidità!”. Con una lettera aperta alle Autorità il “mondo ligure dei cuochi” mette per iscritto l’amarezza della categoria che si sente penalizzata dalle restrizioni dettate dai DPCM per combattere il Covid.

“Sin dal mese di marzo abbiamo anticipato le mosse dell’esecutivo chiudendo gran parte dei nostri ristoranti, ancor prima delle direttive imposte dai molteplici decreti del Governo e questo per buon senso, responsabilità collettiva e lucidità imprenditoriale. Avete avuto il tempo per reagire con raziocinio, non abbiamo visto risultato”.

L’associazione Cuochi in questa lettera che porta la firma dei Presidenti di Unione Regionale Cuochi Liguri, Stefano Beltrame, Associazione Cuochi Genova e Tigullio, Alessandro Dentone, Associazione Cuochi Savona, Igor Di Lucia e Associazione Cuochi Imperia, Livio Ravello sottolinea che il proprio mondo è simile a quello militare con un’innata propensione alle regole e l’immenso sforzo che c’è stato per rispettare tutti i provvedimenti.

“Abbiamo investito, con fiducia, anticipato denaro ai lavoratori, anticipato danaro a professionisti, ai fornitori e da decenni li anticipiamo allo Stato affinché i suoi complicati, quanto obsoleti, ingranaggi non si fermino. Abbiamo chiesto semplicemente dignità chiedendo rispetto per il nostro logorante e non riconosciuto lavoro”.

I cuochi sottolineano che le loro proposte per aiutare il settore chiedendo certezze, programmazione, serietà e rispetto sono state disattese. Per quanto riguarda la categoria, gli chef ritengono che “l’ultimo DPCM sia fatto di regole discutibili, con un disegno dissennato contro il settore della ristorazione, senza tenere conto dell’effettivo peso socioeconomico. Non capiamo il perché di tale accanimento. E non vogliamo ristori o mance ma dignità che meritiamo come imprenditori e professionisti di un settore che é traino dell’italianità nel Mondo e che tutti ci invidiano”.

I cuochi sono esasperati e tracciano un elenco di cose da cambiare: “Chiediamo serietà ad uno Stato che impone e dispone, una radicale modifica dei regolamenti, vogliamo che venga permessa la libera circolazione regionale alla popolazione, nel pieno rispetto delle regole anti pandemia da Voi dettate, di lavorare non di essere burocrati, di non essere tacciati come criminali perché vogliamo tenere aperto come altri settori che hanno lo stesso potenziale, se non superiore, di crescita epidemiologica”.

E ancora si legge nella lettera “il Cts (Comitato Tecnico Scientifico ndr) non aveva dato parere negativo all’apertura dei ristoranti ma bensí di aumentare la sorveglianza, come è giusto che sia”.

In conclusione, l’associazione lancia un appello: “Non vogliamo giungere a soluzioni drastiche, costretti in azioni legali nelle sedi competenti, per tutelare le nostre aziende, i nostri lavoratori e noi cittadini Italiani… Vogliamo ricordare che non si muore solo di covid19, ma anche per disperazione.”

I cuochi cercano e chiedono di costruire un percorso comune che trovi soluzioni concrete per ripartire.

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