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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Ferite d’amore

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“La verdad es que nadie puede herirnos salvo la gente que queremos” (La verità è che nessuno può ferirci salvo chi amiamo). Si tratta di una affermazione espressa da Jorge Luis Borges nel prologo alla sua raccolta “Elogio dell’ombra” e datato Buenos Aires, 24 giugno 1969. Solo un breve inciso volutamente polemico: credo sarebbe utile insignire Borges con un Nobel per la letteratura postumo nella speranza di porre parziale rimedio all’errore reiterato nel tempo che lo ha privato di tale onorificenza. Non che a lui importasse poi così tanto, almeno questa è la mia convinzione, chi come lui non era più distratto dalle immagini del mondo che diviene ma ha saputo vedere profondo ciò che è al di là del contingente, sono certo abbia accolto ogni anno con un sorriso il mancato premio. Ma torniamo all’incipit: perché mai chi amiamo dovrebbe farci del male? Eppure ognuno di noi ha ben chiaro tra la mente ed il cuore di cosa stiamo parlando.

Preliminarmente è opportuno precisare, per poter fare chiarezza sulla frase di Borges, cosa possiamo intendere per amore, a meno di semplificarla in: ”Solo chi amiamo e non ci ama può farci del male”. In questo caso non ci sarebbero grandi difficoltà ermeneutiche, resterebbe da analizzare il fenomeno di un “amore adulto” che ha saputo crescere senza essere ricambiato. Puntualizziamo: nel caso della fine di un amore la questione è altrettanto semplice, raramente il sentimento si spegne contemporaneamente nei due soggetti e, inevitabilmente, in chi sopravvive si accompagna alla sofferenza, ma non ne è responsabile l’altro polo della coppia e possiamo considerare la situazione un particolare corollario del teorema borgesiano. Resta da chiarire cosa si deve intendere per “amore adulto”. Intuitivamente non quello che nasce tra l’adolescente e il cantante famoso, tanto per citare uno stereotipo, ma le sfaccettature del caso sono infinite e non potremmo analizzarle in questo contesto, posso comunque rimandare ad un grande maestro dell’argomento, Erich Fromm ed, in particolare, al suo saggio “L’arte d’amare” dal quale cito a memoria “L’amore immaturo dice ti amo perché ho bisogno di te, quello maturo, al contrario, ho bisogno di te perché amo”. Ciò che è fondazionale nella prospettiva frommiana è che l’amore è un’arte e si può imparare… interessante ma… forse è d’aiuto concedersi anche ad altre riflessioni.

Proviamo: forse ha ragione Roland Barthes e l’amore è fondamentalmente ambiguità, come ci spiega in Frammenti di un discorso amoroso, una specie di montagne russe dell’emozione, un imprigionare l’oggetto d’amore nella nostra proiezione dell’idea d’amore che ci siamo costruiti tutta da soli attraverso esperienze, letture, racconti per poi divenire vittima di sensi di colpa per tale cattività fino a sublimare l’oggetto sovrapponendolo alla immagine interiore e continuando, in qualche modo, ad amare solo noi stessi. Oppure possiamo tornare all’ipotesi sartriana di sapore hegeliano che descrive la dialettica tra le due autocoscienze che, mi sembra, si risolva in un rapporto antropofagico che presume che i due possano essere uno solo. Splendida l’idea di due che divengono uno ma mi terrorizza la prospettiva di un conflitto dal quale dovrebbe generarsi l’utopica unità: sicuri che la lotta non lasci cicatrici? Non mi sembra che in nessuno dei pensieri sommariamente tracciati trovi la risposta il nostro quesito e, a suggello di questo “preludio erudito”, mi piace collocare un’illuminante quartina dal sapore vagamente platonico: amore è il cerchio / amare, il poligono inscritto / più intenso e vissuto / più numerosi i suoi lati.

Proviamo a fare da soli, magari sulle tracce di “un pensiero altro”, capace di un pizzico di ironia e leggerezza tratteggiando quella che ho battezzato “filosofia del cercopiteco”: la sintetizzo in versione femminile visto l’eponimo maschile. Se sei predisposta all’amore, se hai desiderio di innamorarti, ecco che il cercopiteco di passaggio che si ferma ad osservarti grattandosi l’osceno fondoschiena, ai tuoi occhi diviene “quale naturalezza, che spontanea gestualità, quale libertà iconoclasta, quanto è al di là degli schemi e delle convenzioni”. Comincia così la vostra storia d’amore e l’idillio durerà fino a che, un poco per volta ma d’un tratto per la coscienza, i vostri occhi riacquisiranno la vista consueta e… ecco che il cercopiteco che vi si avvicina sorridendo e reiterando il suo rituale gesto osceno si rivelerà come qualcosa di assolutamente sgradevole ai vostri occhi. “Ma come ho potuto amare un essere simile?” Vi chiederete, o peggio, “Non sei l’uomo di cui mi sono innamorata – protesterete – non ti riconosco più”. Chi sta soffrendo? Chi ha fatto del male a chi? Oppure non ci sarà dolore proprio perché non c’è stato amore? Ancora non ho trovato una risposta definitiva, proviamo allora con la filosofia della stampella: ti sostengo e mi sostieni nel cammino, è amore adulto? Non accade che ad ogni passo ci comunichiamo il nostro incedere claudicante? Non ci stiamo reciprocamente ferendo fino a condurci all’indifferenza, all’assuefazione e alla malinconica rassegnazione alla zoppia? Non finiremo con l’odiarci? Non ci precludiamo la possibilità ad un “camminare adulto”?

Ho avuto l’onore ed il piacere di accedere alle pagine ancora inedite del prossimo romanzo dell’amico Gershom Freeman ed ho trovato alcune righe illuminanti che, autorizzato, riporto sottolineando che le parti le considero interscambiabili, ed è notevole.
Lui: So che potrai ferirmi ma so che non lo farai mai deliberatamente. So che abbiamo vissuto attimi d’eternità in cui i nostri silenzi sono stati alcova e profonda intimità così come so che il quotidiano ci porta lungo itinerari individuali. So che in certi momenti potremo essere uno ma che rispettiamo l’altro quando lo incontriamo. So che posso contare su di te ma che non sarò mai un inetto quando cammino da solo. E allora sono pronto alla sofferenza perché ben maggiori sono stati e saranno i momenti di gioia, anch’essi spontanei, ma anche meditati, rispetto alle ferite.

Lei: Lo so che potrai farmi male perché con te non ho mai la guardia alta, ma so anche che con le tue carezze potrai raggiungermi l’anima e i tuoi sorrisi saranno musica. So che anch’io potrò ferirti e forse l’ho già fatto, ma nessuna ti ha mai condiviso quanto me e mentre non eri più solo non le ero più neppure io. So che non ti difenderai da me, come non lo faccio io, per questo potrò farti del male e tu a me, ma anche se un giorno dovessi impazzire di dolore e soffocare delle mie lacrime, non rinnegherò mai la bellezza del nostro amore.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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