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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Moralismi e ipocrisie

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Vi è uno stadio di falsità incallita che si chiama coscienza pulita” è una citazione da Al di là del bene e del male proposta provocatoriamente dall’amico Gergi Pastore all’interno di un dibattito virtuale e che ho pensato bene di raccogliere in questa sede. La riflessione intreccia diversi piani interpretativi, fondamentalmente uno epistemologico e gnoseologico ed uno etico esistenziale, ma è possibile seguirne le tracce indiziarie in numerosissimi altri itinerari ermeneutici; impossibile percorrerli tutti, alcuni saranno sentieri interrotti, altri si ramificherebbero in infiniti tragitti filosofici, così, del tutto arbitrariamente, ne proveremo a seguire alcuni sempre nell’ottica di “un pensiero altro” e cercando di ricondurli ad una filosofia che sappia essere kierkegaardianamente “usabile” nel nostro adesso.

Chi assurge al ruolo di giudice del comportamento altrui non può prescindere dal sentirsi “a posto con la propria coscienza pulita”, in altre parole deve essere abbastanza stupido o bugiardo con se stesso da potersi proclamare in diritto se non addirittura in dovere di “scagliare la prima pietra”, qualcuno userebbe l’espressione “sepolcro imbiancato”. Molto spesso, però, una simile ipocrisia è inconsapevole, sintomo di una “stupidità incallita”; cosa ancora più pericolosa è che non è facile riconosce questi ipocriti, si nascondono dietro atteggiamenti vittimistici, manifestano fragilità ed insicurezze che, improvvisamente, divengono violenza ed aggressività arrogante nel momento in cui si sentono abbastanza giustificati per scaricare la loro bile sugli altri. Forse ha ragione Gòmez Dàvila quando afferma che “L’ipocrisia non è lo strumento dell’ipocrita, ma la sua prigione”. Protetto dalle sbarre della sua gabbia l’ipocrita mette in ordine il mondo secondo la sua visione che spaccia per verità per il semplice fatto che è facilmente condivisibile da parte dei suoi innumerevoli simili, quelli che il grande Federico definiva i “superflui”. Certo, superflui in un’ottica che vuole celebrare la grandezza dell’uomo ed il suo coraggio, ma vincenti in una prospettiva nella quale ciò che conta è il numero, insomma, il paradigma del nostro tempo, quello nel quale i followers sono la garanzia del valore di chi è così “numerosamente” ascoltato.

Non si tratta semplicemente di sostenere che non esiste una verità assoluta, affermazione che assurdamente ancora oggi destabilizza tutti coloro i quali vorrebbero sentirsi comunicare certezze e non volontà di comprendere, non coraggio critico, non disponibilità ad altre ottiche. Già Gorgia nel suo “Sul non essere o sulla natura” spiegava che l’uomo razionalizza o, peggio ancora, riduce al suo animo piccolo ed alla sua convenzionale capacità di pensare ciò che lo trascende per ridurlo al limite di sé, poi definisce questo inganno realtà. Nietzsche nel suo lavoro “Su verità e menzogna in senso extra morale” scrive: «… le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete». La semplificazione, la riconducibilità a sé di tutto ciò che accade ed è, fondato sul dogma “simplex sigillum veri”, induce a eliminare la possibilità di un punto di vista alternativo e diviene una deliberata menzogna che si trasforma in verità poiché non è possibile contraddirla. Affinché lo squallido sistema funzioni, però, è indispensabile l’arroganza di una cattiva “buona coscienza” che renda il “piccolo uomo ipocrita” certo della propria verità che potrà così impiegare come unità di misura del mondo. In questo modo l’eccellente prospettiva ermeneutica che si fonda sul concetto “non esistono fatti ma solo interpretazioni” nelle mani di un mediocre diviene “la mia interpretazione è la garanzia della realtà del fatto”.

Ricordo una lettura di quando ero bambino e pertanto, ahimè, antichissima, nella quale si narrava di un saggio pellerossa che aveva adottato un giovane particolarmente fragile ed insicuro, lo aveva assistito nei momenti di sconforto cercando di aiutarlo a crescere e ad acquisire sicurezza nei propri mezzi. Il giovane cadde più volte lungo il cammino, spesso fu preso da sconforto, ma l’anziano gli era silenziosamente accanto, credeva in lui. Misteriosamente, d’un tratto, il giovane decise di essere abbastanza forte per poter camminare da solo, consapevolezza che rese felice la sua vecchia guida, ma questo infastidiva il giovane guerriero, quasi la presenza del saggio fosse un peccato originale, aveva bisogno di “uccidere il padre” avrebbe detto Freud. Ovvio che allora non conoscevo la psicanalisi, mi limitai ad essere offeso dai modi del giovane guerriero nel quale mi ero riconosciuto e che invidiavo per la fortuna avuta nell’incontrare una simile guida, insomma, non capivo. Quando il giovane decise di credere a delle voci intorno al suo mentore tanto da deliberare che fosse un traditore della tribù e lo abbandonò mi sentii offeso ed lo odiai, come poteva definire verità ciò che lui voleva fosse tale per giustificare il proprio meschino progetto? Molti anni dopo, leggendo una biografia di Nietzsche, ritrovai una situazione molto simile nel comportamento di Peter Gast che il filosofo reputava un grande musicista ricevendone in cambio il rancore di un mediocre che, forse, aveva saputo cogliere la propria inettitudine proprio in confronto alla grandezza di Nietzsche.

Purtroppo non è facile riconoscere e poi difendersi da simili personaggi, credo siano gli stessi che, in buona fede o per stupidità, presentano la volontà di potenza nietzscheana (l’ho sentito insegnare nelle nostre scuole) come volontà di dominio, di prevaricazione, di controllo. Nulla di più falso: Nietzsche afferma che in quel caso si deve parlare di “volontà negativa”, peculiare in chi, frustrato dalla consapevolezza della propria mediocrità, non può far altro che tentare di negare e denigrare ciò che lo rivelerebbe come tale: la grandezza di un altro. È bene prestare attenzione ad alcune costanti comportamentali per riconoscere ipocriti e moralisti ottusi: queste persone affermano come verità l’ipotesi che li soddisfa e non vogliono che possa essere contestata, che qualcuno presenti loro un altro punto di vista, hanno bisogno di semplificare e negare tutto ciò che potrebbe richiedere vera energia esistenziale, coraggio, volontà. Potendo osservare una sola realtà, quella che hanno accettato come tale per bisogno o vigliaccheria, questa non può essere che la “realtà vera”. In questo modo i pregiudizi condivisi dalla maggioranza consentono all’ipocrita la sua utile semplificazione grazie alla quale autoproclamarsi unità di misura del vero, ma sereno, dall’alto della sua“falsità incallita che si chiama coscienza pulita”.

Mi sembrano utili le parole di Carl Gustav Jung quando afferma che “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi”, ma chiudiamo con un grande cantautore ricordando che, così come era meschino giudicare un nano una carogna per via della prossimità del suo cuore con il buco del culo, altrettanto meschina sarà da parte del nano la gestione della sua professione: il giudice.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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