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I Magazine di IVG.it - Nera-Mente

L’Acna di Cengio: storia della “Fabbrica dei Veleni” | SECONDA PARTE

"Nera-Mente" è la rubrica di Alice, appassionata di criminologia

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Qui la prima puntata

Nel 1986 un flotto gassoso di acido solfidrico si sparse per il paese: un operaio rimase paralizzato a vita. In quegli anni iniziarono massicce proteste contro l’inquinamento da parte degli abitanti della Val Bormida, prima vietate per via del fascismo. I cittadini liguri e piemontesi urlavano a gran voce, come un mantra, “vogliamo l’acqua pulita”. Il loro desiderio era quello di far chiudere l’ACNA e sviluppare un progetto lavorativo alternativo, per non far perdere ai tanti dipendenti i loro posti di lavoro. Oltre alle manifestazioni, si attivarono giornalisti, esperti di chimica per lo studio di dati e tabelle, e molti altri.

Una donna della zona, che abitava in un mulino, a cui l’acqua aveva corroso le pale, conservò nel suo frigo delle bottiglie con quella sostanza “color coca cola” come prova da esibire alle autorità, stando attenta che i suoi figli non la bevessero. Ma i carabinieri, giunti a visionare le acque, negarono clamorosamente l’evidenza, e purtroppo quella non fu l’unica volta in cui accadde.

Inoltre, si racconta che se un operaio all’interno dell’ACNA voleva parlare “di ciò che non doveva”, veniva spostato nel cosiddetto “reparto rosso”: il più pericoloso (questo aneddoto e altri sono tratti dal bellissimo documentario “La voce del fiume”, di Francesca Ciri Capra).

Il 23 luglio 1988, il grave epilogo che contribuì alla fine dello stabilimento: una grande nube tossica di colore bianco si sollevò dall’ACNA ed in poche ore, con il suo odore acre, raggiunse diversi comuni sul confine tra Liguria e Piemonte, causando intossicazioni (irritazione agli occhi, nausea, problemi respiratori) e grande preoccupazione tra i cittadini. Questo episodio arrivò a scuotere l’opinione pubblica nazionale.

Ne conseguirono convegni a Savona, diverse migliaia di firme per il Parlamento europeo, persone incatenate davanti agli uffici della USL. Il Giro d’Italia, che passava per Cengio, fu interrotto da una manifestazione dei cittadini. A Sanremo, Gino Paoli e Albano e Romina cantarono esibendo la spilletta “Val Bormida pulita”. In televisione si iniziò a parlare della “fabbrica dei veleni”.

Nel 1991, l’ACNA venne assorbita da Enichem, la società petrolchimica del gruppo Eni. Negli anni successivi la produzione a Cengio si ridusse progressivamente fino alla chiusura definitiva dello stabilimento, avvenuta nel 1999, dopo oltre un secolo di attività. I 200 lavoratori rimasti finirono in cassa integrazione. Negli ultimi anni si è parlato della costruzione di un carcere nelle ex aree ACNA, progetto al momento non andato in porto.

L’area tra Cengio e Saliceto è stata inserita tra i siti contaminati di Interesse Nazionale. Nonostante siano stati spesi circa 400 milioni per la bonifica, il territorio della val Bormida risulterebbe ancora inquinato e destinato a restarlo per decenni.

Inoltre, nel 2010, le perizie della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli hanno rivelato che gli scarti di lavorazione dell’Acna, affidati ai traffici illeciti delle ecomafie, già a partire dagli anni ‘80 sono stati smaltiti nella discarica di Pianura a Napoli, per un ammontare di almeno ottocentomila tonnellate.

Dal libro “Veleni di Stato” Di Gianluca De Feo, emerge un’ulteriore, agghiacciante verità: L’ACNA di Cengio era, in realtà, una fabbrica di armi chimiche proibite dalle convenzioni internazionali, in quanto disumane. Sembra più chiaro, così, il motivo del salvataggio dello stabilimento che fu operato da Mussolini in persona, dell’alleanza con l’IG Farben, finanziatrice di Hitler, nonché produttrice del gas per lo sterminio nei campi di concentramento.

Già si sapeva che l’ ACNA era stata la maggiore produttrice di esplosivi per le guerre mondiali. Ma la differenza, alla luce di queste rivelazioni, è che le armi chimiche (oggi proibite) sono molto più pericolose per la salute di chi le produce e di chi ne subisce l’ inquinamento.

E non è finita. Sempre dal libro di Di Feo: “I brevetti dei nostri gas hanno contribuito ai massacri dei curdi e alle stragi tra iracheni e iraniani. All’ inizio degli anni Novanta un dossier del Simon Wiesenthal Center segnala come Eni e Montedison (allora proprietarie dell’ACNA, ndr) abbiano partecipato a programmi per consegnare ai tre stati canaglia più famosi le chiavi dell’arsenale chimico. Parliamo dell’Iraq di Saddam Hussein, la Libia di Muhammar Gheddafi, l’Iran degli ayatollah”.

Alla luce di queste nuove verità si fanno ancora più inquietanti alcune domande sulle circostanze della morte dei due proprietari ACNA, Raul Gardini e Gabriele Cagliari. Il 20 luglio 1993, il presidente dell’ENI, Gabriele Cagliari, viene trovato morto per soffocamento, in circostanze misteriose e mai chiarite dalla Procura di Milano, con un sacchetto di plastica infilato in testa e legato al collo con una stringa da scarpe, nei bagni del carcere di San Vittore, dov’era andato per farsi la doccia. Il 23 luglio 1993, tre giorni dopo la morte di Cagliari, alle sette del mattino, il maggiordomo di Palazzo Belgioioso trova riverso sul letto Raoul Gardini, morto anche lui suicida in circostanze misteriose, anche queste mai chiarite dalla Procura di Milano, sparandosi un colpo di pistola, stranamente trovata sulla sponda opposta da quella in cui si trovava il corpo inanimato dell’imprenditore.

Tante, dunque, troppe, le cose che, ancora oggi, non tornano riguardo all’ACNA. È evidente come, per i suddetti motivi, non possano che esserci stati di mezzo traffici molto loschi e molto grandi, riguardanti mafie e massomafie. Questo spiegherebbe tanta omertà da parte di troppe persone. Troppo spaventate da possibili minacce subite, troppo desiderose di probabili “premi” ricevuti in cambio del silenzio.Troppo impegnate a guardare i loro interessi per preoccuparsi della salute di migliaia di persone. E di tante altre che ancora, dopo anni dalla perdita di qualcuno di caro, aspettano giustizia.

“Nera-mente” è una rubrica in cui parleremo di crimini e non solo, scritta da Alice, studentessa ed aspirante criminologa: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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