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I Magazine di IVG.it - Nera-Mente

L’Acna di Cengio: storia della “Fabbrica dei Veleni” | PRIMA PARTE

"Nera-Mente" è la rubrica di Alice, appassionata di criminologia

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“Entroterra di Savona, comune di Cengio, 26 marzo 1882. Verbale relativo alla domanda del signor Pessano Giuseppe per essere autorizzato ad impiantare nel tenimento Ponzano, territorio di questo comune, una fabbrica di dinamite.”

La storia dell’ACNA di Cengio comincia da qui. La fabbrica venne costruita a poche centinaia di metri dal comune di Saliceto, confine tra Piemonte e Liguria. In quegli anni, Cengio era una località molto tranquilla, un borgo agricolo che si snodava attorno alla strada principale e alla ferrovia.
Verrebbe da chiedersi per quale motivo, essendo un posto come tanti altri, venne scelto proprio per costruire una fabbrica di dinamite. La risposta sta nella manodopera a basso costo. Se servivano braccia per lavorare, in quella cittadina se ne trovavano: i contadini erano abituati a spaccarsi la schiena giorno e notte, ed una paga sicura a fine mese non poteva che essere allettante. E non fu di secondaria importanza la vicinanza, tramite la ferrovia, al Porto di Savona, e la grande disponibilità d’acqua data dal fiume Bormida, su una cui ansa crebbe, di giorno in giorno, mattone dopo mattone, una struttura di un’imponenza mai vista prima dagli entusiasti abitanti del luogo.

Durante i decenni successivi, gli esplosivi creati dal dinamitificio vennero usati in grande quantità durante le guerre del colonialismo italiano, la guerra d’Abissinia e, a seguire, in entrambi i conflitti mondiali.
Nel giro di pochi anni gli impianti industriali occuparono ben cinquanta ettari. La fabbrica produceva tritolo, acido solforico, oleum, in quantità di migliaia di kg al giorno.

E gli effetti dell’inquinamento non tardarono a farsi sentire: non si poteva più utilizzare l’acqua del fiume per irrigare. La nebbia e le piogge portarono il fenolo, altamente tossico, nei terreni. In breve tempo nacque una netta spaccatura tra i liguri, che dalla fabbrica ricevevano i benefici occupazionali, ed i piemontesi, che subivano gli effetti dell’inquinamento per ben 100 chilometri di fiume, fino alla confluenza con il Tanaro, ad Alessandria.

Intanto Cengio, da piccolo borgo agricolo che era, diventò una vera e propria città industriale. Cominciarono a spuntare le ville dei dirigenti e gli impiegati della fabbrica. E soprattutto crebbero in grande quantità le case popolari destinate agli operai (che a fine ‘800 erano già circa settecento, su 1300 abitanti ) , affacciate proprio sulle ciminiere da cui uscivano fumi tossici a qualunque ora del giorno e della notte. Fu solo in seguito ad breve un tracollo economico che il dinamitificio prese il nome di ACNA (Azienda Coloranti Nazionali e Affini), con cui proseguì comunque la produzione di esplosivi e gas tossici.

Già nel 1938, circa 600 contadini citarono l’azienda per i danni causati dall’inquinamento, ma persero la sentenza e furono condannati a pagare le spese processuali.L’anno successivo, una fortissima esplosione causò la morte di cinque operai. Furono solo le prime, purtroppo, di una lunga serie di vittime dell’ACNA. Ma, negli anni, non si trattò più solamente di decessi dovuti ad incidenti sul luogo di lavoro: centinaia di operai morirono di cancro alla vescica, per quanto questo fatto, per molto tempo, fu celato dietro ad un muro di diffusa ed ostinata omertà.

In base ad alcune testimonianze, sembrerebbe che i dipendenti, alla fine del turno, prima di lasciare il posto di lavoro, fossero obbligati a fare una doccia con l’acqua fredda, senza nessuna spiegazione. Dovevano farlo e basta. Se per caso venivano sorpresi a utilizzare l’acqua calda avrebbero subito tre giorni di sospensione dello stipendio. Nessuno spiegò mai loro che l’acqua calda apre i pori, assorbendo i veleni che, dopo tante ore a contatto con essi, inevitabilmente avevano sulla pelle. Meglio tentare di sciacquarli via con l’acqua fredda. In questo modo chi era a capo dell’ACNA tentava di pulirsi, se ce l’aveva, un po’ di coscienza.

“E giù dal Cengio il dinamitificio ti fotte in Bormida di quattro in sette tutta questa peste, e le acque vengon giù livide come ranno, una schiuma verde, pesci morti a pancia in sù, le bestie la rifiutano: un malefizio ti dico… E per far che cosa? Esplosivi, dinamite, balistite, per ammazzar della gente”. (Augusto Monti)

Una fabbrica che era nata con l’intento di creare sostanze destinate alla guerra e alla morte, stava iniziando a creare dietro di sé una scia di malattia e morti. Nel 1969 venne chiuso l’acquedotto di Strevi, a oltre 100 km di distanza da Cengio: le acque del fiume si tingevano di un colore diverso ogni giorno. L’anno successivo il sindaco di Acqui Terme sporse denuncia contro ignoti per avvelenamento di acque destinate al consumo umano. 
Nel 1974 vennero denunciati i dirigenti dell’ACNA, che quattro anni dopo vennero assolti. Condanne e assoluzioni in tempi brevi, troppo brevi, così sembravano funzionare i processi mirati a “fermare” la “fabbrica dei veleni”. Sempre in quel periodo si aprì un altro processo, mirato a far luce sulle suddette morti per cancro alla vescica. Processo a cui, per la prima volta, presero parte anche i sindacati come parte civile, che però furono “convinti” dai vertici dell’azienda a ritirarsi dal processo, e da quel momento rimarranno sempre, chissà perché, schierati dalla parte dell’ACNA, negandone la pericolosità in ogni senso, ed insistendo per tenerla aperta.

Intanto, a Cengio, l’ACNA gestiva il cinema, il teatro, la biblioteca, la banca, il bar, la sala giochi, il campo da calcio, quello da pallavolo e da tennis, le colonie estive per i figli dei dipendenti, la spiaggia in riviera per gli operai e le loro famiglie. E gestiva anche il Comune, con diverse donazioni, e mettendo sulle sedie più importanti i suoi membri migliori, quelli “di cui ci si può fidare”.

(Continua…)

“Nera-mente” è una rubrica in cui parleremo di crimini e non solo, scritta da Alice, studentessa ed aspirante criminologa: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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