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La vida es una tombola

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«Se fossi Maradona», cantava Manu Chao, «vivrei come lui». La canzone contenuta nel disco La radiolina è stata inserita anche nel documentario “Maradona” del 2008 di Emir Kusturica. E sì, perchè il mito Diego ha saputo giungere anche ad intellettuali di primo livello con il potente messaggio che racchiudeva. Stava scrivendo un libro su Peter Handke, il premio Nobel, quando un amico giornalista ha chiamato Kusturica e glielo ha comunicato: istintivamente il noto asso delle riprese ha sentito un dolore terribile, perché sapeva che se ne era andato l’ultimo vero personaggio».

Pochi hanno conosciuto così bene e così a fondo Diego Armando Maradona come lui: il documentario che il gran regista jugoslavo dedicò al campione appena scomparso, un viaggio dentro a quell’uomo così complesso, contraddittorio eppure al tempo stesso così semplice, sta rimbalzando in queste ore tristi da una parte all’altra del mondo.

Il suo dolore è ovunque, ha detto Kusturica: «Non ricordo nell’ultimo secolo un lutto cosi condiviso, dall’Argentina alla Somalia alla Serbia. E mentre il mondo è diviso dal Coronavirus, arriva quest’uomo, questo Dio caduto e compassionevole che ci riunisce di nuovo e ci fa piangere. E perché in tanti stanno riguardando il mio «Maradona»? Perché è un film che parla di vicinanza. Nell’anno in cui abbiamo lavorato insieme, siamo stati davvero vicini, tra di noi è esplosa subito la chimica. Venivamo entrambi dalla strada, dalle periferie, io da Sarajevo e lui da Villa Fiorito e conoscevamo la difficoltà di crescere e sopravvivere ai bordi delle città. Non è stato sempre semplice avere a che fare con lui. Sapeva essere imprendibile, come sul campo: una volta ho volato fino a Buenos Aires e non si è fatto trovare, era sparito. Lui era così. Ma la sua forza era la compassione: aveva un sorriso incredibile, Diego, come quelli di alcuni dei babilonesi, come Gilgamesh. Una giorno sono andato con lui a vedere il Boca ed era una partita minore: urlava, si dimenava, era come un terremoto, riempiva lo spazio intorno a sé».

Nel docu-film ci si sofferma molto sul lato politico di Diego: ma era davvero di sinistra? «Non lo era strutturalmente, andava ad istinto e sentiva che c’erano delle ingiustizie, direi neocoloniali: in realtà mentre la sinistra moriva, lui ne è stato il più grande promotore. E non aveva riguardi per nessun potere. A Bill Clinton, per esempio, gliene disse quattro: era il periodo in cui era stato bandito dagli Usa. Poi c’è l’altro lato (la faccia oscura dell’idolo), con la frase celebre :«Pensate che giocatore sarei stato senza la cocaina». Ma sarebbe potuto esistere un altro Diego? «Credo di no: per poter dribblare sette giocatori a un campionato del mondo devi avere un’energia superiore. Per consumarla Diego, avrebbe dovuto rimanere sempre in campo, ma non era possibile. E quindi questa sovrabbondanza la sublimava così, con la dipendenza. E ha pagato».

Ci sono poi anche molti rimpianti sulla famiglia. «Un po’ era dispiaciuto veramente, un po’ recitava, faceva l’attore per davvero: in Argentina del resto sono molti inclini al sentimentalismo». Alla fine è morto solo, però: «Ha vissuto spontaneamente, d’istinto, troppo. Gli mancava forse un’educazione sentimentale, la base per non perdere mai di vista gli affetti importanti» In definitiva, quale altro calciatore potrà raccontare un giorno? «Nessun altro, cosa potrei dire di Cristiano Ronaldo? È perfetto, guadagna una montagna di soldi, ma dov’è la personalità? Che storie ci potrebbe raccontare?».

Il clip di Kusturica è divenuto subito virale perché racconta molto bene per immagini cosa abbia significato e significhi il fenomeno Maradona, non tanto per le scene di vita vissuta dell’ex-calciatore o per le gesta calcistiche – rese immortali proprio dal mezzo televisivo (specie nel momento del passaggio dal bianco e nero dell’epopea Pelè al tecnicolor moderno sublimato oggi dal dualismo Messi-Ronaldo) ma su questo andrebbe aperto un dibattito a parte – quanto per l’influenza immediata sulla gente, sulla quotidianità del tifoso, disposto a far di tutto anche solo per toccarlo con un dito, per rendersi conto della sua esistenza terrena.

Il 25 novembre 2020 (stesso giorno il cui, guarda il destino, se ne sono andati George Best ed il suo guru Fidel Castro) credo che verrà ricordato probabilmente come il giorno in cui morì il Calcio. Se questa disciplina sportiva è infatti molto spesso associata a concetti religiosi, Maradona non ne è stato solo un semplice profeta, ma un vero e proprio Dio fattosi uomo e sceso in Terra per i suoi fedeli praticanti. Se scaviamo ancor più in profondità, non solo attraverso la lente d’ingrandimento italiana, ma quella napoletana, scopriremo poi che Maradona va ben oltre qualsiasi concezione di divinità: non si può pensare alla città di Napoli senza Maradona e viceversa e quei due miracolosi scudetti delle stagioni 1986-1987 e 1989-1990 sono lì a testimoniare come il miracolo esista e sia avvenuto sotto gli occhi di tutti.

Divenuto immediatamente personaggio (da statuina del presepe), oltre che forse il calciatore più celebre della storia di questo sport, il nome di Maradona è stato spesso sinonimo di eccesso, a dimostrazione dell’assioma genio e sregolatezza; al suo nome, oltre che al significato sportivo, ne viene accostato un altro che lo identifica come fenomeno di costume. Lo vediamo quindi citato in opere che esulano dall’attività sportiva, lo vediamo al cinema, in televisione, alle feste, lo vediamo associato a qualsiasi cosa. Già il soprannome El Pibe de Oro non ha bisogno di spiegazioni, e dal 1986 in poi, dopo una sua celebre intervista, l’espressione “la mano de Dios” comincia a entrare nel linguaggio comune, con un enfasi ironica che la dice lunga.

Maradona non è stato estraneo nemmeno al vasto mondo musicale e il celebre esempio che ho voluto ricordare è appunto quello in cui Manu Chao dedica all’idolo argentino il brano La Vida Tombola. «Si yo fuera Maradona / Viviría como él / Si yo fuera Maradona / Frente a cualquier portería». Nel suo brano, Manu Chao sceglie di parlare di Maradona per via indiretta e sogna cosa accadrebbe alla sua vita se questa avesse preso una piega un po’ diversa, tipo se fosse stato lui stesso Maradona e le scelte che avrebbe compiuto.

Tutto quello che ha sarebbe stato moltiplicato all’infinito, dalle gioie agli eccessi, ma il cantautore non è deluso per come gli è andata, anzi. Ama la vita e si rende perfettamente conto che l’esistenza stessa è una giostra. Nei territori della Spagna così come in America Latina, la tombola e la sorte si ritrovano unite in vari esempi della letteratura, così come è possibile rintracciarne un legame in una popolare filastrocca per bambini: “La vida es una tómbola tom tom tómbola de luz y de color de luz y de color Y todos en la tómbola tom tom tómbola y todos en la tómbola tom tom tómbola Encuentran un amor Tómbola! En la tómbola del mundo, yo he tenido mucha suerte. Por que todo mi cariño, a tu número jugué”.

Per El Pibe de Oro hanno scritto e cantato brani tanti altri musicisti da Mano Negra a Valerio Iovine, dai Canova a Rodrigo Bueno sino ad arrivare all’immenso Pino Daniele, ma io ho scelto per onorare la sua memoria un pezzo che gli Stadio gli hanno dedicato nel 2000 dal titolo “Doma il mare, il mare doma” in cui Gaetano Curreri, Roversi e Fornilli parlano della vita e del destino burrascoso del più grande di tutti i tempi:
Non c’era niente da perdere
Solo un vulcano vicino
E in uno stadio un po’ verde
Un giocatore argentino.
Ma di questo racconto
Protagonista è il destino

Non ti dimenticheremo mai Diego, un amore al top, una vita senza tempo!

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