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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Io siamo una folla

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Prima di tutto, io vengo ad esistere in quanto me per la mia coscienza irriflessa. Questa irruzione del me è stata spesso descritta: io mi vedo perché mi si vede […] Ora la coscienza irriflessa è coscienza del mondo. Il me esiste dunque per essa sullo stesso piano degli oggetti del mondo […] Io per me sono solo un puro rinvio ad altri”. Ho appena concluso la lettura di un intrigante romanzo fondato su una storia vera che si occupa proprio di personalità ed identità, mi riferisco a “Una stanza piena di gente” scritto da Daniel Keyes. Racconta la storia di Billy Milligan, autore più o meno confesso di stupri e rapine, arrestato il 27 ottobre 1977 per essere sottoposto a un processo dall’esito scontato. Nel corso della perizia psichiatrica a suo carico, però, compaiono in lui diverse personalità, soggetti di età e sesso diversi, che parlano lingue diverse, che hanno capacità e passioni assolutamente contrastanti. Il numero complessivo arriva a 23 più una, quella che dovrebbe o potrebbe “fondere” le forze centrifughe del caos in un equilibrato essere umano. Vicende terribili e violenze infantili hanno innescato il lacerante processo di scissione e l’epilogo può essere sintetizzato da quanto Billy scrive a Keyes: “Solo chiudendo la porta sul mondo reale, noi potremo vivere in pace nel nostro”

A parte suggerire la lettura del romanzo che si presenta come una sorta di thriller psicologico, mi è parso utile andare a riprendere una antica conoscenza, Jean – Paul Sartre ed, in particolare, il passo della nostra apertura tratto dal suo “L’essere e il nulla”. Il tema inquietante, la domanda imprescindibile che, nella più o meno presunta normalità, nemmeno ci si pone data la supposta ovvietà della risposta, è: chi sono io? Nel caso di Billy “io siamo noi”, anzi, essendo impossibile la coesistenza in un’unità psichica di Ragen, un ventitreenne serbo croato di una ferocia animalesca mosso da istinto di protezione verso i più deboli, Arthur, un ventiduenne intellettuale e snob, una giovane lesbica, una bimba di pochi anni e tutti gli altri, è corretto affermare: “noi siamo io”! L’argomentazione sartriana è sottile e complessa, impossibile analizzarla nella sua totalità, mi limiterò ad assumere alcune affermazioni e a tentare di tradurle in un quotidiano più prossimo ad ognuno di noi. La consapevolezza di sé attraverso lo sguardo dell’altro, fenomeno che Sartre sottolinea nella vergogna e (a volte) nell’orgoglio, determina una sorta di scissione tra l’io per me e l’io in me. L’io che si incontra è ciò che esiste per l’altro, è un io che non mi appartiene né mai potrà appartenermi, “Io sono – scrive il filosofo – al di là di qualsiasi conoscenza, quel me che un altro conosce”. Ma questo mi angoscia, per l’altro io sono un dato del mondo, come è questa tastiera o la porta del mio studio, ma io mi so anche come “mia libera creazione coscienziale”. Ma rapportarsi con l’altro è fondamentalmente riconoscergli il diritto alla sua libertà e la sua libertà è possibilità prospettica, cioè la sua creazione di me in lui attraverso il suo sguardo, il suo mondo, il suo scorrere fuori di me. Posso far coincidere i due me stesso, quello per me e quello per l’altro?

Già la vicenda si complica: in un primo momento comprendo di aver colto la rappresentazione di me nell’altro ed aver acquisito coscienza dell’essere visto indipendentemente da come mi so; quindi prendo coscienza di divenire a seconda degli infiniti sguardi del mondo e che sono tenuto a riconoscere la libertà di quegli sguardi che mi reificano senza poterli determinare; infine mi rendo conto di trovarmi nel cuore di una spirale psico-ermeneutica che mi determina come altro da me, per sempre in fuga in ogni direzione intorno a me, rendendomi un vortice inarrestabile e inconoscibile. Se conoscenza è controllo, l’impossibilità di sapermi mi annienta! La conclusione di Sartre è, forse, meno drammatica: “Non è, a dire il vero, che io senta di perdere la mia libertà per diventare una cosa, ma essa è laggiù, fuori della mia libertà vissuta, come un attributo dato dell’essere che io sono per l’altro”. Mi sembra che si possa affermare che la tragedia di Billy che, ad alcuni, è parsa un’esagerazione psicanalitica, in qualche misura si consumi nella realtà esistenziale e quotidiana di ognuno di noi. Forse può apparire un’ iperbole da psicologi e filosofi, un pensiero solo pensabile e mai verificabile nella nostra vita di persone comuni, con problemi più pratici come la rata del mutuo o il fastidio provocato dalle liti dei vicini, ma vorrei alleggerire e avvicinare tutto il nostro argomentare proprio al nostro “tuttigiorni”:

Sicuramente, con un pizzico di impegno, ognuno riesce a riportare alla propria memoria presente il ricordo di un appuntamento importante, che fosse di lavoro o d’amore in fondo non è rilevante, preferisco esemplificare con il secondo caso perché il coinvolgimento emotivo si riveste inevitabilmente di ben altri sapori. Bene: provate a rappresentarvi i preparativi, come avete curato la vostra persona, la scelta del profumo o del dopobarba, l’attenzione nell’abbigliamento, magari avete deciso di indossare quel capo che “porta bene”. Non era solo scaramanzia o desiderio, il tutto si basava sulla precisa consapevolezza sartriana che sareste stati esattamente quello che l’altro avrebbe rappresentato a sé all’interno dei margini di libertà creativa e rappresentativa con i quali anche lui/lei si stava preparando all’appuntamento. Sapevate anche che l’esito positivo o meno dell’incontro avrebbe gratificato o ridimensionato la vostra autostima, vi avrebbe reso felici e, quindi, ottimisti, disponibili oppure frustrati e intimiditi. Una volta all’appuntamento, ipotizziamo per comodità una cena, avreste cercato di essere simpatici, interessanti, se possibile addirittura affascinanti, mettendo in campo quelle che reputavate le vostre migliori qualità ma anche pensando a quali delle stesse sarebbero risultate più gradevoli al vostro commensale, forse anche immaginando che la stessa operazione stesse consumandosi nell’altro campo. Paradossalmente la serata sarà stata vantaggiosa se il partner non avrà deciso di frequentarvi, lo so, sembra assurdo, ma in caso contrario il vostro successo sarebbe risultato una inconsapevole gabbia comportamentale che l’altro vi ha, più o meno deliberatamente, chiavato addosso. E lo stesso avrete fatto voi … e poi? Gli appuntamenti successivi? Come essere sempre adeguati al ruolo senza rinunciare a quello che pensiamo di “essere realmente”, oppure ci scopriamo a divenire il personaggio interpretato, il riflesso di noi che cogliamo nello sguardo innamorato di ci ci è ora così vicino?

Certo, solo un trauma terribile può indurre una psiche a disintegrare un “Billy” in 24 altri, ma piccole sconfitte quotidiane, innumerevoli microscopiche rinunce ci fanno perdere di vista la coscienza fluida e mutevole che siamo, quella folla di possibilità che ogni giorno potremmo incontrare in noi, che, certo, potrebbe spaventarci; ma se tutti imparassimo a ri-conoscerci ogni giorno, non potremmo con gioia ed un sorriso incontrare infiniti altri intorno a noi senza la necessità di ingabbiarli per collocare una targhetta all’esterno delle sbarre con scritto un nome, una specie, una data, che non avranno mai modo di esprimere a noi chi rimarrà da solo dall’altra parte delle sbarre.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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