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Il piano di Conte per arrivare a Natale: venti giorni di vita vera e poi tutto chiuso per le feste

Dopo bar e ristoranti ora la crisi colpisce gli alberghi. Il caso della Lombardia

Savona. È in arrivo una ordinata confusione in mezzo ai molteplici DPCM di Conte, tra rimbalzi e divergenze con le Regioni. È il caso di spiegarsi meglio: si intravvede il cammino che il governo vuol percorrere da qui a Natale, che si ricava dalle dichiarazioni di Toti, da quelle del Presidente del Consiglio e da qualche autorevole spiffero di palazzo.

Il piano sarebbe questo. Intanto, lasciare le cose come stanno, cioè le zone con i colori di oggi, a meno di dati catastrofici. Toti esclude la zona rossa, sostiene che potremmo anche scendere da quella arancione, in cui siamo, a quella gialla, ma che è meglio essere prudenti.

Si potrebbe così arrivare al 3 dicembre, data in cui il governo intende allentare in qualche modo le restrizioni in tutto il Paese per gli acquisti di Natale, dare un minimo di fiato (ma proprio un minimo) a negozi e a bar e ristoranti, che potrebbero così riaprire pur con tutte le cautele del caso. Il cosiddetto coprifuoco verrebbe spostato dalle 22 alle 23 o anche a mezzanotte per far circolare un po’ di più la gente anche di sera: una botta di vita.

La nuova, inevitabile mazzata, arriverebbe dalle parti del 21 o 22 dicembre per chiudere il più possibile – con modalità ancora da stabilire – ed evitare cenoni con troppe persone, per non parlare dei veglioni di Capodanno.

Senza rigide disposizioni durante le feste, ripetendo così gli errori del ‘liberi tutti’ in estate, il rischio sarebbe quello di provocare una terza e fatale ondata di contagi.

Di turismo per le festività, con Piemonte e Lombardia in zona rossa, manco a parlarne. A proposito di Lombardia. I fratelli milanesi sono indispensabili come i piemontesi alla nostra economia, ma se non si risolve il problema alle radici non si va da nessuna parte. La Lombardia è sempre stata e resta l’epicentro del contagio, che da lì è partito, e se non si crea attorno ad essa una cintura sanitaria saremo sempre da capo. Il presidente Fontana parla però di uscire addirittura dalla zona rossa ed ecco dunque che non approderemo a nulla.

L’asticella della riapertura per la quasi totalità degli alberghi si sposta comunque in primavera, con un quadro ancora tutto da decifrare. Dopo bar e ristoranti (la cui chiusura, lo ripetiamo, è del tutto immotivata) ad andare in sofferenza sono ora gli hotel, molti dei quali (quelli che devono pagare l’affitto) si trovano ormai sull’orlo della bancarotta. I ristori sono in ritardo o del tutto insufficienti anche solo a coprire le spese in attesa di tempi migliori. Fate due calcoli, indotto compreso, e vi renderete conto del disastro per l’economia di un territorio che vive soprattutto di turismo.

Ieri (leggi qui), abbiamo ipotizzato forti ritardi nel ritorno alla normalità pre Covid perché troppi italiani sono restii a farsi vaccinare.

Gira aria che siano in aumento coloro che chiedono (ipotesi comunque improbabile) di rendere il vaccino obbligatorio. Ieri se n’è fatto autorevole portavoce Enrico Mentana, direttore del Tg della 7, il quale, nell’edizione delle 20, ha ricordato come le vaccinazioni obbligatorie ai tempi della sua infanzia abbiano cancellato gravi malattie dalla faccia dell’Italia, e come le terribili conseguenze del Covid non possano essere trascurate, a cominciare dal numero dei morti per cui l’Italia sembra essere, senza che se ne sia capita la ragione, al primo posto al mondo in rapporto al numero di abitanti e non solo.

La speranza era (è) quella che un vero ritorno alla normalità possa provocare un miracolo economico come quello del Dopoguerra grazie all’intraprendenza di noi italiani, anche se allora c’era il piano Marshall e questa volta dovremo invece restituire un sacco di soldi all’Europa. Ma a quel punto dobbiamo ancora arrivarci…

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