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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

E’ un amico?

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Ho esitato un po’ prima di scrivere che “avrei dato volentieri la vita per un amico”, ma anche ora, a trent’anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia” è un passo molto intenso tratto da “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, tradotto e pubblicato in italiano nell’89. È parte di una trilogia che ha per cardine l’orrore del nazismo. Il racconto incomincia dal 1932, quando l’ascesa di Hitler era alle porte, a Stoccarda, dove si incontrano e diventano “amici” due adolescenti, Hans, il narratore, e Konradin von Hohnfels, bello, elegante e figlio di una ricca famiglia nazista. I genitori di Hans, pur ritenendosi profondamente tedeschi, sono di origine ebrea: le conseguenze sono inevitabili. L’autore afferma, non molte pagine dopo la citazione d’apertura, che “i giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un’ innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata”, insomma, quella che potremmo riconoscere come una definizione di amicizia. Il tema centrale, infatti, oltre alla denuncia dell’assurdo ignobile che fu il nazismo, è quello dell’amicizia tra i due ragazzi. Hans sarà costretto a fuggire per salvarsi dalle persecuzioni anti semite, Konradin diverrà un ufficiale nazista. Hans si sentirà tradito ma, questo il lieto fine che giustifica il titolo del romanzo, a guerra conclusa scoprirà che l’amico era stato condannato a morte per aver tentato di assassinare il Fuhrer.

Ricordo di aver amato molto il romanzo quando lo lessi la prima volta appena uscito in Italia, “ritrovandolo” ora, lo stesso romanzo per un diverso lettore, mi sono soffermato maggiormente sul concetto di amicizia che vi si rivela. Amico è chi non viene meno alle tue aspettative? È chi ti conferma l’idea che hai di lui? Molti prima e più importanti di me si sono cimentati con la definizione di amicizia, non oso misurarmi con loro, mi limito a qualche considerazione che spero rispecchi “un pensiero altro”. Il “maestro di color che sanno” individua tre tipi di amicizia, quella basata sul piacere, oppure sull’interesse o sulla bontà, sostiene che gli amici debbono avere il medesimo fine, devono fidarsi e devono avere tempo per costruire il rapporto. La moderna psicologia arriva a quantificare questo tempo in almeno 200 ore condivise! Non mi sono mai piaciute queste schematizzazioni, ma non riesce a soddisfarmi appieno nemmeno l’ottica aristotelica. Non mi permetto di contestare la fondatezza delle affermazioni dello stagirita, ma non mi risolvono del tutto il quesito. Anche il suo maestro, Platone, e ancor prima Socrate, sempre per quanto afferma Platone stesso, hanno tentato di chiarire la questione, in particolare nel Liside. Nel dialogo Socrate interroga prima Menesseno ma l’ ipotesi di quest’ultimo di identificare l’amicizia con l’amore viene smontata sommariamente dal filosofo negando quanto “il poeta” farà dichiarare a Francesca: “amor che nullo amato amar perdona …”, si rivolge quindi a Liside e qui ha inizio il peculiare argomentare socratico platonico teso alla ricerca della definizione e fondato sulla necessità logica dell’esistenza della stessa. Non mi dilungo oltre nell’analisi delle tesi socratiche che riescono a passare da certezze pseudo teologiche come “il dio conduce sempre il simile verso il simile”, a interrogativi quali “che utilità può trarre un individuo da qualcuno che gli è simile e che quindi ha le sue stesse capacità?”. Argomentazione che fa passare surrettiziamente il concetto che l’amicizia di fondi sull’utile, concetto ribadito nell’esempio socratico del rapporto tra il malato ed il medico che, secondo questa logica, sarebbe amicale. La parte più interessante, a mio vedere, è il momento cosiddetto aporetico, quando il dialogo si conclude lasciando insoddisfatta la richiesta di definizione dell’amicizia che lo ha innescato.

Preso atto che nemmeno i grandi del pensiero sono riusciti a definire l’amicizia, possiamo però affermare che non è amicizia un rapporto fondato sul bisogno di non essere solo; non può esserlo nemmeno se il fine è avere chi è sempre e comunque dalla tua parte, o perché incapace di un pensiero diverso o per paura di perderti; non è possibile nemmeno da adulti pensare all’amicizia come a quel sentimento che ti legava al compagno di giochi o di classe. Ma, in questo modo, abbiamo solo trovato cosa non può essere detta amicizia. Una possibilità per scoprire chi è tuo amico, insegna il buon senso popolare, è guardare chi rimane con te quando le cose non ti vanno bene, nell’abbondanza è facile avere molti amici che, esperienze comuni, credo, scompaiono nelle difficoltà. Una facile citazione è la frase di Albert Camus: “Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico”, bella, ma poco utile al nostro scopo, suggerisce solo che amico è chi ti cammina al fianco, credo non riesca a chiarire il tema. Chi ci cammina al fianco è comunque un amico? Provoco: quanti possono affermare davvero che il partner è un amico? Quanti hanno degli “amici” ai quali raccontano quello che non rivelerebbero mai al compagno che cammina loro al fianco?

Il mio caro amico Federico, al secolo Nietzsche, dedica alcune pagine dello Zarathustra all’amicizia dalle quali estrapolo qualche riga: «C’è sempre uno di troppo intorno a me». Così pensa il solitario. «Sempre uno via uno, a lungo andare ciò finisce per far due». Io e Me conversiamo insieme con assiduità troppo viva; come si potrebbe sopportare ciò, se non ci fosse di mezzo un amico? L’amico è sempre un terzo per il solitario; e il terzo è il sughero che non permette che il discorso dei due cada nel fondo. Ohimè, ci sono troppe profondità per i solitari. Perciò essi provano ardente desiderio d’un amico che li tragga in alto” e, poco più oltre, ancora più illuminante a mio vedere “Vedesti già il tuo amico dormire, per sapere che aspetto abbia? Che cos’è altrimenti il volto del tuo amico? È il tuo viso, riflesso in uno specchio rozzo e imperfetto”. Forse non sappiamo spiegare con precisione cosa sia un amico, ma tanto più siamo capaci alla vita, all’amore, al pensiero profondo, tanto più avvertiamo l’urgenza di un amico. Ed ecco la pregnanza della seconda citazione: se non sai vedere il volto del tuo amico mentre dorme, mentre si disvela libero dalle censure proprie, del mondo, soprattutto dalle tue, in lui non sai vedere che il tuo volto distorto. Consentigli di liberarsi, di non dover fare fatica, di non doversi vendere almeno a te, allora saprai cos’è un amico e saprai qualcosa in più anche su di te riflettendoti nella sua bellezza liberata.

Da qualche parte ho letto un’affermazione di Muhammad Ali sull’amicizia e me la sono appuntata, diceva che: “L’amicizia è la cosa più difficile al mondo da spiegare. Non è qualcosa che si impara a scuola. Ma se non hai imparato il significato dell’amicizia, non hai davvero imparato niente.” Ha certamente ragione il grande campione, ma ancora una volta non ci aiuta nella nostra ricerca. Ma forse la questione è stata mal posta, voglio dire, se invece di domandarci se qualcuno è un amico per comprendere cosa significa per me amicizia, rovesciassi i termini e mi interrogassi per capire quanto io sono amico di qualcuno, in quel caso credo che l’interrogativo più illuminante sarebbe: sarei più felice a sopportare io il dolore che sta provando piuttosto che vederlo soffrire?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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