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Intervista al presidente del comitato regionale arbitri Vicinanza: “Concordare con meno vincoli nelle designazioni sinonimo di un salto culturale”

Numerosi i temi toccati dal numero uno del CRA Liguria in occasione della diretta del lunedì organizzata dalla Asd Cairese

Quali sono le caratteristiche di un buon arbitro? È importante avere alle spalle un’esperienza da giocatore? Quali sono i criteri con i quali vengono designate le terne arbitrali e come vengono valutati gli arbitri? Il VAR, progresso o un abdicare all’accettazione dell’errore? Questi e non solo i temi di cui il presidente del comitato regionale arbitri Fabio Vicinanza ha discusso lunedì sera nel corso del programma ‘t li soì cos’a ra fò ra Cairèis?, in diretta sulla pagina Facebook della Asd Cairese.

“Avere un’esperienza di campo sarebbe fondamentale. Tuttavia, qualche anno fa ho fatto un sondaggio dal quale è emerso che circa il 75% dei ragazzi che arbitrano non ha mai giocato. E tra quelli che hanno esperienza di calcio giocato alcuni arrivano al massimo alla categoria allievi”. La domanda, posta dagli addetti stampa gialloblù, nasce dal fatto che domenica in occasione del match tra Cairese e Finale l’arbitro Romeo ha lasciato a tutti un’ottima impressione. “Romeo ad esempio – continua Vicinanza – ha giocato a buoni livelli e dunque si nota una certa lettura della gara. Detto questo, lavoriamo con chi abbiamo e invitiamo sempre i giovani arbitri a guardare più partite possibili. Diventare arbitri implica studio e osservazione dei comportamenti di tanti direttori di gara. Poi, in Italia abbiamo un’ottima scuola e in Liguria c’è un’ottima tradizione“. Infine, una nota simpatica: “Penso – conclude il discorso sul tema – che il carattere un po’ chiuso e serioso di noi liguri, sebbene in fin dei conti abbiamo un cuore grande, sia perfetto per fare l’arbitro“.

Fabio Vicinanza identifica nella personalità la caratteristica più importante di un direttore di gara: “Cercare questa dote in ragazzi tra i 20 e i 25 anni non è affatto facile così come non è facile arbitrare le partite, dove l’arbitro è un uomo solo contro tutti. Non vi sono arbitri maleducati, ma le reazioni forse eccessive sono forme di difesa quando manca un po’ di esperienza. In Liguria, poi, soprattutto in determinate realtà come nel genovese c’è sempre un ‘mugugno’ continuo e viene difficile mantenere la concentrazione. Aiutare l’arbitro contribuisce a far sì che sbagli di meno. Per spiccare il volo, un arbitro deve avere una gran voglia di arrivare abbinata a una ferrea applicazione”. Un commento anche sulla valutazione dei “fischietti”: “In primis – afferma – si valuta la difficoltà della partita e l’equilibrio nel fischiare i falli, cosa a cui tengono molto i giocatori a cui dà fastidio non capire il metro dell’arbitro. Valutiamo anche la gestione dei provvedimenti disciplinari, la parte atletica e l’aspetto comportamentale, ovvero la personalità che messa in mostra”.

Talvolta, capita di vedere terne completamente genovesi dirigere gare tra savonesi e squadre del capoluogo regionale o viceversa, come accaduto in occasione della prima partita di campionato tra la Cairese e la Sestrese. “Questo è stato un cambiamento che ho portato durante la mia presidenza – inizia Vicinanza – perché solo chi lo fa si può rendere conto della difficoltà di designare gli arbitri tenendo conto dei vincoli territoriali. Tante volte accadeva che per tenerne conto capitava di dover inviare arbitri meno bravi. Quindi mi sono chiesto se tutto ciò avesse senso. Qualsiasi professionista fa bene per se stesso. E gli arbitri non fanno eccezione. Ad esempio, in Serie A l’unico vincolo è provinciale. Il nostro unico filtro è che l’arbitro non deve lavorare o vivere nella città di una squadra. Per Genova, chiaramente, guardiamo al quartiere dove abitano o lavorano. Il tutto per poter sempre schierare ‘la miglior formazione possibile’ e per una crescita culturale. L’arbitro lavora per se stesso e per far bene, indipendentemente dalle squadre che dirige“.

“Per fare l’arbitro ci vuole una sorta di vocazione. Anche in questo settore, come nel calcio, c’è una crisi”, ammette Vicinanza, che poi aggiunge:  “Tanti ragazzi mollano perché non riescono a sopportare la pressione che un mondo per certi aspetti violento come quello del calcio pone su di loro. Ho visto anche molti ragazzi alle prime armi piangere a fine partita. Sarebbe necessario che si provasse maggiormente a immedesimarsi negli arbitri. Quanto è difficile anche solo arbitrare una partitella? Se non li aiutiamo, poi scappano. Le società dovrebbero avere una cultura così ampia da poter individuare ragazzi al loro interno che non sono proprio dotati per giocare ma che per un certo modo di essere potrebbero essere adatti a fare gli arbitri. Arbitrare da un punto di vista dell’essere umano è un’esperienza non indifferente perché abitua a decidere e a prendere delle responsabilità”.

In conclusione, uno sguardo al calcio dei professionisti e alla novità recente ma ormai entrata a pieno titolo nelle nostra abitudini. Il VAR è una sconfitta perché significa cercare di eliminare l’errore invece di accettarlo come parte integrante del gioco? “Confesso una battuta che faccio quando mi chiedono di gare di Serie A: ‘non guardo il calcio minore’. Penso che il calcio vero e le emozioni vere siano ormai quelle che si vivono nei campi di provincia dove il calcio è più autentico. Quanto è brutto dopo un goal fare una mezza esultanza e guardarsi intorno per capire se lo rivedono? Il calcio è bello perché c’è il fattore X dell’imprevisto. Purtroppo ormai questa innovazione c’è e dobbiamo tenerla”.

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