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Il loanese Pietro Torterolo protagonista della “Notte di Taranto”, la Pearl Harbor italiana

Il 23enne sergente cannoniere di pezzo era a bordo della corazzata Cavour. Insieme ad un altro loanese "misterioso"

Loano. C’è anche un po’ di Loano nella storia della “Notte di Taranto”, cioè l’attacco aereo che nella notte tra l’11 ed il 12 novembre 1940 portò alla distruzione di parte della flotta della Regia Marina Italiana, di stanza proprio nel porto pugliese. A bordo della corazzata Cavour, infatti, c’era anche il 23enne loanese Pietro Torterolo, sergente cannoniere di pezzo.

Lo scenario storico: la base navale di Taranto era dotata di bacini di carenaggio molto attrezzati e disponeva di un arsenale dotato di pezzo di ricambio e armi, perciò era il luogo ideale per le riparazioni delle navi danneggiate. Inoltre, per la sua posizione, era il punto di partenza ideale per le incursioni della Marina nel Mediterraneo centrale.

Per questi motivi, il comandante della Royal Navy, l’ammiraglio Andrew Cunningham, decise di mettere in piedi una vasta operazione per attaccare le unità navali italiane dislocate nella base di Taranto e rendere il porto del tutto inutilizzabile. L’attacco venne programmato per la notte tra l’11 ed il 12 novembre 1940 e perciò tra un mese esatto ne verrà “celebrato” l’ottantesimo anniversario.

In quei giorni a bordo della corazzata Cavour c’era anche Pietro Torterolo, sergente cannoniere che prima della guerra aveva partecipato alla rivista navale tenutasi nel 1938 a Napoli, davanti a Mussolini e Hitler, e nel primo periodo del conflitto aveva preso parte anche ad alcuni scontri navali.

Al momento dell’attacco, come detto, Torterolo era a bordo della Cavour, che fu colpita da un siluro che causò una falla di grandi dimensioni. Ecco il racconto di quella notte così come tramandato dallo stesso sergente e riportato sul sito trentoincina.it su indicazione del figlio di Pietro, Nando.

All’alba un siluro ha colpito il deposito del grosso calibro, che fortunatamente non è esploso dandoci il tempo di raggiungere la poppa della nave, ormai innalzata sul pelo dell’acqua, mentre la prua stava affondando. In acqua c’erano già molti altri marinai, gettatisi dalle murate. Tragicamente rimasero uccisi dalle eliche delle navi cisterna accorse in aiuto. Dalla sommità della poppa ho atteso ancora qualche istante prima di tuffarmi in acqua lontano dalle navi cisterna. A nuoto ho raggiunto una boa di sbarramento. Sono rimasto aggrappato alla boa per alcune ore sino a quando non è sopraggiungo un rimorchiatore che mi ha portato in salvo.

L’attacco avrebbe causato almeno 52 morti e la distruzione di tre delle cinque corazzata. Ciò avrebbe spinto i vertici della Marina a spostare la flotta a Napoli.

Dal canto suo, Pietro Torterolo è stato insignito della “Croce al Merito di Guerra”.

Pietro Torterolo Loano

Nonostante sia avvenuto (quasi) 80 anni fa, le “conseguenze” della “Notte di Taranto” sono giunte fino a noi, almeno per Pietro Torterolo e per la sua famiglia. Tra i suoi commilitoni e amici, infatti, c’era anche un certo Carlo Catalano, anche lui salvatosi dall’attacco. Qualche anno fa il figlio di Pietro Torterolo, Nando, è stato rintracciato dai digli di Carlo Catalano, Giuseppe e Giovanni. E tra loro è nata una bella amicizia.

“Con la mia famiglia sono andato a trovarli a Napoli – racconta Nando Torterolo, ex geometra del Comune di Loano – Quando ci siamo incontrati abbiamo avuto una strana sensazione, come se ci conoscessimo da tanto tempo. Si è instaurato un bel rapporto, siamo rimasti in contatti ed ogni Natale ci scambiamo dei regali”.

Evidentemente, quel senso di fratellanza e apparentamento che si crea sotto le armi è qualcosa che non accomuna soltanto i “fratelli in armi” ma si incide nel Dna e viene trasmesso anche alle generazioni successive.

Un loanese, dunque, tra i protagonisti di quella che qualcuno non ha esitato a definire “la Pearl Harbor italiana”. O magari due loanesi: “Al momento di iniziare il turno – racconta ancora Nando Torterolo – mio padre ha preso il posto di un altro marinaio di Loano, anche lui a bordo della Cavour. Il suo sopranome era ‘U forte’ ma non saprei dire con precisione chi fosse”.

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