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Picchiata dal marito anche in gravidanza, trova la forza di denunciare: la storia di “Maria” di Savona

La donna (nome di fantasia) ha scritto una lettera carica di sentimento e ringraziamenti alla questura di Savona

Savona. “Maria ci invia una mail a gennaio 2020, dopo l’esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere, emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Savona, Dott.sa Ceccardi, su richiesta del Pubblico Ministero Dott.sa Milocco, a seguito delle indagini condotte dalla seconda Sezione della Squadra Mobile di Savona- Sezione specializzata nei reati contro la persona”.

A raccontarlo è la Questura di Savona, destinataria di una lettera da parte di una donna di Savona “Maria” (nome di fantasia) che, al termine di una bruttissima storia di violenze domestiche, ha deciso di raccontare nella missiva la sua esperienza e di ringraziare sentitamente la Questura savonese per il supporto e il grande lavoro svolto.

Questi i fatti di cronaca sulla vicenda, riportati direttamente dalla Questura: “Qualche giorno fa, R.G., 40 anni, viene condannato dal Tribunale di Savona a 10 anni e 5 mesi di reclusione per i reati commessi in danno di Maria, sua ex moglie e madre del loro bimbo di 5 anni. I fatti risalgono al giugno 2019, quando Maria  si reca al Pronto Soccorso dell’ Ospedale di Savona, dove viene medicata e dimessa con una prognosi di  giorni dieci, per le lesioni che le erano state provocate dall’ex coniuge”.

“Il medico del Pronto soccorso nota nella donna un forte stato di paura, oltre ai lividi, e allerta le Forze dell’Ordine. Personale della Polizia di Stato parla con la donna in lacrime, e inizia l’indagine per  maltrattamenti in famiglia. La donna racconta che l’ultimo litigio è scaturito perchè il loro bimbo di 4 anni era stato condotto sull’autovettura dal papà senza essere stato assicurato  nell’apposito  seggiolino e quindi sbatte la testa e riporta  un trauma facciale”.

“Il marito  non accetta di essere ripreso dalla donna e la percuote violentemente, davanti al figlio, tanto da rendere necessario l’accesso in Pronto Soccorso. Dal racconto emerge una grave situazione di maltrattamento ad opera del coniuge durante la convivenza (instauratasi nel gennaio 2015) e proseguiti anche a seguito della separazione giudiziale, avvenuta nel dicembre 2018. Vengono ricostruiti  nei particolari i diversi episodi di prevaricazione dell’uomo  e riscontrati con elementi oggettivi, anche grazie alla testimonianza di diverse persone che hanno sentito o assistito e non si sono sottratti al dovere civico e giuridico di testimoniare la realtà degli accaduti”. 

“La donna sporgeva poi formale denuncia in  presenza di una psicologa e riferiva  di aver appreso nel novembre 2014 che il compagno, con il quale aveva  allacciato una relazione sentimentale scoprendo di aspettare un figlio,  faceva uso di cocaina. L’uomo inizialmente tranquillo, che si limitava a fare qualche “serata” in compagnia degli amici, con l’abuso di sostanza stupefacente, che con il tempo  incrementava, con il passare del tempo dimostrava un  comportamento intollerabile, dall’assoluto  disinteressamento nei confronti della compagna, a scene di forte gelosia, strattonamenti, che l’indagato mascherava come un comportamento scherzoso, parole arroganti e denigranti, fino ad un’escalation di violenza, colpendo con forza la compagna anche durante la gravidanza”.

“Una scelta senz’altro dolorosa e non facile, quella di denunciare il proprio compagno, padre di tuo figlio, ma assolutamente necessaria per uscire dal vortice della violenza intra-familiare. Un monito per le donne in difficoltà, che esitano e continuano ad accettare che la violenza sia parte della loro vita. Un esempio  e di efficacia, di competenza degli operatori, che con passione hanno lavorato e condotto l’indagine nel rispetto  del dovere giuridico e con attenzione alle difficoltà della persona offesa”.

Ecco la lettera di “Maria”: Alla Questura di Savona, a tutti Voi. Mi chiamo Maria. Alcuni di voi mi conoscono, altri  forse no. Io sono una delle tante che la violenza l’ha vissuta. Una delle ancora poche che l’ha denunciata. Perché denunciare non è facile. Per la paura, la vergogna, perché “le donne denunciano ma nessuno le protegge”, perché “tanto lui si fa due anni e quando esce la ammazza”.

Sapete una cosa? Quelle frasi lì, quei pensieri lì erano anche i miei. Lo sono stati per tanto tempo. I giorni passano, uno dopo l’altro, uno peggio dell’altro e ti convinci che nessuno possa salvarti che nessuno ti tenderà mai una mano mentre stai annegando. E Dio solo sa quando tu la vorresti afferrare, quella mano. Ma non c’è. Non ancora. Perché nessuno ancora sa in che mare tu sia caduta.

Ecco, Io il mio mare l’ho raccontato A luglio, che faceva caldo ma lio tremavo. E voi di mani me ne avete date molte. Più di una. Mi avete riportata su, in superficie. Zuppa e malconcia, ma viva. Mi avete ascoltata quando stavo in silenzio. Mi avete fatta sentire fortissima in quei 50 Kg di vita spaccata. Mi avete dato tanti fazzolettini e mai un giudizio. Mi avete chiesto senza mai essere indiscreti o giudicanti o uno scalino sopra. Mi avete rispettata. Avete rispettato me, i miei tempi, la mia testa. Mi avete fatta sentire al sicuro.

E allora io vi dico che dirò, racconterò il lavoro che avete fatto, come lo avete fatto. Racconterò che ci cono stanze, in un palazzone di Savona, dove piovono litri di caffè e coraggio. Dove hai male ovunque e quei “stai tranquilla, ce la farai” diventano medicine potentissime. Racconterò che la paura uccide due volte. Ma puoi sempre ucciderla tu ancora prima della prima. Racconterò che c’è chi non teme il male, lo insegue, lo guarda dritto negli occhi, lo blocca. Per te.

Io non so come finirà. Ma so come è iniziata. So com’ero e come sono ora. So che sono al sicuro. E quindi grazie. Di cuore, col cuore. A tutti che siete tantissimi. A tutti ed a qualcuno in particolare. Grazie al Poliziotto che è stato la lente giusta per la mia vista completamente annebbiata. Alla psicologa che mi ha tenuta per mano, ma mi ha tenuta davvero.

Grazie alla poliziotta bionda, quella leonessa lì, che ha cercato di non piangere per me ma ha pianto con me. Lei sa. Grazie a F. e a tutti i poliziotti che mi hanno fatta sentire al sicuro senza mai farmi sentire debole.

E alla fine, un grazie speciale alla poliziotta C., che è vero, sapete, che ognuno di noi ha un proprio posto sicuro. Per me è lei. Per quello che mi diceva senza dire e quello che mi diceva facendosi sentire. Per i “dai Maria forza”

Grazie perché voi ne avete viste mille ma io ho visto solo voi. Siete stati l’aria dopo l’apnea. Che io, da sola, da quelle onde lì non credo ne sarei mai uscita. Melville ha scritto “La vita è tempesta. E tempesta sia”. Lo è stata. L’ho attraversata e ora respiro. Mi avete salvata Siate fieri.

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