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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Orgoglio del disprezzo

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo”. È questa una delle più citate e commentate fra le “Tesi su Feuerbach” di Karl Marx, un testo redatto nel 1845 e pubblicato da Friederich Engels dopo la morte dell’amico e sodale pensatore in collaborazione col quale aveva prodotto il ben noto “Manifesto del Partito comunista” nel 1848. Engels collocò le “Tesi” in appendice al suo lavoro del 1888 titolato “Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca”; è interessante la notazione poiché con questi scritti possiamo datare la fondazione di quella filosofia della prassi che è alla base del pensiero rivoluzionario che si svilupperà nell’attività dei vari movimenti operaisti e comunisti che sfoceranno nella Rivoluzione bolscevica del 1917. Sarebbe interessante approfondire quanto l’affermazione marxiana sia stata più o meno deliberatamente fraintesa e quanto utilizzata di conseguenza, mi riferisco alla interpretazione della stessa come una sorta di pressante invito ai filosofi a superare il ruolo di pensatori per divenire operativi, una sorta di “rivoluzionari professionali” ante litteram per dirla con le parole di Lenin. Insomma, secondo questa lettura Marx avrebbe inteso il filosofo non solo come un teorico ma anche e, forse, soprattutto come un pragmatico.

Per chiarire questo aspetto sarebbe indispensabile inserire la formazione e la maturità della filosofia marxiana in quel variegato laboratorio del pensiero che è stato il dibattito post hegeliano, non è questa ovviamente la sede, ci basti sottolineare l’urgenza espressa da gran parte delll’intellighenzia dell’epoca, seppure in forme a volte assolutamente antitetiche, di far nascere una filosofia capace di abbandonare l’iperuranio per divenire capace ad offrire risposte al quotidiano, ai problemi non solo di sistema, alle contraddizioni esistenziali che caratterizzavano il XIX secolo europeo e che preparavano i sanguinosi eventi del secolo successivo. Ma limitiamoci all’oggetto di questo incontro: è possibile lecito e doveroso cambiare il mondo? Se ogni uomo è prodotto dalla realtà nella quale si trova ad essere “gettato” del tutto casualmente, per dirla con Heidegger, e diviene inevitabilmente il frutto dell’azione del sistema che lo precede e lo accompagna nel corso della sua esistenza, come potrebbe anche solo provare a modificare ciò che lo determina? Come sarebbe possibile un originale cambio prospettico capace di produrre ipotesi rivoluzionarie? La risposta di Marx a questi, mi sembra, logici interrogativi la possiamo ricercare nella tesi numero 3 del medesimo testo: “La dottrina materialistica, secondo la quale gli uomini sono prodotti delle circostanze e dell’educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano le circostanze e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa è perciò costretta a separare la società in due parti, una delle quali sta al di sopra dell’altra. La coincidenza nel variare delle circostanze dell’attività umana, o autotrasformazione, può essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria.”

Sono convinto che la tesi numero tre sia fondamentale per cogliere la forza e le fragilità del pensiero rivoluzionario e non solo marxiano: se è vero, come afferma Marx e condivido, che sono gli uomini a generare quel sistema che poi, in un assurdo cortocircuito logico ed esistenziale, li va a determinare, se è necessario educare l’educatore ma chi lo educa è espressione della cultura che lo ha formato, la stessa che dovrebbe educare a modificare, se si deve pervenire all’autotrasformazione come prassi rivoluzionaria, chi e come può essere capace di produrre un pensiero fuori dal sistema, ciò che in questa rubrica abbiamo chiamato “un pensiero altro?”. Non si correrebbe il rischio, molto hegeliano ritengo, di reputarsi depositari di verità che, per il bene collettivo, devono essere inculcate nella mente di ogni singolo per renderlo adatto a quella “società della gioia” nella quale tutti pensano allo stesso modo e, di conseguenza, trovano un’assoluta omologante armonia nell’uniformità comportamentale? Come riconoscere le reali differenze tra una dittatura di destra o di sinistra (uso queste parole con il senso che possedevano nel secolo scorso) o un sistema di libero mercato dove tutti sono, deliberatamente o meno, uniformemente “produttori – consumatori”? Chi potrebbe farlo? Un singolo, l’eccezione, colui il quale sa comprendere i problemi che l’uomo comune nemmeno percepisce , quel singolo capace di produrre ed imporre agli altri un pensiero rivoluzionario? Deve essere una classe sociale intera? Dobbiamo attendere un genio? Un messia? Un capopopolo? L’insorgere di un’autocoscienza collettiva o di classe? La formazione deve partire dalla scuola? Dalla famiglia? Da un’istituzione? Laica? Religiosa?

Il pericolo già paventato dall’amico Immanuel Kant, il pericolo del fanatico, si nasconde in tutte le ideologie e la storia elenca un tragico numero di esperienze cruente che non sto ad elencare in quanto certamente note a chiunque. Se poi il “grande fratello” orwelliano non è un singolo ma un apparato la questione diviene ancor più tragica sollevando il singolo dalla responsabilità della prevaricazione in nome di un bene superiore, che lo si chiami Dio o Stato o Benessere collettivo in fondo cambia ben poco. Ma allora, non c’è modo di spezzare la spirale perversa che come un immenso boa avvolge l’intera umanità? Il sogno delle belle bandiere deve rimanere tale? Intanto il fatto che qualcuno legga queste righe ed arrivi al termine delle stesse, addirittura si faccia carico della fatica di ripensarle, di parlarne, in alcuni casi addirittura di commentarle sulla mia posta o sul mio bolog o altrove, è segno che non tutto è perduto: esistono ancora pensatori liberi, che non hanno bisogno di titoli di studio né di platee davanti alle quali esibirsi, persone che amano la libertà di generare un “pensiero altro”, ognuno a modo proprio. Questo è un dato che suggerisce ottimismo, ma … esatto, sono convinto che esista un terribile ma!

Sembra che il sistema generato dall’uomo viva oramai di vita propria, che si sia arrogato o conquistato il diritto al libero arbitrio (quanti affascinanti e terribili parallelismi con la creazione da parte di un ente supremo che si è visto scappare di mano la sua creatura, dalla Genesi alla fantascienza contemporanea). Sembra che il sistema si sia affinato autodeterminandosi ed ora il suo creatore, quell’umanità che se non ricorda di essere “infinita individualità” non potrà mai riprendere le redini del cavallo imbizzarrito del potere, è definitivamente passato ad essere la sua creatura. Il pensiero dominante di oggi, quell’educazione che dovrebbe insegnare la rivoluzione, tutto il sistema genera singoli individui che non si chiedono più se è possibile cambiare il mondo, singoli che nemmeno concepiscono il senso di una simile ipotesi, oramai la logica collettiva può essere così sintetizzata: questa è la realtà, essere adulti significa accettarla, le regole del gioco non vanno cambiate ma gestite, chi è più abile avrà possibilità di maggiore successo ma tutti sono liberi di giocare, finalmente la libertà per tutti ed una meritocrazia di fatto. Una sorta di darwinismo nel quale il più adatto vince e chi non gioca a questo gioco, chi lo trova stupido e disumanizzante è un perdente!
Mi dichiaro orgoglioso di un simile disprezzo.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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