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Omaggio al grande Salvatore Asmini

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Non era certo edificante lo sguardo sulla tribuna dello stadio Chittolina, in occasione del primo incontro di campionato (Serie D girone A) tra i padroni di casa del Vado e gli ospiti lombardi dell’U.S.D. Castellanzese 1921.

La partita infatti si è disputata a porte chiuse, senza pubblico pagante al fine di adempiere alle restrizioni vigenti fissate dal protollo sanitario Covid e pertanto l’accesso all’impianto è stato consentito ai soli organi di stampa e dirigenti tesserati.

Giusto il tempo di scambiare alcune considerazioni con l’affabile presidente neroverde sig. Alberto Affetti (un vero “signore” per toni e appeal) e di rispettare il minuto di raccoglimento disposto dalla Figc in memoria dell’arbitro salentino Daniele De Santis, e tra i 38 spettatori presenti (in questo caso meglio dire: addetti ai lavori) ho potuto scorgere un volto noto del calcio professionistico, ora intercalatosi nella parte del direttore generale del team varesotto.

Figura come ds della prima squadra ma in realtà è a tutti gli effetti il direttore generale della società. Mi sono subito spiegato il perché nonostante i vicini competitor che rispondono ai nomi di Legnano e Busto Arsizio (leggasi Pro Patria) una realtà così piccola è riuscita ad approdare alla serie A del calcio dilettanti. Che cosa c’era dietro il primato solitario in Eccellenza della Castellanzese che faceva paura al Varese si è materializzato ai miei occhi, quasi d’incanto.

Vi sto parlando di Salvatore Asmini un dirigente che, dopo aver vissuto il grande calcio alla Sampdoria, gestendo un certo Cassano ha deciso di tornare a casa, prima mettendo le basi per il ritorno in serie C della Pro Patria, poi facendo fare il salto di qualità alla squadra della sua città del cuore, la Castellanzese.

Asmini, ex direttore sportivo a Genova sponda blucerchiata, a Genova c’è stato per ben due lustri, in qualità di perno dirigenziale della famiglia Garrone con Salvatore Marotta (è in quel periodo che ci siamo conosciuti). In precedenza era stato anche alla corte dei neroverdi (i colori a lui cari) del Venezia di patron Zamparini (primi anni ’90), ma anche a Ravenna.

Prima di diventare un dirigente top, aveva ricoperto vari incarichi negli staff tecnici di Pro Patria, Varese, Monza, Como. La sua carriera nel calcio giocato era invece iniziata come portiere nelle squadre dilettantistiche della Provincia di Varese tra cui il Castellanza per poi approdare al Legano. Di calcio ne ha visto e ne ha masticato tanto: dai campetti della periferia lombarda, a quelli di Bogliasco, dal giocatore anonimo, fino ad Antonio Cassano, tanti calciatori sono passati da lui.

È stato anche consulente per il mercato estero del Milan per tre anni di fila, aggiungo io, qualora non lo si sapesse. Di allenatori che gli hanno dato soddisfazione ce ne sono stati molti ma ricorda con piacere, Walter Novellino e Gigi Del Neri, mentre come giocatore gli è rimasto nel cuore Palombo.Da scout ha lanciato due gioiellini come Buscè e Bertani, mentre come rimpianto ha quello di non essere riuscito a portare in blucerchiato Simone Pepe poi approdato alla Juventus.

A chi gli ha chiesto recentemente secondo lui quale sia il futuro del calcio ha risposto immediatamente e con fermezza: “Sicuramente occorre abbattere gli ingaggi, poi pensare di progettare e realizzare centri sportivi/cittadelle, dove far crescere i settori giovanili”. Se lo si obbliga a dire come ha fatto a salire così in alto pur non avendo alle spalle un curriculum importante non si fa scrupoli a ripercorrere le tappe della strada che lo ha portato al successo.

“Prima di diventare dirigente ho allenato, sia come preparatore dei portieri sia come primo allenatore. Sono passato dalla Pro Patria, poi ho fatto un anno a Varese, poi ancora Solbiatese, Luino, ancora Pro Patria. Subito dopo sono andato al Monza, con Marotta, e lì ho allenato i portieri per un anno, per poi cominciare a fare il capo osservatore e il vice responsabile del settore giovanile, e quella è stata la svolta. Dopo Monza sono andato al Como, con gli stessi incarichi, e per un anno ho lavorato con Favini, poi due anni a Ravenna e due al Venezia, mentre al terzo ho svolto il solo ruolo di responsabile degli osservatori. Successivamente sono passato al Milan, con Braida e Maldini, mi occupavo del mercato estero, e lì ci sono rimasto per tre anni e mezzo, prima di ricongiungermi con Marotta all’Atalanta, come capo scout, infine sono passato alla Sampdoria come ds.Ora sono tornato da dove tutto è cominciato, invitato dal presidente Affetti, con il quale sono legato da un profondo legame di amicizia e stima, l’ho anche allenato nei giovanissimi, quando lui stesso giocava”.

Come si costruisce una squadra?
“Sono abituato a lavorare seguendo un certo metodo. I giocatori vengono visionati almeno due o tre volte prima di essere contattati e se ho l’intenzione di cambiare molto sono altrettanto consapevole di rischiare.
Scelgo sempre allenatori di esperienza e capacità, perché è vero che la fortuna di un tecnico la fanno i giocatori, ma il mister deve essere capace di gestire tutto a 360 gradi. Oltre alle qualità dei singoli giocatori, è fondamentale la mano dell’allenatore, che in questo caso è un valore aggiunto”.

I limiti anagrafici della rosa limitano il lavoro?
“Non sono favorevole a questa imposizione dei giovani, perché da un lato è giusto che si lavori su di loro, e anche noi come Castellanzese puntiamo sul settore giovanile per promuovere elementi in prima squadra, ma ogni anno ci sono delle problematiche perché sei ovviamente costretto a guardare fuori dal tuo recinto e diventa difficile organizzarsi, perché la concorrenza è tanta ed inoltre c’è un budget da rispettare.Inoltre la radicazione ‘territoriale’ del management in queste categorie è fondamentale”.

La passata esperienza da calciatore aiuta un ds o è ininfluente?
“Penso che siano delle caratteristiche innate che uno ha, non per forza un calciatore poi sarà un ottimo osservatore o un bravo dirigente (anche se di certo aiuta moltissimo). Io già nei primi anni alla Pro Patria andavo a vedere le partite degli avversari per preparare le gare successive, e subito dopo a Como e a Monza visionavo i piccoli. La cosa da tenere in considerazione è che ci sono determinati concetti basilari, come le caratteristiche dei vari ruoli, che possono sembrare semplici, ma vanno tenute ben presenti, quando hai chiare queste cose e sai quanto un giocatore può esprimerle, allora tutto diventa più facile”.

Sui vivai: “Il settore giovanile è molto importante perché l’obiettivo ovviamente è quello di provare a risparmiare dove si può, e per fare ciò l’ideale è promuovere giocatori già cresciuti nella nostra cantera. L’intento è quello di dare molta importanza alla loro crescita e per questo occorre avvalersi della collaborazione di parecchi istruttori ISEF”.

Non c’è che dire dietro alla scrivania come all’interno del green è la competenza a fare la differenza, e Salvatore Asmini ne è la conferma.

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