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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Il carceriere libertario

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Pensa, ora, quale mai sarebbe la loro liberazione dalle catene e la loro guarigione dall’ignoranza […] qualora uno di questi fosse sciolto e obbligato, all’improvviso, a drizzarsi, a girare la testa, a camminare e a volgere gli occhi verso la luce”. Si tratta, come ben sa chi segue i nostri appuntamenti per un pensiero altro, di uno dei più noti miti platonici. Il filosofo prospetta a Glaucone, il suo ipotetico interlocutore, l’eventualità della liberazione di uno degli schiavi imprigionati nella mitica caverna così che possa per prima cosa alzarsi in piedi e, subito dopo, volgersi dalla parte opposta alla quale era abituato per congenita e inconsapevole costrizione così da poter finalmente vedere la luce. Non c’è un passo del testo platonico che non sia pregno di contenuti fondamentali che, mi sembra piuttosto evidente, non siano riconoscibili nella mentalità omogenea ai frequentatori della cultura occidentale. Sarà bene, allora, soffermarci sulle sulle poche righe della citazione d’apertura per riflettere sugli snodi che la caratterizzano e offrirci la possibilità di individuarli in noi; credo sia una opportunità per decidere se accettarli come nostri o se riconoscerli come funzionali al contesto che li ha generati, usati, condivisi e diffusi nelle menti di tutti.

Credo che nessuno sia disponibile a riconoscere valore e dignità ad una vita determinata dalla volontà di altri rispetto al soggetto tanto da incatenarlo e costringerlo ad una sola e perenne prospettiva nell’osservare la vita che sta più o meno vivendo. Ne consegue che la liberazione dalle catene sia giudicata assolutamente positiva da chiunque. Ricordo il primo incontro con il mito platonico, nei lontanissimi anni del liceo, certo pilotato dall’insegnante, vissi il viaggio dello schiavo verso la luce come un percorso salvifico, un incedere verso la libertà, la dignità e la verità. Successivamente elaborai una sorta di personale identificazione con lo schiavo che viaggia verso la luce, evidentemente ero un giovane innamorato della filosofia e del suo profeta: Socrate-Platone. Mi immaginavo pioniere ed eroe, solitario Prometeo che sfida il potere corrotto e prevaricante, disposto alla sofferenza pur di regalare all’umanità la forza ed il coraggio di spezzare le proprie catene. Certo una lettura molto personalizzata, una immedesimazione che mi indusse allo studio della filosofia per tutta la vita e della quale non posso che ringraziare l’insegnante di allora ed il giovane me stesso, ma assolutamente falsificante e, per come la vedo ora, ancor più omologante della prevaricazione pre-salvifica.

In effetti Platone non prospetta minimamente l’eventualità di uno schiavo che, per prima cosa, prenda coscienza di essere tale e, con un eroico atto di coraggio, spezzi le catene, si alzi e provi ad osservare il mondo da una prospettiva antitetica rispetto a quella condivisa dall’intera sua specie. Ricordo che immaginavo le difficoltà dell’incedere, le derisioni da parte degli “ancora schiavi” nell’osservare le velleità del giovane, la sconfitta di ogni inciampo quando, accecato dalla luce, non sapeva procedere. Quanto ho amato e mi sono riconosciuto nella lotta per sollevarsi dopo la caduta e riprendere il cammino, solo, contro tutti e per tutti, novello salvatore, messia di un domani di amore e libertà. Accecato davvero, tanto da riconoscere nelle parole di Platone la rivelazione che mi avrebbe accompagnato come un faro nell’oscurità sofferta del mio viaggio: ora ironizzo, però devo ammettere che ricordo ancora con amore ed un pizzico di nostalgia di quegli anni in cui, come afferma Colmers (mi sembra) :”Come tutti cominciai pensandomi un genio, poi, pietoso, sopraggiunse il sorriso”.
Bene, dopo aver sorriso di tanta ingenua sicumera, proviamo a rileggere, con maggiore attenzione e minor pregiudizio di allora, il testo platonico: la liberazione dalle catene non comporta consapevolezza né della loro esistenza né della propria possibilità di spezzarle; lo schiavo, che fino a quel momento era tale in quanto obbligato ad una predeterminata prospettiva, viene “sciolto e obbligato, all’improvviso, a drizzarsi, girare la testa, a camminare e a volgere gli occhi verso la luce”. Tragicamente l’illuminato eroe disposto al sacrificio per la liberazione dell’umanità diviene uno schiavo che, per volontà altrui, esattamente come nella sua condizione precedente, è costretto a volgere gli occhi in una direzione che, ancora una volta, non ha scelto e che, nessuna novità, gli è imposta da chi ha deciso fosse quella corretta … ma questa volta è per il suo bene! Solo un breve e bisbigliato interrogativo: ma il bene dell’uomo non dovrebbe essere identificabile nel suo diritto ad una scelta libera? L’ottica platonica è chiarissima, parte da un pregiudizio estremamente articolato che, anche se troppo spesso, ahimè, è facilmente condivisibile, rimane pur sempre un pregiudizio e non una verità assiomatica: mi riferisco al fatto che esista una sola verità, che il filosofo (il prete, il politico, l’insegnante … il potere) ne sia depositario, che l’uomo comune (povero schiavo) debba essere addestrato a riconoscere l’autorità che lo guida e la sola verità che gli mostra. Letto in questa ottica il ruolo liberatorio della filosofia, che riconosco come imprescindibile, diviene una forma subdola e surrettizia di celebrazione dell’impotenza di ogni individuo che non sia la guida, il saggio, il profeta o, per dirla con Platone, il politico-filosofo.

Il giudizio di Platone sul “non filosofo” si esplicita nel prosieguo del discorso di Socrate, quando il povero schiavo-libero soffre osservando la luce in quanto da sempre uso all’oscurità, per dirla con le parole di Giovanni evangelista: “Gli uomini preferirono le tenebre alla luce”. Ipotizza Platone: se “[…] mostrandogli ogni singolo oggetto che passa dinnanzi a lui lo si obbligasse a dire ciò che esso è, non credi che risponderebbe imbarazzato e che le ombre che vedeva prima gli sembrerebbero più vere degli oggetti che ora gli si indicano?”. Insomma, il malcapitato, dopo anni di schiavitù, costretto ad assuefare la sua vista all’oscurità, dovrebbe ora essere obbligato ad adeguarsi ad una luce fastidiosa ed ammettere non solo di essere stato un inconsapevole inetto, ma di permanere nella medesima condizione avendo paura e difficoltà ad osservare la verità che gli è così generosamente offerta. Certo, previa una violenta prevaricazione ma, ancora una volta, per il suo bene. Ebbene, se la funzione gnoseologica e pedagogica della filosofia è questa, allora non voglio essere un filosofo, ma se, al contrario, il compito della filosofia è suggerire ipotesi, prospettare dubbi, far si che “cattivi maestri” aiutino a liberare ottimi alunni, allora ecco che mi ci riconosco e torno ad amare il percorso verso una luce che non è necessariamente quella indicata dal sapiente, ma, ed e per ognuno diversa, quella scoperta ed inverata da ogni singolo viandante.

Lo so, la critica più ovvia sarà: ma questa è l’anticamera del nichilismo, anzi, ne è la celebrazione, la dissoluzione dei valori, delle certezze, della verità. Se non esiste la verità non esiste giustizia, se si relativizza l’etica cosa potremo mai insegnare ai nostri figli? Sarebbe il caos, l’anarchia valoriale, il sabba dell’egoismo e lo Stato, le istituzioni, insomma, tutto ciò che abbiamo creato nei secoli, tutto crollerebbe miseramente. In effetti qualche rischio ci sarebbe, di certo uno schiavo consapevole delle catene e in grado di spezzarle difficilmente se ne farebbe fissare delle altre da chicchessia, sicuramente non accetterebbe per vere le immagini impostegli da chi, fino a poco prima, lo osservava in catene, ma, io credo, probabilmente aiuterebbe davvero gli altri a prendere coscienza di sé che è il primo vero incedere verso la libertà.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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