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Coronavirus, dal San Paolo alla Basilicata: la Liguria dona plasma iperimmune per guarire due pazienti

È la prima volta dall'inizio dell'emergenza. In Liguria disponibili 120 sacche ma la sperimentazione non ha ancora dato evidenze scientifiche

Liguria. Cinque sacche sono partite oggi dal centro trasfusionale dell’ospedale San Paolo di Savona diretto da Viviana Panunzio e destinate a due pazienti in Basilicata che saranno sottoposti al trattamento potenzialmente efficace per guarire il coronavirus. Per la prima volta la Liguria ha donato unità di plasma iperimmune a un’altra regione.

Il sistema nazionale prevede continui scambi tra regioni in caso di necessità e anche questa donazione rientra nello stesso meccanismo di compensazione. “All’inizio abbiamo avuto noi bisogno e altre regioni hanno donato, ora è toccato a noi – spiega l’assessore ligure alla sanità Sonia Viale -. È una solidarietà tra regioni e quindi io sono particolarmente orgogliosa”.

La Liguria aderisce da maggio al protocollo nazionale Tsunami che consente l’arruolamento di donatori, cioè pazienti guariti dal Covid-19, per il prelievo di unità di sangue in base a rigorosi criteri di selezione. Questa tipologia di trattamento prevede infatti la trasfusione del plasma ematico, quella parte del sangue che contiene, tra le altre cose, anche gli anticorpi prodotti dall’organismo, in modo rafforzare la reazione immunitaria al virus in un soggetto ancora malato.

Nelle due banche del plasma iperimmune allestite al San Martino di Genova e al San Paolo di Savona ci sono oltre 120 unità pronte per essere utilizzate (corrispondono a una quarantina di donatori, visto che da ciascuno si ricavano tre sacche) mentre al momento non arrivano ancora a dieci i pazienti trattati in Liguria con questo metodo ancora sperimentale.

Non esistono evidenze scientifiche sull’effettiva possibilità di guarigione perché non ci sono ancora studi randomizzati – spiega Vanessa Agostini, direttrice del centro trasfusionale del San Martino – e in assenza di altre terapie non ci tiriamo indietro nell’offrire tutto ciò che ragionevolmente possa essere utile. Di solito il plasma viene somministrato dopo il fallimento di altre terapie e in alcuni pazienti si è dimostrato efficace. Nel frattempo continuiamo la produzione”.

La terapia, del resto, è stata utilizzata diverse volte anche in passato, per esempio in diversi casi di ebola. Durante la prima ondata di coronavirus il suo impiego è stato portato avanti in alcuni ospedali lombardi: a Mantova per esempio questo modalità di intervento ha fatto registrare percentuali molto alte di guarigione tra pazienti colpiti da Covid, anche tra quelli ricoverati in terapia intensiva.

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