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I Magazine di IVG.it - Nera-Mente

Il gene del serial killer

"Nera-Mente" è la rubrica di Alice, appassionata di criminologia

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Nell’ambito della ricerca criminologica, molti studi si sono concentrati, in passato, sulla cosiddetta “personalità criminale”.

Colonna portante di ciò fu Cesare Lombroso, fondatore della psicologia clinica, che, da sempre, si è posta l’obiettivo di individuare i tratti caratteristici e specifici di tale personalità, basandosi sul presupposto che i “delinquenti” differiscano in modo significativo dai “non delinquenti”.

Lombroso, mediante l’osservazione di innumerevoli casi clinici e la raccolta puntigliosa ed inesauribile di reperti collegati con il mondo del crimine (come tatuaggi, disegni e…crani!) tentò, per tutta la sua vita, e con non poche critiche, anche violente, di verificare le sue ipotesi. In questo modo egli costituì una teoria globale del crimine, di tipo bioantropologico, secondo la quale i delinquenti sarebbero caratterizzati da delle precise anomalie costituzionali o somatiche ( Lombroso ne identificò parecchie: l’asimmetria facciale, gli zigomi sporgenti, la fronte bassa, alcune anormalità delle orecchie, le mascelle grandi, l’insensibilità al dolore. Tali caratteristiche sarebbero quelle tipiche del cosiddetto “delinquente nato”).

Ma Cesare Lombroso merita sicuramente più spazio di quello che posso dedicargli in questo articolo, con cui voglio arrivare da un’altra parte. Perciò, proseguiamo.

Dopo Lombroso, diversi altri studiosi ed esperti, (anche se con meno fortuna), hanno affermato l’importanza dei fattori bio-antropologici nello studio del criminale.

Molte ricerche, ad esempio, hanno dimostrato un legame tra la delinquenza dei genitori e quella dei figli. Sono stati effettuati studi sui fattori ereditari e su anomalie cromosomiche (era stato rilevato che gli individui in cui, all’interno del patrimonio genetico, si trovava il cromosoma Y sovrannumerario, erano più predisposti alla psicopatia e alla tendenza al delitto), sui gemelli, sui figli adottati.

Tutti questi studi però hanno avuto delle notevoli limitazioni (legati all’ambito di ricerca, alle statistiche, a fattori esterni che influivano sui risultati).

Oggi, però, in campo genetico, si è aperto un nuovo scenario.

È stato scoperto il gene MAO-A, in grado di produrre un enzima che agisce sulle sostanze chimiche dell’encefalo facendole funzionare negativamente e di conseguenza scatenando nell’individuo l’aggressività.

È obbligatorio sottolineare che non tutti gli individui influenzati da questo gene sono dei potenziali serial killer: il gene MAO-A è più o meno attivo a seconda del soggetto. Infatti, analizzando le personalità criminali, si deve tener conto maggiormente di quella che è stata un’infanzia caratterizzata da traumi, violenze e anomalie; questi sarebbero i fattori determinanti dei comportamenti aggressivi e criminali nelle persone.

La prova inoppugnabile di quanto sia rilevante il fattore ambientale rispetto al gene arrivò nel 2005 con l’esperienza del neuroscienziato Fallon. Egli era uno studioso di neurocriminologia che lavorava anche sulla malattia di Alzheimer. Un giorno l’uomo aveva davanti a sé diverse lastre relative alla ricerca su quest’ultima; tra queste ne trovò una che presentava, senza ombra di dubbio, le caratteristiche di un individuo psicopatico. Notevole fu lo stupore di Fallon nello scoprire che quella lastra apparteneva al suo stesso cervello! La scansione dei suoi lobi frontali e temporali non lasciava spazio ad alcun dubbio: stando alle sue stesse ricerche, il suo cervello era terribilmente simile a quello di un serial killer.

Ma se dall’anatomia del suo encefalo si evinceva chiaramente che James Fallon era destinato ad essere uno psicopatico, perché allora era diventato uno che gli psicopatici li curava di mestiere? La risposta risiede, come sopra detto, nell’ambiente in cui egli crebbe, nei rapporti sociali coltivati nel tempo e nel bagaglio culturale ed esperienziale che, come dimostrato da questo aneddoto , spesso nella vita di un individuo si rivela più “congenito” della genetica stessa.

Per la prima volta in Europa, a Trieste, la presenza del gene MAO-A ha costituito un’attenuante in un caso di omicidio. Qui, nel marzo del 2007, Abdelmalek Bayout è stato condannato a nove anni e tre mesi di prigione dopo aver accoltellato un colombiano di 32 anni, Walter Perez, per averlo chiamato “omosessuale”. Sottoposto a diversi test, il DNA di Bayout è risultato positivo a questo gene.

In seguito alla perizia degli esperti, sebbene prudente nel non dare un peso eccessivo alla scoperta, e dopo accurata valutazione di tutti gli elementi in gioco, il giudice triestino ha concesso infine un’ulteriore riduzione di un anno della pena.

Sono tutt’ora in corso numerosi studi internazionali relativi al gene MAO-A, anche se quanto scoperto finora risulta più che attendibile.
Non dimentichiamoci mai, però, che “gene del serial killer” presente oppure no, ambiente di crescita disfunzionale o funzionale, e quant’altro, non ci privano di un elemento importantissimo nella nostra vita: il libero arbitrio.

“Nera-mente” è una rubrica in cui parleremo di crimini e non solo, scritta da Alice, studentessa ed aspirante criminologa: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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