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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

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"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Chi è più vero: tu quale vedi te stesso, o te stesso quale gli altri ti vedono? Tu, secondo le tue intenzioni e i tuoi motivi, o te stesso quale prodotto delle tue azioni? E poi, comunque, che cosa sono le tue intenzioni e i tuoi motivi? E chi è il tu che ha le tue intenzioni?” è uno degli aforismi più citati di Aldous Huxley, noto al grande pubblico per romanzi distopici come Il mondo nuovo e L’isola. Forse meno conosciuta è la sua adesione all’induismo, alla pratica meditativa, all’uso della mescalina, per essere stato insegnante di Orwell o per aver ispirato The Doors nella scelta del proprio nome attraverso il suo saggio Le porte della percezione. Ma proviamo a riflettere insieme sulla sua citazione in apertura, mi sembra evidente che rappresenti con assoluta lucidità la tragica frattura che, più o meno consapevolmente, ogni essere umano sperimenta quotidianamente su se stesso, nel suo rapporto con il sé e con l’altro da sé. Ma credo sia opportuno dividere l’affermazione di Huxley in due parti ed in quel modo procedere con la nostra analisi.

“Chi è più vero: tu quale vedi te stesso, o te stesso quale gli altri ti vedono?” e già l’interrogativo è interessante ma, in fondo, si colloca in quell’argomentare “alla buona” con il quale ci si misura spesso riflettendo sulla distonia fra ciò che pensiamo di essere e, pertanto, di fare e quanto il nostro agire e, pertanto, il nostro essere vengono fruiti. La frantumazione dell’identità nelle infinite maschere che utilizziamo o ci vengono imposte ha già trovato grandi interpreti e commentatori, è sempre utile,comunque, soffermarsi ogni tanto a riflettere su questi temi, non fosse altro che per fermare il flusso ininterrotto della cosiddetta realtà e dedicarsi all’ascolto del nostro universo interiore. Chissà, forse si capirebbe di più sia di noi che degli altri? Chissà, forse si smetterebbe di essere afflitti da pregiudizi e da patologie censorie? Chissà, forse si scoprirebbe che si frequentano persone per abitudine e convenzione senza condividerle minimamente? Chissà? Forse non accadrebbe nulla: potremmo mai svelare la magia del colore ad un non vedente? Completiamo la prima parte dell’aforisma: “Tu secondo le tue intenzioni e i tuoi motivi, o te stesso quale prodotto delle tue azioni?”. Ed un poco la questione si complica: comunemente si ritiene che l’azione compiuta da un soggetto sia la chiave di lettura delle ragioni che lo hanno indotto al gesto, una sorta di psicanalisi per dilettanti e supponenti, ma siamo certi che sia questa la porta d’accesso all’io di chi pretendiamo di conoscere e giudicare? Siamo sicuri che il gesto sia rivelatore di una causa oggettiva? Certo è nota la storiella del passerotto caduto dal nido nel pieno dell’inverno: se ne stava infreddolito e oramai agonizzante quando lo vide una mucca, non sapendo che fare per soccorrerlo si risolse a defecare sul piccolo volatile che, in questo modo, sopravvisse all’ipotermia. Di lì a poco sopraggiunse una volpe che così parlò al piccolo: “Povero piccino, ma chi ti ha fatto questo dispetto? Ora ci penso io” Lo estrasse dallo sterco, lo ripulì per bene e … se lo mangiò. La morale, mi sembra, non richieda di essere esplicitata. Ma oggi ciò che conta è la forma, a nessuno interessa davvero ciò che vive dietro di essa, anzi, lo slogan è la forma è contenuto! E la confusione la fa da padrona! È solo la mia opinione e pertanto conta poco? Allora celebriamo l’ennesimo stereotipo della pseudocultura e fondiamo il senso dell’affermazione sulla fama di chi la esprime: ecco le parole di Carlos Ruiz Zafòn: “La forma conta quanto la sostanza: è la triste realtà di quest’epoca di ciarlatani.”

Ricordo un passo da La regola dello svantaggio in Turisti in Giallo di Savatteri che riporto, non a memoria, ma per come l’ho ritrovato in un sito: “[…] Cosa stai cucinando?” “Filatura di grano duro in trafila di bronzo con datterini pelati a vivo, cipolla bianca di Castrofilippo appassita in olio extravergine con spremitura a freddo, all’aroma di basilico della mia grasta. E poi, ascolta bene, rosso di gallina ruspante di terra su letto d’albume bianco rassodato a bassa temperatura in succo di olive Nocellara”. “Minchia, cose di lusso. E che vuol dire?”. “Spaghetti col sugo di pomodoro e uova fritte”. “Sei il solito cretino”. “Peppe, la cucina è come la letteratura: il contenuto non conta, conta come si racconta.“ La nota tragica è che oggi la vita è come la cattiva letteratura, ciò che conta è come si racconta. Una considerazione a margine poiché ritengo utile distinguere tra narrativa e letteratura: la prima ha bisogno di una trama interessante e deve essere ben raccontata, la seconda utilizza una trama interessante e ben raccontata, per dire altro. Insomma: se non c’è un’idea forte, uno sguardo profondo, non esiste buona letteratura. Ma torniamo ad Huxley.

“E poi, comunque, che cosa sono le tue intenzioni e i tuoi motivi? E chi è il tu che ha le tue intenzioni?” Questa seconda parte è quella che amo di più, già, perché finalmente esce da una prigione logica che ha limitato la libertà di pensiero anche di notevoli personaggi. Per esempio Niccolò Machiavelli scriveva che “Tutti ti valutano per quello che appari. Pochi comprendono quel che tu sei”; Kurt Cobain affermava: “Preferisco essere odiato per ciò che sono, piuttosto che essere amato per ciò che non sono”; addirittura l’iconoclasta Jim Morrison sentenzia che “Le persone sono abituate alla propria immagine, crescono attaccate alle proprie maschere, amano le proprie catene, si dimenticano chi sono in realtà, e se cerchi di ricordarglielo, loro ti odiano”. Come dicevo, anche personaggi generalmente visti come alternativi sono accomunati da una certezza omologante: deve esistere una realtà noumenica, il contenuto, la sostanza, l’essenza, che si manifesta in una forma che ne è contemporaneamente espressione ed occultamento, da qui la denuncia della cultura borghese che si ferma all’apparenza. In termini filosofici il tema era già chiarissimo in Gorgia: “L’essere è oscuro se privo di apparenza; l’apparenza è inconsistente se priva di essere”. Ma ora la domanda diviene più complessa: chi è il Tu che ha le Tue intenzioni? Cioè: è lecito sovrapporre l’atto manifesto, oggetto storico e soggettivizzato oltre che dal contesto anche dall’interpretazione dell’osservatore, alla realtà intima dello stesso? È lecito sovrapporre l’interpretazione dell’azione alla realtà dell’attore? È lecito allo stesso attore pensare che il suo agire sia oggettivo in quanto fenomeno ed oggettivizzante come interpretazione? Possiamo affermare che esiste una realtà che coincide con la verità alla quale accedere attraverso l’ingannevole suo manifestarsi interpretato dall’osservatore? Non è solo il bisogno di fermare il magma diveniente dell’esistenza? Troppe domande e una sola ipotetica silenziosa ed inquietante risposta: è solo un più o meno consapevole bisogno di fermare ciò che è fluire per paura di non poterlo controllare. Ma proviamo almeno ad alleggerire l’angoscia che questa ipotesi può far nascere in chi è cresciuto nella cultura omologante dell’attuale pensiero dominante e possiamo, con una sottile autoironia, domandarci: il piccolo volatile si sentì offeso dal gesto della mucca e fu grato alla prima parte del comportamento della volpe? Se fu questo il pensiero del piccino, ebbene, di piccino aveva di certo cuore e cervello.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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