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Savona, madre e figlio attendono il tampone da un mese: “Se parla al telefono non è una caso grave”

Ha iniziato ad avere problemi respiratori il 9 marzo scorso. Il figlio, asmatico, ha avuto gli stessi sintomi pochi giorni dopo

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Savona. Si chiama Nadia, vive a Savona insieme al figlio Matteo e da circa un mese la sua vita è cambiata.

Ed è cambiata non solo perché, come tutti, è costretta a restare a casa – insieme a Matteo – per far fronte all’emergenza sanitaria. La vita di Nadia è cambiata perché da un mese a questa parte le sue condizioni di salute sono peggiorate e la sua paura di aver contratto il virus cozza con l’impossibilità – allo stato attuale – di conoscere la verità.

Il 9 marzo scorso, dopo aver riscontrato alcuni problemi respiratori, Nadia decide di prendere qualche giorno di ferie (a scopo precauzionale) per non mettere a rischio il proprio datore di lavoro.

“Durante la settimana – racconta la donna – contatto il medico di famiglia, il quale mi segue telefonicamente. Peggioro gradualmente e sabato 14 marzo chiamo il 112 e vengo portata al pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Savona, dove vengono effettuati diversi controlli ma non viene eseguito il tampone per diagnosticare il Covid-19. Mi dimettono dicendo che non ho nulla, ma con l’obbligo della quarantena e la segnalazione all’ufficio igiene”.

È l’inizio di un incubo. Da quel momento, per Nadia, trascorrono due settimane tra difficoltà respiratorie importanti e dolori toracici associati a febbre: “Non sono mai stata chiamata da nessuno, l’unico supporto è il medico di base – spiega -. Nel frattempo mio figlio, residente con me, ha iniziato ad avere gli stessi sintomi a partire dalla sera di martedì 24 marzo. Matteo è un soggetto asmatico e considerato maggiormente a rischio in caso di positività da Covid-19. Per fortuna il suo buonsenso lo ha fatto fermare: immaginate se fosse andato a lavorare in posta il giorno che danno le pensioni?”.

Poi, lunedì 30 marzo, una speranza. O, meglio, un’illusione: “Finalmente vengo contattata dall’ufficio dell’igiene che mi assicurava un tampone entro 4-5 giorni al massimo – racconta -. Ma ad oggi, martedi 7 aprile, non abbiamo ancora visto nessuno nonostante persista la sintomatologia precedentemente descritta, anzi io oggi sto peggio del solito e poco fa ho chiamato il 112 per chiedere se era il caso di rifare una radiografia. Mi hanno risposto che se parlo al telefono, anche se con difficoltà, non sono considerata caso grave e quindi devo rimanere a casa”.

28 giorni di isolamento per lei, 14 giorni per lui e nessun tampone per entrambi: “Capisco che i tamponi siano pochi, ma un mese di attesa mi sembra veramente eccessivo – chiosa Nadia -. Inoltre mi domando, se i tamponi sono pochi come mai politici e chi vive nel mondo dello spettacolo li possono fare dopo uno starnuto? Se mi dovesse succedere qualcosa e al telegiornale dicessero che sono arrivata troppo tardi in ospedale sappiate che la realtà è un’altra. Dimenticavo, quando alla tv sentite dire che i malati a casa sono assistiti non credeteci, perché so che ci sono tanti disperati come me e mio figlio”.

Questa mattina, a distanza di poche ore dal racconto di Nadia, la svolta: “Ci hanno contattato poche ore fa dall’ufficio igiene – racconta il figlio Matteo – e ci hanno comunicato che domani mattina verranno a farci il tampone. La notizia è positiva, ma resta molta amarezza per come è stata gestita la situazione”.

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