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Hotel savonesi in ginocchio, Berlangieri: “Senza aiuti concreti e rapidi sarà la mafia a prendersi gli alberghi”

Albergatori divisi tra speranza ("Guai se perdessimo anche quella") e il timore di non riaprire più: "Nuove regole impossibili da attuare"

Savona. Angelo Berlangieri, 55 anni, da luglio 2015 presidente di Upa (Unione provinciale albergatori) dipinge il quadro più fosco possibile sul futuro del suo settore, con la voce rotta dal l’emozione, diviso tra la speranza (“Guai se perdessimo anche quella”) e la consapevolezza che, senza aiuti concreti, l’hoteleria savonese, come quella di gran parte d’Italia, è destinata al collasso con conseguenze disastrose per le imprese, l’economia, le famiglie, le persone. Vediamo.

Presidente Berlangieri, un chiarimento preliminare. Gli alberghi oggi possono restare aperti? E se sì, non lo fanno solo perché non c’è mercato?
“Noi possiamo lavorare, ma lo fa solo chi può e deve dare un servizio a lavoratori che non possono rientrare a casa, che operano in settori come quello autostradale o sanitario”.

Dal suo tono si capisce che la situazione è drammatica, ma lo è più che per altri?
“Non è certo corretto fare classifiche. Noi comunque ci troviamo di fronte alla crisi più grave dal Dopoguerra, con ricavi che fanno e faranno segnare il 100 per cento in meno in marzo, aprile e maggio. Entreremo per ultimi nella fase 2 di cui tanto si parla. Ipotizziamo una possibile riapertura in agosto o settembre, ma sarà molto problematica e difficile da raggiungere senza aiuti concreti. Dobbiamo ovviamente dimenticarci gli stranieri, possiamo ipoteticamente guardare al nostro mercato più tradizionale, quello di Lombardia e Piemonte”.

Appunto. Non è immaginabile che tra qualche mese da Milano, ancora al centro dell’epidemia, o da Torino, altra zona tra le più colpite, ci si possa muovere verso la Liguria.
“È una grande incognita, anche io sono pessimista ma nessuno può saperlo. Non è tutto però. Sarebbe comunque problematico gestire le nostre strutture. Dovremmo riorganizzarci con nuove regole, come le distanze, l’eliminazione del buffet, per dirne una, e mille altri accorgimenti quasi impossibili da attuare. Avrebbero costi insostenibili e, poi, non siamo ospedali: l’albergo vive di socialità”.

Vuol dire che questa stagione deve essere considerata persa e che dobbiamo sperare nel vaccino e guardare già all’estate 2021?
“Speriamo che la scienza ci aiuti il prima possibile. Ma ora è lo Stato che deve rendersi conto che, assieme ad attività come i negozi di abbigliamento, i parrucchieri, i bar, i ristoranti, gli stabilimenti balneari, siamo uno dei settori più colpiti, allo stremo, alla fine. Molti non riapriranno”.

Che cosa proponete, che cosa chiedete allora?
“Lo abbiamo già fatto a livello nazionale, per ora senza risultato. Senza entrare in troppi tecnicismi, penso all’azzeramento dell’Imu, ad aiuti per gli affitti, al credito di imposta, a un 2020 tax free perché è inutile rimandare debiti che non potremmo mai pagare. Occorre un fondo strategico e specifico per le imprese del turismo, che in Italia vale 233 milioni l’anno per un Pil nazionale del 13 per cento. Abbiamo 3 milioni e mezzo di dipendenti e mezzo milioni di stagionali. Non bastano le varie forme di Cassa integrazione. Senza il fondo, senza risorse, senza soldi veri e rapidi, per dirla in breve, tutti costoro sono destinati a restare senza mezzi di sostentamento. Una strage economica e sociale. Molti di noi vanno avanti con l’autofinanziamento, ma fino a quando?”.

Di fronte a prospettive di questo genere, non c’è il rischio che entri in gioco la criminalità organizzata come sta già accadendo – sono voci accreditate – al Nord?
“Può succedere, e bisognerà fare molta attenzione. Le organizzazioni criminali hanno mezzi economici infiniti e possono usare gli alberghi come lavatrici di denaro, comprando magari per un tozzo di pane. Ma noi non siamo la Digos, altri devono vigilare”.

In questo quadro, quali sono le preoccupazioni maggiori dei suoi associati?
“Prima era l’angoscia di dover chiudere per sempre ma ora, ed è ancor peggio, di dover subire oltre il danno anche la beffa. Mi spiego. Dal governo arrivano indicazioni non chiare. Ci daranno la possibilità di riaprire, ma ogni regione farà per sé. Soprattutto, non saremo in condizioni di farlo perché occorrono investimenti troppo onerosi e perché ci imporranno regole impossibili da attuare. E ci diranno: potevate aprire e non lo avete fatto. Ecco la beffa finale”.

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