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Coronavirus, viaggio Spagna-Italia da incubo per gli ingauni Andrea e Gaia: “Zero controlli, altro che sicurezza”

Tornati in traghetto da Barcellona, dove vivevano e lavoravano: “Ammassati e tanti senza dpi. Ora abbiamo paura”

Albenga. Vivevano e lavoravano a Barcellona ormai da qualche mese. Da là hanno visto l’Italia finire nel baratro dell’emergenza Coronavirus, vivendo il dramma attraverso il racconto dei loro familiari, ma quando il “mostro” si è “trasferito” anche in Spagna, con la stessa, dirompente forza,  hanno deciso di tornare indietro.

Non è stato facile, però, perché, ormai tutti lo sappiamo bene nostro malgrado, la situazione è precipitata in un attimo in tutta Europa e nel Mondo, rendendo difficili, se non quasi impossibili, gli spostamenti. 

Alla fine sono riusciti a imbarcarsi su un traghetto messo a disposizione dall’ambasciata italiana, ma la speranza di trovare conforto e sicurezza (seppur solo apparente) insieme ai propri familiari si è trasformata in paura di essere contagiati dal Coronavirus e di poter contagiare di conseguenza anche loro. 

Ora, infatti, si sono auto-isolati in un appartamento a Borghetto, nello stesso stabile dei genitori di lei, con cui, dopo la loro esperienza, non hanno ovviamente avuto alcun contatto. È la storia di Andrea e Gaia, coppia di giovani albenganesi di 24 e 21 anni, e della loro odissea per riuscire a tornare in Italia. 

Coda infinita all’imbarco con evidenti difficoltà a rispettare le distanze di sicurezza, persone senza dpi, controllo della temperatura prima di imbarcarsi ma non prima di scendere dal traghetto una volta in Italia dove, peraltro, sono stati costretti ad aspettare per ben 3 ore ammassati insieme ad altre centinaia di persone nello stesso spazio.

Ecco il loro racconto, per voce del 24enne, ai microfoni di IVG.it: “Eravamo a Barcellona da inizio novembre per lavorare e per fare un esperienza sotto ogni punto di vista. Con il Covid 19, però, come ci si poteva aspettare, si è complicato tutto e abbiamo preso la decisione di tornare a casa”. 

“Giovedì scorso ci siamo presentati al Port Vell di Barcellona per salire sul traghetto che ci avrebbe portato a Genova e finalmente a casa. L’orario di partenza era fissato alle 9 e alle 7 ci siamo messi in coda insieme ad altre 300 persone circa, tra ragazzi e ragazze. Ma erano presenti anche un paio di famiglie, con bambini piccoli”. 

“Siamo stati circa 3 ore in coda, con scarsi risultati nel riuscire a far rispettare la distanza di sicurezza, e la partenza è stata ritardata di ben 5 ore. Il viaggio è stato ‘tranquillo’, ma solo fino al momento dell’attracco. Il personale della nave, messa a disposizione dall’ambasciata italiana, non è riuscito a fornirci spiegazioni sul perché dovessimo stare tutti nella reception, senza la possibilità di scendere dal traghetto e dicendoci che la responsabilità fosse della polizia”. 

“A quel punto è iniziato un vero e proprio ‘scarica barile’ tra personale, polizia e ambasciata e nessuno si è minimamente preoccupato del fatto che ci fossero numerose persone senza mascherina, guanti o altre precauzioni del caso, in una sala in cui erano presenti anche bambini in mezzo a centinaia di persone”.

“Abbiamo aspettato 3 ore lì, tutti insieme. Queste sarebbero le famose norme di contenimento del contagio? Inoltre, solo all’andata, all’imbarco in Spagna, ci hanno misurato la temperatura corporea, ma questo non è successo una volta arrivati in Italia. Non è stato effettuato alcun tipo di controllo, a parte quello sulle autocertificazioni per giustificare lo spostamento, né tantomeno ci sono state fornite informazioni su come comportarci dopo lo sbarco”.

“Ora finalmente siamo a casa e ci siamo messi in auto-quarantena, ma le preoccupazioni sono tante: non riusciamo a non pensare a quelle 3 ore in cui potrebbe essere successo di tutto in termini di contagio. Ci troviamo isolati in un piccolo appartamento di proprietà della mia compagna, ma con i suoi genitori e nonni, benché si trovino ai piani superiori dello stesso stabile, visto ciò che abbiamo passato, abbiamo preferito non avere contatti. La paura di essere contagiati è tanta, ma quella di contagiare i nostri affetti lo è ancora di più”, ha concluso Andrea.

Una storia, quella dei due ingauni, molto simile a quella di un altro loro giovane concittadino, Anthony, che ha passato vicissitudini simili rientrando però in aereo, sempre dalla Spagna, nel nostro Paese, ma con un’analoga e apparentemente totale carenza in termini di controlli e sicurezza (clicca QUI per leggere il racconto).

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