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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Si vive per la morte?

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finchè, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile e effimera, figlio del caso e della pena, perchè mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è : morire presto.” Il passo è tratto dal saggio del giovane Nietzsche “La nascita della tragedia”. Sono evidenti i rimandi al pensiero di Anassimandro (per chi fosse interessato il pensiero del filosofo greco è alla base di due articoli di questa rubrica: La nascita del tempo del 18 VII 18; Ripensando Halloween del 31 X 18) così come sarebbe interessante indagare quanto deve alla filosofia nietzscheana la poesia di Ungaretti, mi riferisco nello specifico a “Sono una creatura” ed in particolare ai versi “La morte/ si sconta / vivendo” che, oltre alla ovvia contestualizzazione nell’epoca del primo conflitto mondiale ed alla conseguente tragedia esistenziale contingente, può suggerire un respiro ben più ampio. Perchè questa premessa? Perchè l’esperienza dell’attuale pandemia molto ha in comune con l’angosciato senso dell’esisitenza che si respira in tempo di guerra e che attraversa la coscienza tragica della filosofia di Nietzsche.

I momenti terribili, come quelli che si provano in prossimità della fine della vita che possono essere suggeriti da una grave malattia, da un terribile incidente, lascio all’esperienza individuale il seguito, suscitano spesso, in chi li vive, delle riflessioni radicali, degli interrogativi su come e quanto si è saputo vivere degnamente dell’esistenza trascorsa. Solitamente ci si scopre a rimpiangere di non aver avuto abbastanza coraggio per assaporare con assoluta intensità gli istanti fugaci di amore e passione che la vita ci ha concesso. Logica conseguenza è il proponimento: se scampo questo pericolo non mi lascerò più ingannare, guarderò profondo negli occhi la vita e non rinuncerò mai alla felicità ed alla bellezza magari per interesse o opportunismo. Insomma, progetti da esseri umani degni di quel nome, non animali protesi alla sopravvivenza, non vegetali impegnati alla proliferazione, ma esseri capaci al pensiero ed all’emozione che si interrogano sul senso profondo delle loro scelte poichè, mirabile dictu, si è umani proprio perchè si è capaci alla scelta ed alla responsabilità della stessa. E torniamo ai giorni nostri: la recente delibera del governo, non entriamo nel ginepraio della polemica politica che lasciamo ai tendenziosi mestieranti del settore, ha comunque individuato zone rosse che devono essere i confini geografici da rispettare per evitare il diffondersi del contagio: ebbene, quel meraviglioso fenomeno capace alla scelta ed alla responsabilità che dovrebbe essere ogni uomo, si è trovato nella condizione di poter e dover scegliere se rispettare l’indicazione oppure no. Che si deve pensare dell’assalto ai treni per abbandonare le zone indicate dalla mappatura governativa? ( NB: Ora che mi leggete il blocco è oramai nazionale, la riflessione si riferisce in particolare alla prima deliberazione per le aree rosse del nord )

Ho avuto modo di ascoltare l’intervento di un opinionista che spesso, in altre occasioni, ho apprezzato per cultura e lucidità di analisi, ebbene, sosteneva che sarebbe stato opportuno un controllo militare estremamente censoreo da parte delle autorità, con un più o meno esplicito ammiccamento a quanto, dittatorialmente, si è effettuato in Cina. Ma che razza di essere umano è chi pretende di essere costretto a fare ciò che sa bene essere corretto nella consapevolezza che, in caso contrario, verrebbe meno al suo dovere? “Il solo modo di dimostrare il rispetto di sè è nel rispetto dell’altro”, affermo con le lapidarie parole di un grande pensatore contemporaneo. Ora, lasciamo perdere l’adolescente che, egoriferito per definizione, non si pone interrogativi circa gli effetti del proprio agire; lasciamo perdere anche l’arroganza della stupidità che proclama il proprio coraggio nel non temere il contagio; rivolgiamoci alle persone intelligenti che, ne sono certo, sono la maggioranza ed invitiamole ad un istante di riflessione. Se, come afferma il filosofo, il rispetto dell’altro è fondamentale, ne segue che non devo curarmi di evidenziare la mia ottusità per esibire un coraggio che è inconsapevolezza, il coraggio non è non aver paura, ma saperla vincere … ma non la paura del contagio, stupida ed egoistica, quella che invece ti fa dire: “Reputami pure un pavido, ma io temo per la tua salute e per quella delle altre persone e sono sufficientemente temerario per sfidare il tuo stupido giudizio, piuttosto, ringraziami per quanto ti sto rispettando”

Ma è il momento di rendere merito al grande Federico: la sua affermazione che ha aperto il nostro incontro sa di malinconico pessimismo? Nulla di più falso! Al contrario è una celebrazione dell’intelligenza e del coraggio dell’uomo: non sono felice perchè non vedo il problema, non sono un triste frustrato che scarica la sua sconfitta sugli altri perchè consapevole del fatto ma incapace a risolverlo, sono l’urlo taurino dionisiaco di chi si rende conto della tragedia ma sa affrontarla con coraggio e dignità. Chiariamo il concetto di tragedia, senza risalire all’etimo arcaico del canto dei capri e delle conseguenti possibili riflessioni, limitiamoci al convenzionale “una vicenda nella quale il protagonista muore o, comunque fa una brutta fine”. Non è trascurabile l’assunto che il protagonista della nostra vita siamo noi e tutti sappiamo che, speriamo il più tardi possibile, ci attende la morte, ebbene, l’importante è arrivarci preparati e con pochissimi rimpianti. Ma quello che mi preme oggi è sottolineare che questa prova della pandemia, così simile ad una guerra per la coscienza prossima dell’incombere della morte, non mi sembra abbia suscitato nelle persone quella spinta alla solidarietà, al rispetto dell’alltro, al vero amore per la vita che, così è ampiamente documentato, si verifica in prossimità di tragedie collettive. La domanda è: perché ciò che nel passato ha generano palingenesi catartiche, si traduce oggi in un opportunistico ed egoistico “io mi faccio i fatti miei”? Come si fa ad affermare “tanto sono i vecchi che muoiono”? Come è possibile che debba l’esercito fermare potenziali inconsapevoli untori? Mi sembra questa la rappresentazione di una umanità che, sia che sopravviva sia che scompaia, è già morta! Non rinunciamo alla nostra dignità, e la dignità non è mai disgiunta dal rispetto, ed il rispetto è soprattutto verso l’altro da me. In verità quando ho iniziato a scrivere il pezzo stavo pensando ad Heidegger, ma la situazione mi ha allontanato dalla sua riflessione sulla morte, sarà per un’altra occasione, nella speranza che i miei lettori, ma più che una speranza è una profonda convinzione, abbiano colto la centralità, ancora una volta, della riflessione filosofica profondamente connessa al quotidiano: la filosofia, se è vera filosofia, non è mai prigioniera dell’iperuranio platonico, ci cammina al fianco, ci vive nel cuore e ci rende migliori.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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