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Palazzo Tagliaferro, le opere della mostra Polemos raggiungono “a casa” gli appassionati d’arte

Al via l'iniziativa del centro culturale di Andora

Andora. Durante il periodo di chiusura temporanea, dovuta alle misure di contenimento di Covid-19, Palazzo Tagliaferro, cuore culturale del Comune di Andora, arricchirà le giornate degli appassionati d’arte con delle pillole.

Da oggi le opere della mostra Polemos raggiungeranno le persone direttamente nelle loro case grazie all’iniziativa #Artathome.

Il percorso espositivo di Polemos – Il Conflitto è padre di tutte le cose, è la dimostrazione di come sia possibile il dialogo fra arte antica (dipinti ad olio XVI al XVIII secolo) e contemporanea (opere di Agenore Fabbri, di Osvaldo Moi e Maurizio Taioli). Le opere selezionate per Palazzo Tagliaferro sono rappresentative della ricerca relativa alla tematica del conflitto declinata da artisti che hanno vissuto in epoche differenti e che hanno sondato attraverso la loro poetica le profonde pulsioni che agitano da sempre l’animo umano.

Oggi focus su Antonio Calza (Verona, 1653 – Verona, 1725). Appassionatosi alla pittura, non volle seguire la professione del padre orefice; all’età di undici anni fuggì a Bologna, dove entrò nella scuola di C. Cignani, che gli suggerì di dedicarsi alla pittura di battaglie e paesaggi. In seguito si perfezionò a Roma, studiando con il Borgognone e lavorando nella bottega di Jacques Courtois.

Nel 1675 si sarebbe riconciliato con il padre, tornando in patria dove sposò, sembra, una ricca vedova di 88 anni che, morendo, gli lasciò ogni avere. Commesso involontariamente un omicidio, Calza dovette poi allontanarsi da Verona e, stabilitosi a Bologna, venne considerato da quel momento come pittore felsineo.

Nel 1706 è a Venezia, dove, due anni più tardi, si sposa in terze nozze con Angiola Agnese Pakman, pittrice fiamminga, che diviene sua collaboratrice. Poi è a Milano e successivamente viene chiamato a Vienna da Eugenio di Savoia. Muore a Verona in tarda età, il 18 aprile 1725.

Antonio Calza godette nel secolo XVIII di una certa stima: P. Orlandi chiama il suo dipingere “di forza, ameno e di grande invenzione”; L. Crespi nota in lui “una prontezza di disegnare, un fuoco d’ideare e una certa grazia di toccare”.

Nell’immagine: Battaglia tra cavalleria cristiana e turca, olio su tela, cm 75×123

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