IVG.it -  Notizie in tempo reale, news a Savona, IVG: cronaca, politica, economia, sport, cultura, spettacolo, eventi ...

“Io, marito e figli infetti. In ‘guerra’ con il Coronavirus per 22 giorni”: lo sfogo di una famiglia savonese

“Mostro celato dietro un’apparente influenza comune”. Odissea tra dolori, febbre, tamponi e paure

Più informazioni su

Provincia. È il 21 febbraio 2020. Oggi (24 marzo), a distanza di un mese circa, sembra una vita fa. Le notizie internazionali, poi le prime a livello nazionale, iniziano ad “impazzare”. E la Liguria, che ancora non sa, ma teme (come tutti), è prossima, suo malgrado, a fare i conti con il “mostro”, che nella nostra terra si è palesato proprio in quei giorni.

Il caso dell’ospite anziana lombarda dell’hotel alassino Bel Sit è la miccia che apparentemente ha fatto scattare il contagio nella nostra Regione, ma c’è il sospetto che il Covid-19 fosse già presente, sebbene celato dietro le apparenze di una comune influenza.

È il 21 febbraio. Siamo nel savonese. E capita che un bambino di 12 anni rientri a casa da scuola e presenti febbre, stanchezza e tutti i tipici sintomi dell’influenza stagionale. E succede anche che, quasi in contemporanea, lo stesso destino tocchi alla sua sorellina, di appena 9, per poi estendersi a mamma e papà. Il tutto, nel giro di una manciata di giorni.

Da lì parte una vera e propria “odissea” tra chiamate, errori presunti e non (dovuti ovviamente alla scarsa conoscenza della materia che si aveva appena un mese fa) e racconti da brividi di amici e conoscenti, conditi da paure, incertezze e senso di abbandono. Un tunnel dell’orrore che inizia con un biglietto di sola andata, senza garanzie per il ritorno, e che dura ben 22 giorni, fino a quando arriva il tampone. Negativo. Ma solo di fatto al termine della malattia, e solo per un membro della famiglia.

C’è stato davvero in famiglia uno dei tanti casi di Covid-19 non accertati (secondo il capo della protezione civile Borrelli sono 9 su 10), oppure  è stata solo una “normale” influenza? Probabilmente non lo sapranno mai. Ma il Coronavirus è anche questo. Il modo in cui la malattia sta cambiando la nostra quotidianità non è fatto solo di numeri al tg, decreti e quarantene: è anche il terrore alle prime linee di febbre, i dubbi, l’ansia di dover “inseguire” una risposta che, vista la scelta di sottoporre a test solo casi specifici, a volte è destinata a non arrivare.

Questo è il racconto di una famiglia che, probabilmente tra le prime, ha “temuto” l’infezione e ha vissuto l’orrore. E che ha deciso di raccontare la sua storia attraverso IVG.it perché possa essere di monito, aiuto e conforto anche per altri. La storia è raccontata dalla mamma, Giulia (nome di fantasia), e ve la riportiamo interamente.

“Capiamo benissimo la situazione. Immaginiamo il caos negli ospedali e ringraziamo tutti i dottori, gli infermieri, le signore che puliscono i nosocomi e preparano pranzi e cene. Loro sono i veri eroi. Ma, come sempre, è tutto ciò che ‘gira’ intorno a non funzionare”.

“Il tutto ha inizio il 21 febbraio scorso, quando mio figlio di 12 anni arriva a casa da scuola con la febbre. Roba normale. Influenza in giro. Due giorni dopo, però, la febbre sale a 39 e non scende. Chiamo il dottore quando la febbre è a 40.2 e mi prescrive una ricetta urgente per fare i raggi al torace e un antibiotico. Il pomeriggio stesso, facciamo i raggi e fortunatamente non emerge nulla. ‘Curiamo’ con antibiotico e tachipirina”.

“Ma anche la piccola di 9 anni torna a casa da scuola molto ‘moscia’: 38.5 di febbre e, anche per lei, tachipirina. Alla sera, però, anche io e mio marito accusiamo parecchia tosse secca, che ci porta a bere latte e miele e a mangiare molte caramelle alla menta per cercare di alleviare il fastidio intenso. E iniziamo a non sentire neanche più l’odore di pittura fresca”.

“Sabato 22 febbraio siamo entrambi due vegetali con febbre a 39.5, tosse e dolori ovunque soprattutto alla testa e così anche domenica. Al punto che a cucinare per la sorellina è stato suo fratello più grande perché per noi era impossibile stare in piedi”.

“Decido di chiamare il dottore e gli elenco i sintomi ma lui dice, senza visitarci, che è solo influenza. Eppure qualcosa mi tormenta e penso di chiamare il 112 (ma dicono di chiamare prima il medico di famiglia) visto cosa circola, ma le sue continue tesi su una semplice influenza e il fatto che qui ancora non si parlava di contagi, se non la signora lombarda di Alassio, mi ha frenato”.

“I giorni successivi, però, febbre, tosse e mal di testa persistono ancora. Richiamo il medico, che dice di iniziare l’antibiotico a mio marito per la tosse, nulla per me. Nel frattempo, i bimbi stanno meglio, anche se la tosse ce l’hanno ancora”.

“Dopo alcuni giorni, finalmente mi ‘sfebbro’ anche io, passando da temperatura alta a 37,6 costante, mentre per mio marito la colonnina di mercurio continua a segnare almeno 38. Scadono le tempistiche dell’antibiotico per lui, ma senza alcun beneficio tratto: febbre e tosse restano persistenti. Anche per lui sono stati necessari i raggi, che per fortuna hanno escluso qualunque tipo di problema grave”.

“Lo scorso 8 marzo, poi, veniamo a scoprire che una persona con cui mio marito il 20 febbraio era stato a contatto, è ricoverata in terapia intensiva per Coronavirus perché ha avuto contatti con la signora lombarda di Alassio e che sono state contagiate molte altre persone che sono state a contatto con lui. Risento il dottore (anche lui in quarantena) e mi dice, dopo ben 18 giorni, di chiamare il 112”.

“Nei giorni successivi, abbiamo ricevuto una telefonata al giorno per sincerarsi delle nostre condizioni, ma nulla di più. Fino al 14 marzo, quando, finalmente, il personale specializzato arriva per effettuare il tampone, ma solo a mio marito. Mi dicono che entro 72 ore avremmo avuto il risultato, ma non sentiamo più nessuno”.

“Solo ieri, lunedì 23 marzo, in seguito ad una infinita serie di telefonate, vengo a sapere che il tampone è a Genova ed è negativo. Mi dice che il referto dobbiamo richiederlo all’ufficio di igiene, dal quale però non ha risposto nessuno. Tutto questo, al termine di un calvario durato ben 22 giorni”.

“Noi abbiamo avuto il Coronavirus, fortunatamente in forma leggera, ma siamo molto arrabbiati e ci siamo sentiti abbandonati. È andata bene che non abbiamo avuto conseguenze peggiori perché per il dottore era solo influenza e non mi sembra normale fare un tampone e dopo 10 giorni non avere ancora i risultati. C’è gente che conosciamo bene che purtroppo è morta”.

“Finalmente sono uscita a fare la spesa. In questi giorni, se non fosse stato per gli amici, non avremmo saputo come fare, sia per gli alimenti che per le medicine. Dall’insorgere della patologia, infatti, non abbiamo mai messo piede fuori di casa per tutelare gli altri, per evitare di contagiare involontariamente altre persone”, ha concluso Giulia.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di IVG.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.