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Il mondo dopo il coronavirus, il sociologo: “Rischio esasperazione dei localismi, ma anche riscoperta del rapporto con gli altri”

A livello macro la globalizzazione è entrata in crisi profonda: si ridisegneranno obiettivi ed equilibri ma a pagare saranno come sempre soprattutto i poveri

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Liguria. Niente sarà più come prima dopo la più grande epidemia mondiale della storia recente. Difficile, mentre stiamo chiusi nelle nostre case ad osservare dalla finestra le città deserte, non provare a immaginare il futuro della nostra società dopo una cesura storica come quella che stiamo vivendo. Come sarà il mondo dopo il coronavirus? Con il sociologo urbano Agostino Petrillo Genova24 ha provato a tracciare alcuni scenari probabili e altri auspicabili.

Il primo aspetto da analizzare sono le conseguenze di tipo macro dell’attuale emergenza mondiale targata Covid-19. “E’ evidente che questa situazione avrà come conseguenza un rallentamento se non una vera e propria crisi dei processi della globalizzazione – spiega Petrillo – i cui effetti si vedono già ora con la chiusura delle frontiere, la riduzione dei voli, dei contatti e che avrà conseguenze importanti sulla produzione delle merci e sulla delocalizzazione e sulla distribuzione del lavoro – spiega il sociologo – perché per esempio è evidente che serve una riflessione sul fatto che per approvvigionarti di alcuni beni fondamentali come le mascherine non possiamo più pensare di poterci appoggiare a un Paese lontano come la Cina”.

C’è poi il profilarsi di una crisi economica mondiale senza precedenti: “Secondo organizzazione mondale del lavoro il pil a livello mondiale calerà del 3% e la conseguenza saranno decine di milioni di disoccupati in più nel mondo” . Anche gli equilibri di potere sono destinati a cambiare: “Ci saranno alcuni Paesi che si rafforzeranno. Diversi studiosi sostengono che la Cina ne uscirà rafforzata mentre vedremo un ridimensionamento degli Stati uniti e un ruolo sempre minore dell’Europa che ha mostrato ancora una volta la sua fragilità non essendo in grado di gestire questa crisi facendo fronte comune”.

A livello micro le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti noi: “Il distanziamento solidale rischia di diventare una componente normale delle nostre vite perché anche quando ci sarà un ritorno alla normalità. che non sarà mai quella di prima ma sarà una normalità da disegnare, queste norme resteranno in parte in vigore almeno fino a che non arriveranno risposte di tipo medico”. E le conseguenze investono non solo le normali relazioni sociali sia il mondo dell’istruzione e della cultura: “Manca la dimensione del collettivo e del faccia a faccia. Basti pensare alla scuola e all’Università. Da un lato non è vero che tutti hanno la stessa possibilità di accedere e seguire le lezioni, ma se si pensa al mondo universitario a questo si aggiunge il fatto che viene a mandare il ruolo pubblico di riflessione che l’Università è sempre avuto, non solo per la mancanza di confronto con gli studenti ma anche di dibattito tra colleghi perché le chat non sono ovviamente la stessa cosa”.

La conseguenza dell’isolamento rischia di essere un vero e proprio isolazionismo che esaspera atteggiamenti egoistici, che si riflette nei processi di spionaggio e delazione di massa che abbiamo visto in queste settimane e che rischia di far riemergere ,a tempesta finita fenomeni di localismi ancora più esasperati dalla crisi economica e che rischiano di rappresentare un fattore di disgregazione sociale

Se le tinte sono prevalentemente fosche, tuttavia, quest’emergenza collettiva potrebbe anche portare qualche elemento positivo
“Questo attuale isolazionismo potrebbe trasformarsi in un desiderio di socialità, un rebound come dicono gli inglesi, una riscoperta dell’alterità come valore e una maggiore consapevolezza dell’importanza del rapporto con gli altri”. A voler rovesciare proprio essere ottimisti “si può immaginare un mondo con meno cinismo e un ridimensionamento del valore del denaro, un mondo dove avremo tutti un po’ meno ma potremo essere piu felici”.

Per il sociologo genovese che studia gli spazi urbani addirittura “si può osare immaginare che si possa ripartire dalle città, non solo dalle relazioni di vicinato ma anche attraverso un uso nuovo degli spazi delle città. Come noi tanti spazi non utilizzati, vuoti urbani spazi abbandonati: luoghi in cui un’intelligenza sociale collettiva che possa creare nuove forme di aggregazione in città come la nostra dove ci sono grandi spazi non utilizzati”.

A cambiare nei territori dovrà (o quantomeno dovrebbe) essere anche la gestione della sanità: “Quest’emergenza mostra come è fondamentale avere un sistema sanitario fortemente territorializzato, con strutture che possano intervenire rapidamente”. Come si paga tutto questo? “Beh la risposta vien da sé come han già detto alcuni miliardari americani: tassando le grandi ricchezze”. “Il mondo è in fondo quello che noi ne facciamo” conclude Petrillo citando il poeta Wallace Stevens.

Ad essere meno ottimisti c’è purtroppo da constatare che “pagheranno al solito di più i poveri come si vede già negli Stati dove i poveri non possono nemmeno fare il tampone e dove sta nascendo un movimento di homeless che occupano edifici vuoti perché cercano un posto dove stare durante l’emergenza. il rischio di assalti ai supermercati al Sud? “Al netto si situazioni magari pilotate per gli interessi di qualcuno è evidente che al sud la metà dell’economia è fatta di lavori saltuari, occasionali o sommersi che ora sono sono saltati. E’ evidente he non basteranno le briciole di questi buoni basto, così come d’altronde serviranno interventi consistenti al Nord”.

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