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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Il mito di Sisifo

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”. È questa l’affermazione che apre il capitolo “L’assurdo e il suicidio” che Albert Camus ha posto in apertura del suo ben noto saggio “Il mito di Sisifo”. Ogni giorno, appena aperti gli occhi, decidiamo! Non ce ne rendiamo conto, l’atto non è consapevole, notazione di non poco conto, ma ogni giorno scegliamo di non suicidarci, di dire si alla vita, di concederci una nuova opportunità. Non è trascurabile l’inconsapevolezza della nostra quotidiana deliberazione proprio perché, non essendo consapevole, tale scelta diviene ovvia, scontata e, di conseguenza, di scarsa portata etica. In questo modo non comporta responsabilità, è un fatto, come si dice di solito, un fatto omogeneo alla quasi totalità degli uomini : “Perché dovrei perdere tempo a prendere coscienza di una scelta che, oramai, compio in automatico?” … come se esistesse qualcosa di più importante nella nostra giornata che non sia la decisione di viverla. Il tema è centrale per la filosofia proprio in quanto è centrale per ognuno di noi, soprattutto perchè nella scelta è intrinseca la componente successiva: come intendo viverla. Tale assunto è anch’esso, oltre che simultaneo, inconsapevole, si da’ per acquisito, ma se solo ci fermassimo a riflettere un istante ci renderemmo conto di quanto poco lo sia realmente.

Poco più di un anno fa una mia alunna ha deciso di suicidarsi, oltretutto in maniera atroce e rituale, non intendo assolutamente entrare nel merito, proprio perché ho rispettato ed amato la sua intelligenza, la sua sensibilità ed il suo coraggio quando l’ho condivisa, certo non verrò meno ora a tanta discrezione, solo mi resta radicato profondo nell’anima un interrogativo: quel gesto è stato incomprensibile o incompreso? Credo sia inevitabile porsi questa domanda per chi solo un attimo prima poteva parlare con una persona cara e non è riuscito a comprendere che già si trovava sul ciglio di un abisso. Non ho smesso da quel giorno un solo istante di interrogarmi, di cercare una risposta, un perché … o forse solo il coraggio di perdonarmi di non essere stato capace di aiutarla. Pasternak afferma che “ci si uccide non per tener fede alla decisione presa, ma perché è insopportabile questa angoscia che non si sa a chi appartenga, questa sofferenza che non ha chi la soffra, questa attesa vuota, non riempita dalla vita che continua”. Sembra davvero di rivivere, nelle parole di Pasternak, l’assurdo della condanna di Sisifo. Per chi non conoscesse il mito lo riassumo brevemente: per alcuni fu padre di Ulisse al quale lasciò in eredità la spregiudicata astuzia, per certo è che riuscì ad ingannare Thanatos, il dio della morte, conseguendo una “momentanea immortalità”. Ciò determinò la reazione di Zeus che ordinò ad Hermes di smascherare l’astuto mortale e condurlo nel regno dei defunti.

Ancora una volta, però, l’ingegno di Sisifo gli permise di tornare in vita. Prima di accomiatarsi dalla moglie, infatti, le impose di non rispettare i rituali della sepoltura e lei fu indotta all’ubbidienza. Una volta di fronte a Persefone ed Ade, signori dell’aldilà, lo scaltro mortale chiese loro di poter tornare sulla terra per indurre la consorte al rispetto del rituale ed ottenne il loro consenso. A parte diverse sfumature tra i vari racconti del mito, comune resta la condanna per il mancato mantenimento dell’impegno a tornare nell’aldilà una volta punita la moglie incolpevole. La sua ennesima trasgressione verrà sanzionata dagli dei condannandolo, nella sua permanenza nel mondo dei morti, con l’obbligo di spingere un macigno pesantissimo fino alla cima di una montagna, per poi ricominciare una volta che esso fosse ridisceso dall’altro lato. Tutto questo per l’eternità. Albert Camus sovrappone l’assurdo della condanna con l’assurdo della vita di ogni essere umano che non comprende il senso della vita stessa e si raggira costruendo autoingannevoli giustificazioni trascendentali: Dio. La conclusione del filosofo francese è che l’uomo-Sisifo non deve commiserarsi né consolarsi ma avere il coraggio di accettare il proprio destino, consapevole della propria mortalità non si avvilisce ma si autodetermina, una volta compreso che la sua vita è lotta, deve assumersi la responsabilità della stessa. Significative le ultime righe del saggio in questione: “Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile nè futile […] Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

E mi tornano alla mente suicidi esemplari. Fu un vero suicidio quello di Socrate? Per certo decise di andarsene con dignità, consapevole che la sua sopravvivenza da alieno in un universo estraneo lo avrebbe avvilito ed umiliato più che la morte. Quanto diversa la scelta di Galileo di fronte all’inquisizione: meglio l’abiura che la morte. Altrettanto distante il suicidio di Van Gogh, nulla in comune con quelli di Hitler, Goring e Himmler. E ancora quante variabili: Tenco e Dalida; la Monroe e Williams, Levi e Pavese … sarebbe lungo l’elenco ed estremamente eterogeneo nei modi e nei perché. Ecco che la sintesi di Camus torna ad essere illuminante: il filosofo assume la prospettiva del condannato a morte, la condizione assurda e comune di ogni vivente, sottolineando che la vera assurdità sta nel sostituire la qualità di ciò che viviamo “in attesa della morte” con la quantità di ciò che facciamo per non rendercene conto. Seguendo le briciole di pane di polliciniana memoria che Camus ci ha lasciato, possiamo arrivare alle soglie della pandemia che stiamo vivendo in queste settimane: perché non approfittare dell’occasione di questo impedimento alla frenesia vuota del consumare del tempo depensandoci, magari riflettendo sulla morte che ci circonda. Non c’è nulla di avvilente in questo, al contrario, ci permette di riscoprire la vera dignità dell’esser-ci in questa realtà, una realtà non voluta, non scelta, non abbiamo mai potuto farlo, ma una realtà che ci permette di riconoscere il vero valore dell’essere umano, il suo coraggio di soffrire, vivere, essere solidale, sapersi sacrificare, saper riscoprire che la vita è bella se sappiamo renderla tale. Certo, in un angolo della mente rimane il dubbio che tutto questo dolore sia stato prodotto da un uomo e solo per un interesse economico, ma non è stato così anche con le guerre? Ed in quel caso c’è chi ha ucciso per il piacere di farlo ma anche chi ha amato la vita negli occhi di ogni essere umano incontrato! Ancora una volta sta a noi scegliere egoisticamente o da esseri umani degni di tale appellativo.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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