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Coronavirus, il sociologo: “Società in grado di riadattarsi, ma diffidenza verso l’efficienza solo apparente del potere” foto

I supermercati svuotati soprattutto nelle periferie dove il senso di abbandono amplifica le paure

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Liguria. L’emergenza Coronavirus come un gigantesco esperimento sociologico dove osservare le reazioni della società di fronte a un allarme globale. I piani di interesse per un sociologo sono indubbiamente diversi, alcuni strettamente teorici, altri più di osservazione empirica del fenomeno. Genova24 ne ha parlato con il sociologo genovese Agostino Petrillo: “Da un punto di vista teorico in queste settimane non sono mancate letture in termini post apocalittici da parte di studiosi che parlano di catastrofe globale, da legare alle emergenze del pianeta.

Dall’altra c’è la linea per esempio di Giorgio Agamben “secondo cui finita l’emergenza Isis e terrorismo i poteri dispotici dovevano inventarne un’altra per mantenere lo stato di eccezione che comparta un controllo spropositato sui corpi e sui movimenti delle persone. Per Agamben quella che sarebbe poco più di un’influenza quindi diventa lo strumento per moltiplicare ulteriormente i dispositivi di controllo personale”.

Una teoria “certamente affascinante visto che in Cina sono state messe quarantena per 50 milioni di persone con le immagini impressionanti che abbiamo visto tutti di di città vuote che qualche riflessione la impongono”. Ancora, ci sono le analisi come quella di Mimmo De Masi che “vede il bicchiere mezzo pieno. Da un lato secondo De Masi si è ovviamente verificata una restrizione delle libertà personali senza precedenti in tempo di pace, ma qualcosa da questa emergenza ne abbiamo anche guadagnato in termini di coscienza dei rischi ambientali ed ecologici, con il pianeta intero che ha toccato per la prima volta con mano il rischio di una tragedia planetaria”.

Accanto alle analisi strettamente teoriche tuttavia secondo Petrillo si possono fare altre osservazioni. La prima è proprio l’immagine delle città vuote – spiega -che si innesca su una vecchia tematica, vale a dire il fatto che i grandi poteri dispotici hanno sempre voluto vedere le città vuote per averne un controllo totale. Basti pensare a Pietro il grande quando ha costruito San Pietroburgo la voleva vuota perché solo cosi per lui era veramente bella”.

Il secondo elemento forse ancora più dirompente, riguarda una delle immagini simbolo di queste settimane, quelle dell’assalto ai supermercati che ha interessato le grandi città nei primi giorni dell’emergenza: “Un fenomeno che a Genova è stato abbastanza ridotto rispetto ad altre città e ha riguardato in particolare modo i quartieri poveri e/o periferici”. Basti pensare in effetti agli scaffali vuoti dell’Ipercoop di Bolzaneto è stata quella dell’assalto ai supermercati di Marassi o Sestri.

“A Castelletto come nei quartieri benestanti del levante non è successo. Evidentemente si tratta di un retaggio culturale, in parte generazionale che rimanda soprattutto gli anziani ai tempi della guerra. Già nel 1991 ai tempi con la prima guerra del Golfo si era verificata una situazione analoga”. I poveri quindi hanno più paure dei ricchi: “Certamente, da un lato hanno minori strumenti per filtrare anche i messaggi che arrivano dai media, dall’altro ovviamente chi è benestante non si preoccupa del fatto che il prezzo dei beni di prima necessità possano aumentare improvvisamente”.

Un senso di abbandono che implementa la paura: “Nelle periferie urbane in cui esiste un sentimento di relegazione e risentimento sociale le notizie hanno un effetto deflagrante perché laddove vi è una sopravvivenza abbastanza spenta la sola idea di dover restare in qualche modo isolati in quartieri già poco ospitali e mal serviti provoca reazioni amplificate”.

Ci sono tuttavia anche elementi positivi che si possono trarre da questo maxi esperimento sociale: “Anzitutto diciamo che il sistema sanitario nazionale, nonostante i tagli alle risorse, la mancanza di turn over e i troppi contratti precari ha retto bene nel gestire un’emergenza certamente complessa”. E nel complesso la società civile tutta ha dato segni positivi: “Si è vista una società capace di reagire e riadattarsi. Per fare un esempio a Milano ma anche a Genova le università si stano organizzando con i corsi online, cosi come le scuole, o le stesse funzioni religione così come il ricorso allo smart working è segno di una capacità di reagire in modo efficiente a un’emergenza”.

Diverso il giudizio sul potere politico dove “si conferma il problema della formazione complessiva della classe dirigente del nostro Paese, che ha strumenti di analisi della realtà molto modesti e legati alle necessità permanente di sondare gli umori a fine elettorali con la conseguente incapacità a comportarsi in maniera coerente”.

E la fiducia nel potere costituito, nonostante le rassicurazioni, spesso accompagnate da messaggi contraddittori viene meno: “Quello che colpisce in questi giorni è anche la paura che nasce dall’idea che il presente non stia più insieme che ci voglia poco a mandare tutto all’aria. La catastrofe presagita forse da qualcuno addirittura invocata è dietro l’angolo e si generalizza la consapevolezza che chi gestisce il potere può tutt’al più osservare e rassicurare ma che non ha il potere di intervenire concretamente ed emerge la diffidenza nei confronti di un’efficienza ritenuta per lo più apparente”.

Lungi dal rafforzare il sistema, per Petrillo “i ritorni all’ordine proclamati frettolosamente rafforzano nell’uomo della strada la convinzione che il potere persegua interessi che gli sono in buona parte estranei”.

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