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“Alberghi chiusi, cibo scarso e polizia con bastoni, ma stiamo bene”: il lockdown in India di Samuela e Kevin

Dopo l’appello dei famigliari per il rientro, ecco l’incredibile racconto della giovane coppia di Spotorno

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Spotorno. Alimentari e supermercati presi letteralmente d’assalto e, di conseguenza, cibo scarso, con piatti ‘clandestini’ passati sottobanco da ristoratori di buon cuore, ma anche pasti frugali, composti solo da succhi di frutta e biscotti. Una corsa contro il tempo incredibile per muoversi in un paese straniero a bordo di un treno, evitando in extremis il blocco dei mezzi pubblici.

Il tutto con la paura, figlia del rischio di subire bastonate dalle forze di polizia, più che rigorose nel far rispettare la quarantena. E una speranza: “Poter far rientro a casa, in Liguria, al più presto”.

Qualche giorno fa abbiamo rilanciato l’accorato appello dei famigliari per “sbloccarne” il rientro in Italia e vi abbiamo raccontato dell’interessamento diretto di due senatori della Lega, Paolo Ripamonti e Gian Marco Centinaio, e ieri si è aggiunta anche la solidarietà di Roberto Arboscello, sindaco di Bergeggi e vicesegretario vicario del PD di Savona e di esponenti di spicco del suo partito.

Qualcosa si muove attorno agli italiani bloccati in India. Sono tanti e tra loro ci sono i trentenni spotornesi Samuela e Kevin che siamo riusciti a contattare direttamente, facendoci raccontare la loro incredibile avventura, perché di questo si è trattato, cercando anche di offrire ai lettori uno spaccato da una zona del Mondo tanto lontana geograficamente, quanto vicina nella lotta al Covid-19 che, al contrario di noi, non conosce confini.

Qualcuno ha anche criticato la decisione dei due spotornesi e, più in generale, di tutti i connazionali che si sono messi in viaggio tra fine febbraio e inizio marzo 2020, dimostrando non solo scarsa empatia, ma dimenticandosi, soprattutto, che, proprio in quel periodo, c’era ancora chi in Italia parlava di “semplice influenza” e chiedeva di “riaprire tutto”.

Sembra passata un’eternità, ma si è trattato di poche settimane, in cui tutto è cambiato ad una velocità impressionante. E in un attimo, il lockdown è scattato in tutto il Mondo. L’Italia è stata “solo” l’apripista in Europa, dove la maggior parte degli stati hanno ricalcato i nostri protocolli nazionali. Ma in Asia, in questo caso in India, la quarantena è ferrea, molto diversa dalla nostra. Ed è certo ben più duro viverla.

“Tutto è iniziato quando un gruppo di turisti italiani di Codogno in vacanza in India sono risultati positivi al test del Coronavirus”, – hanno raccontato Samuela e Kevin dalla loro stanza, affittata tramite una comunità di yoga locale, nello stato di Goa, dove ultimamente passano la gran parte del tempo, tenendosi in contatto con i genitori e in attesa di notizie positive dalla Farnesina e dall’Ambasciata italiana.

“In quel momento, – hanno proseguito, – il gruppo si trovava nello stato del Rajasthan, una delle maggiori mete turistiche poiché antica dimora dei ricchi Mharaja. Eravamo in contatto con diversi connazionali presenti in India da prima di noi e le nuove informazioni descrivevano la paura che gli indiani iniziavano ad avere nei confronti degli occidentali, considerati come gli artefici dell’inizio del contagio. Diversi italiani hanno iniziato ad avere difficoltà a trovare delle guesthouse disposte ad accoglierli, ma per quante si rifiutassero, ce ne erano altre pronte ad accoglierli”.

“Noi eravamo arrivati da non molto in India. Dopo aver passato qualche giorno a Delhi, visitando i suoi templi e luoghi di culto, ci siamo spostati verso Agra, dove sorge il Taj Mahal, una delle sette meraviglie del mondo. Si iniziava a parlare di una possibile chiusura dello stesso per ridurre la possibilità di contagio, comprensibile, considerato che il mausoleo conta circa 40 mila visitatori al giorno”.

“Continuiamo il nostro viaggio, restando sempre allerta e seguendo le notizie della Farnesina nonché le informazioni che ci arrivavano dai connazionali in India. L’Italia intanto decideva per la quarantena della sua popolazione. Da lì a breve la notizia che la compagnia AirIndia, con la quale avevamo volato, non avrebbe più effettuato voli verso l’Italia fino al 30 aprile. Il nostro volo di rientro del 2 aprile era stato cancellato. Apprendiamo inoltre, quasi contestualmente, che tutti i monumenti appartenenti al dipartimento dell’archeologia dell’India, sarebbero stati chiusi”.

La situazione si faceva critica, decidiamo di tornare immediatamente a Nuova Delhi con il primo volo, convinti che fosse opportuno rientrare in Italia al più presto. Una volta a Nuova Delhi ci informiamo sui voli di rientro, Alitalia volava ancora tre volte a settimana su Roma e ci rassicura sulla possibilità di un volo interno che ci avrebbe portati fino a Milano. Entriamo immediatamente sul sito per prenotare il volo. L’India aveva ormai vietato l’ingresso ai cittadini italiani ed i voli provenienti dall’Italia arrivavano vuoti per poi ripartire con i passeggeri verso la patria. Il costo dei biglietti era quadruplicato ed inaccessibile, inoltre Airindia prendeva tempo per i rimborsi dei biglietti aerei”.

“Scorriamo le date fino a trovare il primo prezzo abbordabile, l’8 aprile. C’erano ancora 5 posti, non avevamo scelta, prenotiamo subito. Il nostro viaggio doveva continuare ancora per un periodo ed anche se non eravamo dell’umore adeguato, decidiamo di impegnare il tempo visitando Varanasi, città sacra per gli induisti. Passarono solo due giorni, i casi di Coronavirus aumentavano ed il Primo Ministro Modi decretava il primo giorno di lockdown in India”.

Non sapevamo più cosa aspettarci, incontravamo sempre più persone che avevano avuto difficoltà a farsi accogliere nelle guesthouse e per di più, al di fuori della città, nessun monumento era più visitabile. Eravamo in contatto con altre due coppie di italiani che avevamo incrociato durante il nostro viaggio. Loro si trovavano nello stato di Goa (uno tra i pochi che ancora non aveva casi conclamati di Coronavirus) e soggiornavano in un resort che accoglieva senza problemi cittadini italiani”.

“Da Varanasi, l’unico treno diretto per Goa era il sabato e quel giorno erano le 13 di sabato 21 marzo, la vigilia del primo giorno di lockdown di tutta L’India. Prepariamo in fretta i bagagli e ci rechiamo in stazione, preparandoci ad un viaggio di trentanove ore che ci avrebbe permesso di raggiungere lo stato che al momento era il più sicuro. Dopo la prima notte in treno, contattiamo i nostri amici a Goa: il lockdown si sarebbe protratto per tre giorni, ed insieme alle città doveva anche fermarsi il sistema ferroviario. Riusciamo ad arrivare a destinazione solo perché il nostro treno era partito il giorno prima dell’inizio del lockdown, ma una volta arrivati, ci ritroviamo bloccati”.

Il lockdown viene protratto prima al 31 marzo e poi al 15 aprile. Ogni tipo di volo, sia nazionale che internazionale, nonché i collegamenti via terra compresi i taxi vengono arrestati. Ogni tipo di attività commerciale chiusa, ad esclusione dei negozi di prima necessità. L’India era ufficialmente in quarantena e noi insieme a lei, ma ciò che è peggio, il resort ci chiedeva di lasciare l’indomani mattina le stanze perché avrebbe chiuso”.

Siamo stati accolti da una comunità yoga, per fortuna poco distante dal resort, dove abbiamo potuto affittare una camera per coppia e dove all’inizio ci veniva assicurato un pasto frugale al giorno, il pranzo. Per il resto ce la dovevamo cavare da soli. I primi giorni sono stati i più duri. Com’è successo in Italia, anche in India c’è stato un assalto ai negozi di alimentari, in giro trovavamo solo succhi di frutta e biscotti. Abbiamo anche rischiato di prenderci qualche bastonata dai poliziotti che cercavano di far rispettare il decreto”.

Avevamo trovato qualche ristorante abusivo che, a luci spente, dal retro del negozio ci allungava i pasti. Ora, però, la comunità non riesce più a garantirci il pranzo poiché il sistema di consegna a domicilio del cibo non sta funzionando nello stato di Goa e loro non riescono più ad assicurare un pasto per tutti gli ospiti. Anche nel ristorante in cui ci stavamo rifornendo alcuni piatti hanno iniziato a non essere più disponibili per mancanza di materie prime ed i titolari ci hanno avvisato che da qui a poco potrebbero chiudere”.

Tuttavia, nonostante le difficoltà, speriamo di riuscire a trovare sempre un modo per trovare beni di prima necessità. Nel nostro gruppo c’è una donna di sessantacinque anni di Genova, che il 9 aprile terminerà i suoi medicinali salvavita (ma l’Ambasciata ci ha assicurato che se servirà le farà avere ulteriori medicinali per tempo). A parte questo problema, stiamo bene, grazie a Dio”.

Chiediamo soltanto a chi ne ha potere di intercedere per noi affinché il Governo indiano conceda un volo da Goa per il rientro in Italia, poiché a causa della chiusura delle frontiere non c’è speranza per noi di raggiungere la capitale Nuova Delhi, città dalla quale l’Ambasciata si sta adoperando per il rimpatrio dei connazionali”, hanno concluso i due giovani.

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