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I Magazine di IVG.it - Nera-Mente

The Hello Kitty Murder. Una storia criminale ai limiti della realtà

"Nera-Mente" è la rubrica di Alice, appassionata di criminologia

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Cosa potranno mai avere in comune Hello Kitty, la gattina dei cartoni animati più amata dai bambini, e la vittima di crudele omicidio dalle circostanze così assurde da sembrare una leggenda metropolitana? Apparentemente nulla, se non fosse che proprio questi due elementi sono stati, in passato, i protagonisti di uno dei delitti più efferati che hanno scosso l’opinione pubblica mondiale.

È il maggio del 1999 quando una ragazzina di soli quattordici anni si presenta in una stazione di polizia di Hong Kong dichiarando di essere perseguitata dal fantasma di una donna che infesta il suo appartamento. La ragazza è visibilmente terrorizzata e pare stranamente sincera, perciò gli agenti decidono di accompagnarla nella sua abitazione per cercare di far luce su cosa possa averla così spaventata da spingerla a rivolgersi alla polizia.

Giunti al terzo piano di una palazzina nel distretto commerciale di Tsim Sha Tsui, al numero 31 di Granville Road, gli agenti trovano una casa spoglia, pressoché vuota, fatta eccezione per un grosso pupazzo di Hello Kitty a forma di sirena adagiato vicino al letto. I poliziotti ormai pensano di essere davvero caduti vittima di un macabro scherzo ma è a questo punto che la ragazza cade preda di un terrore incontrollabile, indica il pupazzo e sostiene, tra le lacrime, di essere lei una dei suoi carnefici. Tra l’incredulità generale e forse qualche risata di scherno, l’ingombrante giocattolo viene quindi sollevato ed esaminato più attentamente. Una sgradevole sorpresa li attende.

Il pupazzo mostra infatti, sul retro, una cucitura realizzata grossolanamente che lascia intravedere la presenza di qualcosa di lucido all’interno. La cucitura viene allentata e rivela una terribile scoperta: un teschio, un teschio umano. A quel punto la ragazzina non è più in grado di trattenersi e racconta agli agenti, sempre più sconvolti, tutta la storia. Il cranio appartiene a Fan Man-yee, una ragazza cinese di ventitre anni già nota alle forze dell’ordine per precedenti di prostituzione e furto.

Un paio di anni prima, nel 1997, Fan Man-yee conosce in una casa di appuntamenti un certo Chan Man-Iok, di anni trentacinque, uno spacciatore di poco conto, spesso sotto gli effetti di metanfetamine, come ce ne sono tanti nella Hong Kong di fine anni ’90, martoriata dalla presenza di gang criminali che puntualmente riempiono le pagine dei quotidiani con la loro violenza efferata. Al termine di uno dei loro incontri, ormai diventati una piacevole abitudine per Chan, Fan Man-yee decide prendere le distanze dall’uomo, non senza prima  sottrargli il portafogli contenente circa 4000 dollari in contanti.

Chan se ne accorge in breve tempo e dopo averla selvaggiamente picchiata (com’era del resto già avvezzo a fare durante gli appuntamenti) riesce a farselo restituire assieme ad altri 10.000 dollari di interessi. Quel che Fan Man-yee non sa è che per lei il peggio deve ancora arrivare. Il 17 marzo del 1999 Chan e altri due complici, Leung Shing-cho (ventisette anni) e Leung Wai-lun (ventunenne), sempre più schiavi delle metanfetamine, rapiscono Fan con l’intento di farla prostituire e ricavare così il resto del denaro che ripaghi quel debito inestinguibile (verrà costantemente aumentato) che la ragazza ha sfortunatamente maturato verso di Chan e la sua banda.

La nascondono quindi a casa della fidanzata adolescente di Chan, quella stessa ragazzina che, oppressa dai sensi di colpa, si sarebbe poi presentata alla polizia per condurli sul luogo del brutale quanto assurdo misfatto. Qui Fan viene fatta prostituire e picchiata quotidianamente con inaudita ferocia, al punto che, con i lineamenti ormai irriconoscibili, stravolti dai lividi e dalle ferite, nessun cliente si interessa più a lei e perciò i quattro decidono di comune accordo di renderla un mero oggetto su cui sfogare la propria follia criminale. Fan viene torturata, picchiata, massacrata ripetutamente tra una partita ai videogiochi e l’altra. Diviene vittima di una crudeltà senza eguali, alimentata da quel consumo spasmodico di metanfetamina che ormai rende i suoi aguzzini al pari di bestie feroci.

Dopo due mesi di torture, Fan Man-yee muore, sola e senza più speranza. E, paradossalmente, la morte della ragazza non ferma la crudeltà del branco. I quattro criminali devono ora disfarsi del corpo. Prima lo fanno a pezzi nella vasca da bagno, poi le varie parti vengono bollite in modo da discioglierne i tessuti e rendere il cadavere di facile smaltimento. I resti vengono in parte gettati nell’immondizia e in parte nascosti nell’appartamento, poi subito abbandonato. Sorte, questa, che tocca anche al cranio della povera Fan, cucito per chissà quale distorta ragione all’interno dell’ormai famigerato pupazzo di Hello Kitty e lasciato nell’abitazione.

Grazie alla preziosa testimonianza della quattordicenne, Chan Man-Iok e i suoi due complici vengono arrestati e condannati al carcere a vita, con una pena minima di vent’anni di reclusione ciascuno, da scontarsi senza possibilità di ricorso. La giuria, infatti, ha ritenuto che i quattro non volessero uccidere Fan, ma “solo” torturarla. Ragion per cui sono stati accusati di omicidio colposo e sequestro di persona, ma non di omicidio volontario. Una sentenza forse discutibile. La ragazzina, invece, essendo risultata fondamentale per lo sviluppo delle indagini, è stata considerata collaboratrice di giustizia, e dunque non perseguibile. A completare l’orribile quadro manca, a questo punto, un ultimo particolare.

Cosa è accaduto al luogo teatro del delitto? L’appartamento è stato demolito definitivamente solo qualche anno più tardi, non senza prima diventare meta di pellegrinaggio per molti appassionati dell’occulto, fermamente decisi a contattare lo spirito di Fan e renderle omaggio. Di certo non sapremo mai se, negli anni, il suo spirito sia realmente apparso a qualche curioso, ma forse non sarebbe poi così difficile immaginarlo. Del resto, è stato proprio grazie a una storia di fantasmi, come se ne raccontano tante, se la sfortunata Fan Man-yee ha potuto finalmente trovare giustizia.

“Nera-mente” è una rubrica in cui parleremo di crimini e non solo, scritta da Alice, studentessa ed aspirante criminologa: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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