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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

La libertà dell’imperativo

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“[…] agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.” Si tratta di una delle formulazioni dell’imperativo categorico kantiano contenuta in “Fondazione della metafisica dei costumi”, un testo in cui Immanuel Kant affronta il tema, per lui fondamentale, della ragion pratica, quella che si occupa del nostro diritto – dovere alla scelta. Per Kant l’uomo, al contrario del pensiero comune, è più libero dell’animale in quanto quest’ultimo non può scegliere, è schiavo dell’istinto. Ovviamente la possibilità del libero arbitrio genera il bivio tra il bene ed il male. Il suo lavoro, del 1785, precede di tre anni il ben più noto “Critica della ragion pratica” e si conclude con “La metafisica dei costumi”. Il tema che rende un unicum il percorso declinato nelle tre opere è la fondazione di una morale universale che renda l’uomo libero e felice. Un obiettivo di non poco rilievo se lo stesso Kant era convinto che sarebbe stata proprio la sua filosofia morale che lo avrebbe reso immortale nel pantheon del pensiero. In verità la sua opera più nota e celebrata è sempre stata la Critica della ragion pura, lavoro nel quale si occupa fondamentalmente di gnoseologia, ma sono convinto che sia importante oggi riscoprire l’attualissima profondità del suo pensiero morale, ribadendo il senso dell’epitaffio da lui stesso voluto per la sua lapide: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”.

L’intento di determinare una filosofia morale pura, cioè assoluta, non prodotta “dal” e adatta “al” contingente, è la stella polare delle tre opere. Mosso dalla sua profonda modestia e dallo studio attento dei pensatori anche suoi coevi, riconobbe a Rousseau un ruolo fondamentale nell’elaborazione della sua etica, possiamo infatti leggere: “Io sono uno studioso e sento tutta la sete di conoscere che può sentire un uomo. Vi fu un tempo nel quale io credetti che questo costituisse tutto il valore dell’umanità; allora io sprezzavo il popolo che è ignorante. È Rousseau che mi ha disingannato. Quella superiorità illusoria è svanita, ho imparato che la scienza è inutile, se non serve a mettere in valore l’umanità.” È proprio nella centralità dell’essere umano che va individuata la chiave di volta della morale kantiana e la sua rilevanza per la fondazione di un’etica capace di rispondere alle domande complesse dell’oggi. Solo per offrire un breve e certo insufficiente approccio al suo pensiero chiarisco il suo distinguo tra imperativi ipotetici ed imperativo categorico. I primi rispondono ad un fine particolare, per esempio: SE voglio perdere peso DEVO assumere meno calorie o consumarne di più. È evidente che il devo è conseguente al se, chi non mettesse al primo posto un calo di peso o, addirittura, fosse intenzionato ad assumerne, non si sentirebbe minimamente in obbligo verso tale imperativo. Ma quello che a noi interessa è l’imperativo categorico, un DEVO indipendente dal contingente, un senso morale assoluto, non vincolato da tempo e luogo, da cultura e obiettivi individuali. Ed eccoci alla citazione d’apertura: essa è una delle tre definizioni per tale imperativo offerte dal filosofo, ma credo che questa sia utile alla nostra analisi di oggi ancor più delle altre.

Oggi ognuno di noi è un numero in una statistica, un produttore consumatore nell’ottica del mercato, un elettore nella prospettiva politica, un fattore in un algoritmo, ma nessuno ha più modo di essere un uomo o una donna, assolutamente unici, diversi, meravigliosamente irripetibili! La ragione di tanta malinconica rinuncia alla vita sta nell’aver generato quegli strumenti: stato, mercato, statistica etc, che sono divenuti, quasi mossi da vita propria, da mezzi al servizio dell’uomo a suoi padroni. È in questo senso che possiamo affermare che l’uomo è divenuto un mezzo mentre il fine è la conservazione di sistema, stato, apparati, mercati, insomma, ciò che Kant avrebbe riconosciuto come mezzi. Provo ad essere ancor più esplicito: il sistema massmediale oramai ci ha insegnato a valutare ogni individuo in base a ciò che possiede, alla sua visibilità, al numero di follower, al potere che detiene sui propri simili, insomma, i mezzi sono divenuti le unità di misura dell’individuo che, inevitabilmente, viene “quantificato” e, contemporaneamente, “nullificato”. Quello che disorienta maggiormente è che, spesso, l’uomo moderno giustifica le proprie malefatte o l’assurdo più o meno consapevole del proprio agire sostenendone l’efficacia secondo l’indicazione del più ottuso pragmatismo opportunistico. Potremmo tradurre il tutto nella massima secondo la quale quello che faccio magari fa un po’ schifo ma è utile, mi gratifica e mi rende felice … ma proviamo ad osservarci, siamo sicuri che abbiamo imboccato la strada che porta alla felicità? Davvero salire ogni giorno su di una sorta di palcoscenico virtuale assegna un senso al mio agire? Davvero esisto solo come riflesso del consenso più o meno pubblico che conseguo? Davvero ciò che conta è la mia presenza social? Davvero se non ottengo questo genere di visibilità la mia umanità è ridimensionata? Davvero è più importante una visualizzazione piuttosto che il sorriso che ho saputo regalare o suscitare in chi amo e mi ama?

Un altro tema a mio avviso imprescindibile ha un carattere più sociale di quello privato appena presentato, mi riferisco al problema della tutela dell’ambiente. Mi sembra che oramai stia passando la logica che la nostra felicità sia raggiungibile solo attraverso la ripresa dei consumi, l’aumento della produzione e l’incremento demografico; sembra che nessuno abbia consapevolezza del fatto che i nostri figli vivranno tra le nostre immondizie, frutto degli eccessi di consumo e produzione ai quali affidiamo l’impervio compito di renderci felici. Fatico a cogliere la differenza con gli esseri umani che Esiodo, 2700 anni or sono, definiva “uomini solo ventre” con la non trascurabile differenza che allora questi erano pochi e reputati meschini, oggi, (e sarebbe utile ripensare al concetto di risentimento nietzscheano), sono divenuti classe dirigente. Lo so, da solo questo problema richiederebbe ben più ampia trattazione, non ne ho né il tempo né lo spazio e rimando ad un probabile prossimo incontro, ma ricordiamoci del monito kantiano: l’uomo è un fine! Se rinunciamo a questo imperativo morale, magari assolvendoci attraverso buonismi caritatevoli occasionali, siamo forse ancor più responsabili del disastro. Il monito “ama il prossimo tuo” si riferiva al prossimo immediato oltre che a quello lontano. Non è concepibile distruggere la nostra famiglia, la vita dei nostri figli, il paese in cui viviamo per poi assolverci partecipando alla raccolta di firme per la tutela di un baobab millenario dall’altra parte del pianeta. Sono i piccoli gesti quotidiani che possono cambiare il mondo o, almeno, provare a consentirgli di sopravvivere con dignità.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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