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Don Gero: il vescovo dell’incontro si affida al Padre e apre agli ultimi

A tre anni dall'ingresso, monsignor Marino parla della Chiesa savonese: gli incontri e le persone, l'apertura a donne e giovani, il Sinodo

Savona. Monsignor Calogero Marino ha da poco festeggiato i tre anni dall’ingresso come vescovo cattolico della diocesi di Savona – Noli, avvenuto il 15 gennaio 2017. Ivg.it l’ha incontrato per l’occasione, raccogliendo i ricordi di questi tre anni e le attese per il futuro della Chiesa di Savona e Noli.

Monsignor Marino, più che farci un bilancio, ci può dire quali sono stati i momenti principali di questo triennio?
Parlando di momenti e iniziative, certamente la visita pastorale, la scuola mensile di preghiera e il lavoro mensile di aggiornamento con i preti. Ma potrei anche dire dell’intenzione che mi ha mosso e la raccolgo con due verbi: uno il verbo incontrare – incontrare volti persone, luoghi, esperienze, una Chiesa e un mondo – l’altro è il verbo seminare – nella mia piccolezza, cercare di annunciare il Vangelo alle persone che incontravo, non solo con le parole, ma con un modo di essere.

C’è anche un aspetto emotivo nel guidare una comunità diocesana: emozioni, sensazioni…
C’è la meraviglia grata per le tante cose che ho visto, a partire dalle persone: penso al mondo del volontariato e della Caritas, l’attenzione ai deboli e ai fragili. Insieme c’è un forte senso di inadeguatezza evangelica: come fare di fronte all’impegno e al compito? Vivo molto il senso della sproporzione, come nella pagina del Vangelo della moltiplicazione dei pani: ma è una sproporzione che affidi al Signore ed è lui che moltiplica.

Le visite pastorali si avviano alla conclusione: com’è andato questo cammino di incontro?
Pur essendo una piccola diocesi, ci si accorge della differenza tra le realtà che la compongono. Paradossalmente è stato più facile incontrare le persone nelle realtà più piccole. Molto bello l’incontro con i malati nelle case: mi stava a cuore e l’ho fatto con tenacia e caparbietà. D’altronde è difficile che qualcuno vada dal vescovo per parlare di sé, si è più in cerca dell’autorità, del ruolo. E poi la giornata insieme di gita e pellegrinaggio ha aiutato a conoscere bene la realtà delle parrocchie.

Parliamo del futuro: il Sinodo occupa buona parte del nostro orizzonte, ma c’è anche altro.
Questa domanda ha risposte che valgono anche oltre Savona e Noli. Il futuro chiede alla Chiesa di ripensare sé stessa in quello che il Papa chiama “un cambiamento d’epoca” e che ha recentemente definito alla Curia romana come “la fine della cristianità”. A noi chiede anche di vivere davvero il dinamismo dell’uscita e dell’ascolto delle attese delle persone. Dobbiamo intercettare la domanda di senso che abita il cuore delle persone, anche quando è nascosta, inespressa o sotto traccia.

Come state vivendo questi mesi di preparazione al Sinodo?
Questi mesi sono un tempo che vuole coinvolgere il maggior numero di persone possibili nel cammino: vorremmo riuscire ad ascoltare le attese della gente, anche di chi non frequenta la Chiesa. Poi c’è il tentativo di conoscere meglio il territorio, la vita reale: ci stiamo interrogando su scuola, università, lavoro, migrazione, per conoscere questi mondi e far partire il Sinodo da una conoscenza della realtà.
Io distinguo tra attesa e aspettativa: l’aspettativa è rigida, l’attesa è aperta. Così attendo che la Chiesa di Savona, confessando la propria fede in Gesù Cristo crocifisso e risorto, ritrovi una più grande passione per il Vangelo e anche una più grande unità al suo interno, con un riconciliarsi delle differenze nel reciproco riconoscimento. Questo è forse l’elemento più tipico di Savona.

Il nostro momento storico vede aumentare una richiesta da parte delle persone di partecipare ai processi decisionali. Come si pone la Chiesa di fronte a ciò?
Io spero che anche la Chiesa abbia un suo spazio di partecipazione: lo spero e lo desidero. Che questo accada davvero non posso esserne certo. Oggi dobbiamo pensare la partecipazione a un contesto culturale diverso al postconcilio o a quarant’anni fa: ma a livello giovanile qualcosa si muove davvero, basti pensare ai venerdì dedicati al clima o alle stesse Sardine. Ci potrà essere una ripresa di partecipazione nella Chiesa, a mio parere, solo se si darà spazio alle voci dei giovani, delle donne, degli adulti giovani, dei poveri, di quelle fasce che oggi sono un po’ al margine della vita parrocchiale e diocesana. Dobbiamo fare spazio ai giovani e alle loro energie nella Chiesa.

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