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I Magazine di IVG.it - Nera-Mente

Fashion victims: vestiti che uccidono

"Nera-Mente" è la rubrica di Alice, appassionata di criminologia

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I secoli passati, ormai lo sappiamo, sono stati teatro dei modi più impensabili e svariati per uccidere, specialmente quando a farlo erano le donne, più facilmente e probabilmente perseguibili e condannabili, visto e considerato che all’epoca erano il sesso debole, basti pensare al delitto d’onore.

E così, molte di loro, per liberarsi del marito, magari perché  le maltrattava o semplicemente perché avevano interesse nel farlo, si rivolgevano alle famigerate streghe, che creavano per loro apposite pozioni per far sì che il malvagio congiunto si addormentasse misteriosamente per sempre. Essendo fino al 1900 impossibile risalire ai metodi di avvelenamento in caso di morte, questo modus operandi era praticamente perfetto per uccidere senza destare alcun dubbio.
C’erano però altri modi per assassinare le persone in modo subdolo e spettacolarizzante, usati, è giusto dirlo, da entrambi i sessi.
Cosa poteva esserci di meglio per una persona desiderosa di vendetta che “godersi lo spettacolo” del vedere cadere a terra un proprio nemico durante un ballo o una cerimonia di centinaia di persone, davanti a tutti, senza destare alcun sospetto?
Questo accadeva attraverso qualcosa che non ha tempo né età :la moda.

Andiamo a vedere i bizzarri modi che nei secoli questa ha trovato per mietere vittime.

Vesti avvelenate. A partire dal Medioevo, l’idea del veleno come di un qualcosa da estrarre da piante o animali per poi venire somministrato oralmente venne superata e la gente cominciò a sbizzarrirsi.

Sostanze tossiche come arsenico e cicuta venivano versate sui vestiti colorati, che erano utilizzati per lo più dai ricchi, prima di fargliene dono e, soprattutto nell’alta società e nelle dispute di corte, accadeva che un’apparente cerimonia di “rasserenamento”, in cui due o più litiganti facevano pace davanti a diversi testimoni, si trasformasse in uno scenario di morte con un individuo che cadeva a terra tra gli spasmi. Ovviamente in questo caso il decesso dello sventurato era attribuito ad un malessere, alla cattiva sorte. La storia riporta tantissimi casi del genere in cui ad essere colpite erano le dame di corte, che aspiravano ad un marito ambito, ma sono noti anche eventi in cui “il dono” era destinato agli alti prelati, ai sovrani, ai castellani, ai politici del tempo e ai mercanti “troppo potenti”.

Un esempio fu Caterina de’ Medici, descritta da molti studiosi (forse anche esagerando) come “una donna irritabile divorata dalla gelosia”. Si narra che fu lei, nel 1500, a diffondere l’uso delle mutande presso le dame della corte francese perché per cavalcare, attività da lei molto amata, erano un indumento essenziale. Ma sembrerebbe anche che fu la stessa Caterina ad assassinare almeno venti delle sue dame regalando loro indumenti intimi intrisi di veleno, e che utilizzasse l’espediente di una passeggiata a cavallo nei boschi solo per attendere che sudassero al contatto con la sella e morissero tra atroci sofferenze.
Un altro esempio è quello della regina Elisabetta I, nel cui film del 1998 “Elizabeth” viene riportato l’aneddoto in cui una damigella indossa il vestito della regina e muore avvelenata tra atroci patimenti: si crede che quel fatto sia realmente accaduto poichè è riportato nei documenti storici del tempo.

Fiori e vestiti all’arsenico. Diversa questa faccenda da quella descritta sopra poichè in questo caso l’avvelenamento non era (probabilmente) volontario: nel 1830 uscirono sul mercato europeo i primi vestiti all’arsenico, che uccidevano chi li indossava nella sua totale inconsapevolezza, ma anche in quella di chi li creava. L’obiettivo del mercato europeo e americano era quello di ridurre i prezzi delle stoffe limitando gli acquisti delle pregiate sete indiane e creandone di più basso prezzo con altre tinture. Un colore che, in particolare, spopolò, fu il “verde di Parigi”, il cui pigmento era ottenuto dall’arsenato di piombo: questo colore veniva usato sia per le stoffe che per colorare i gli steli dei fiori meni freschi. In questo caso era noto l’effetto che il composto aveva sui fabbricanti, soprattutto sulle loro mani, che venivano letteralmente corrose dal composto, ma il colore risultante , essendo diluito, aveva effetti ritardati e per questo veniva ritenuto sicuro. In questo caso l’innocenza di chi fabbricava questo bel colore verde non è poi così scontata: negli affari, all’epoca, spesso non si andava molto per il sottile.

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Una cromolitografia mostra l’effetto dell’arsenico utilizzato nella fabbricazione dei fiori artificiali sulle mani dei lavoratori, 1859. (Foto: Wellcome Library, Londra)

Cappelli e fermagli al mercurio. In questo caso sarti e gioiellieri erano degli assassini inconsapevoli. Dal 1650 circa, e per più o meno due secoli, l’uso del mercurio nella produzione dei cappelli e come rifinitura di gioielli e occhiali non era ritenuto pericoloso per le persone che li avrebbero indossati. In realtà, nella loro lavorazione, di danni il mercurio ne causava eccome, ma si riteneva che esso fosse tossico solo per i lavoratori che confezionavano questi prodotti. Le morti da intossicazione da mercurio sono note anche in tempi recentissimi, ma nei secoli passati l’avvelenamento per traspirazione era molto lento e la morte veniva sempre attribuita ad altri fattori.

Abiti incendiabili. Agli inizi del ‘700 iniziarono ad andare di moda le gonne con la “crinolina”, una struttura rigida a “gabbia” che le sosteneva e rendeva gonfie .

Queste divennero molto popolari e cominciarono ad essere fabbricate anche per la gente meno abbiente: il tessuto era per lo più costituito da crine di cavallo ed aveva un prezzo esiguo. I vestiti di crinolina davano una forma pomposa agli abiti femminili dell’Ottocento, ma costituivano anche un terribile pericolo per coloro che le indossavano, a causa della loro elevatissima infiammabilità. Bastava un ambiente secco ed un camino affinchè una sola scintilla trasformasse la povera sventurata in una torcia umana.

Accessori mortali. Oltre ai vestiti, nel nostro passato hanno mietuto vittime anche cosmetici e accessori avvelenati o contaminati. Esiste,infatti, una casistica immensa di invenzioni mortali che abbiamo creduto alla moda e che sono state, per questo, sfruttate :dalla cipria contenente polvere di piombo così come i profumi, dai saponi alla polvere di bario alle ciglia finte a base di mercurio, per terminare con la moda più raccapricciante, quella degli smalti con colori radioattivi che si diffuse negli anni venti.

Questi e altri sono i contenuti del nuovo libro “Fashion Victims: The Dangers of Dress Past and Present” scritto da Alison Matthews David, che mostra immagini e dettagli della moda durante i secoli passati, concentrandosi in particolar modo sul periodo che va dal 1700 al 1930. Il libro è un racconto sorprendente e a tratti drammaticamente cruento, dei sistemi in cui l’abbigliamento ha ucciso in modo casuale o attraverso le fasi della sua produzione le persone che lo hanno indossato o quelle che lo hanno prodotto.

Tutto questo potrebbe sembrare quasi inverosimile.
Ma del resto, se ci pensiamo, ancora oggi c’è chi, per essere alla moda, farebbe di tutto: anche morire.

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“Swan Down”, la cipria contenente polvere di piombo, anni 1875-1880 circa.

“Nera-mente” è una rubrica in cui parleremo di crimini e non solo, scritta da Alice, studentessa ed aspirante criminologa: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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