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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Lei non sa chi sono… e io?

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Divieni ciò che hai appreso di essere” è un aforisma contenuto nelle Pitiche di Pindaro e ripreso liberamente da Nietzsche in “La gaia scienza” nella forma di: “Che cosa dice la tua coscienza? Devi divenire quello che tu sei” e che altrove, lo stesso filosofo, sintetizza nella formula “Divieni te stesso”. In qualche modo queste affermazioni rientrano in un percorso filosofico che comincia con il socratico “Conosci te stesso” per transitare nel concetto fichteano di Tathandlung. Abbiamo messo molta carne al fuoco, vediamo ora di non farla carbonizzare ma di potercela gustare in un gratificante banchetto intellettuale.

Cominciamo con una entrée socratica: conosci te stesso. L’affermazione è stata utilizzata nel corso dei 2500 anni della sua vita da così tanti e in modi così disparati fino a divenire quasi ovvia nel suo contenuto, ma siamo sicuri che sia così scontata? Intanto chi è il soggetto che conosce se l’oggetto del suo comprendere sono io? Insomma: come posso conoscere me stesso? O io sono io ed allora mi so, oppure sono altro da me e mi sono accessibile solo come rappresentazione. È ovvio che non ci si ponga il problema solo se postuliamo l’io come essenza indipendente da me e che io posso conoscere, una specie di entità aliena che mi possiede e mi rende ciò che sono. In questo caso, e solo in questo caso, l’esortazione socratica assume un senso. Niente di così sconvolgente per culture che parlano di anima ed essenza come entità evidenti tanto da non richiedere ulteriori precisazioni. So bene che l’argomento meriterebbe ben altri approfondimenti, ma nel menù di oggi è solo la portata di ingresso, passiamo al convenzionale “primo”: Pindaro.

Se devo divenire ciò che ho appreso di essere sarà opportuno interrogarmi se tale apprendimento sia dovuto alla realtà ontologica dell’oggetto che vado a ri-conoscere come me stesso, oppure se ciò è dovuto al contesto che mi indirizza ad una specifica definizione a priori di me ed alla successiva azione di identificazione con tale realtà presunta o di fatto, e ancora, se sia mai possibile divenire ciò che si è se non concependo questo criptico procedere come il percorso della coscienza che mi consente di inverare, con un atto di consapevolezza progressiva, un fatto che mi abita da sempre e nei confronti del quale non posso che fare atto di fede direzionando il mio procedere verso una verità che mi attende paziente. Ed è il momento di ordinare il secondo: F. W. Nietzsche.

Ancora una volta la coscienza come protagonista, è lei che mi incita a divenire me stesso. Anche il geniale pensatore tedesco apre a nuove difficoltà piuttosto che risolverle. Se, come afferma il grande Federico, è la mia coscienza ad indicarmi il tragitto, intanto io sono il proprietario della stessa ed altro da lei, se poi devo divenire ciò che sono e che la mia coscienza conosce ma io non ancora, ecco che il circolo gnoseologico diviene un corto circuito esistenziale. Non può mancare l’adeguato contorno al secondo piatto e il Tathandlun fichteano è perfetto allo scopo. Con tale espressione Fichte definisce l’io come attività agente e, allo stesso tempo, come prodotto della stessa. Mi ha sempre affascinato la prospettiva fichteana che ritaglia margini di assoluta libertà per l’uomo, infatti se sono io il responsabile di ciò che sono e divento grazie alle mie deliberazioni ecco che ciò che decido di fare diviene l’atto costitutivo di ciò che sto divenendo. È mai immaginabile una libertà creativa di sé più ampia? Per arrivare al dolce mi sia concessa una digressione personalissima…

…ricordo una persona che ho amato e che, non ho mai capito se compiaciuta o disperata, mi disse: “Tu vedi in me misteri che io non credo di possedere e che nemmeno sono consapevole mi abitino”. Ancora oggi mi interrogo: vedevo con gli occhi dell’amore, lo so, ma questo significa che vedevo meglio e più profondamente o in maniera ingannevole? L’oggetto del mio sentimento era davvero i magici misteri che osservavo in lei o tutto era dovuto alla mia proiettività? Mi consola il fatto che non mangio dolci e posso a questo punto passare al conclusivo caffè. Una delle ultime notti della recente estate me ne stavo davanti a casa in compagnia dell’amico Gershom a chiacchierare, in verità lui era in una di quelle fasi di ascolto che ti obbligano a svelarti, cosa che mi piace fare con un amico così speciale. Ebbene, credo di aver espresso più o meno il seguente concetto: nel nostro presente si è identificati per ciò che si fa e spesso non ci si accorge di quanto il nostro agire ci condizioni profondamente, il problema è che, nel tempo, assuefatti al nostro agire ed a tutto il conseguente interpretare i ruoli che questo richiede, si finisce per credere di essere ciò che si è diventati… il silenzio pesante dei Gershom mi costrinse a concludere con un drastico ammazza-caffé. Non voglio arrivare a credere di essere ciò che divento quando è altro a pilotare il mio cambiamento, so di potermi fermare, ascoltare da dentro, osservarmi con i miei occhi e scegliere per diventare ciò in cui più mi riconosco e… che si fotta chi non sa amare tanto coraggio. Era buio oramai, ma so che il mio amico stava sorridendo, compiaciuto e felice per me.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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