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Sparò 11 colpi contro l’auto di un ristoratore: in aula rivela dove ha nascosto la pistola, ma l’arma non si trova foto

A giudizio c'è un albanese che nel corso del processo ha detto di voler collaborare: l'immediato sopralluogo dei carabinieri però ha dato esito negativo

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Savona. Colpo di scena questa mattina in tribunale durante il processo relativo alla vicenda dell’Audi A3, di proprietà di un ristoratore, che la notte del 17 novembre del 2018 era stara crivellata da undici colpi di pistola in corso Mazzini ad Albisola. Nel corso della sua deposizione in aula il quarantunenne albanese Detjon Ramaj, a giudizio con l’accusa di essere la persona che ha premuto il grilletto, ha infatti manifestato l’intenzione di collaborare con gli inquirenti spiegando dove era nascosta l’arma (finora mai trovata).

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Ramaj, al quale la Procura contesta i reati di danneggiamento aggravato, tentata estorsione e porto abusivo di arma da fuoco, ha subito ammesso di essere il responsabile del danneggiamento, ma ha negato che il gesto – come ipotizzato dagli inquirenti – fosse riconducibile ad una richiesta di denaro legata ad un debito: secondo l’albanese i rapporti tra lui e il ristoratore (suo ex datore di lavoro), che inizialmente erano ottimi, si erano piano piano degradati. Per questo l’imputato avrebbe avuto il “dente avvelenato” nei confronti del commerciante: “Quella sera quando ho visto la sua auto parcheggiata ho perso la testa e ho sparato” ha raccontato Ramaj che ha anche ammesso di aver fatto uso di stupefacenti in quel periodo.

Poi il colpo di scena: l’albanese ha detto di voler riferire agli inquirenti dove aveva nascosto la pistola per consentirgli di recuperarla: “E’ in via Genova, sotto casa mia, sotterrata in un terrapieno vicino ad un muro”. Parole in seguito alle quali i carabinieri del nucleo operativo radiomobile, coordinati dal pm Massimiliano Bolla e dal tenente Matteo Ettore Grasso, non hanno perso tempo organizzando immediatamente un sopralluogo. L’udienza è stata temporaneamente sospesa e, tenendosi in contatto con Ramaj attraverso una videochiamata, i militari sono andati a scavare nel luogo indicato di via Genova, ma l’arma non è saltata fuori. Per poterne rilevare la presenza è stato usato anche un metal detector, ma senza successo.

A quel punto il processo è ripreso e l’albanese ha ribadito la sua versione: “Io l’ho messa lì e non l’ho più toccata. Oggi volevo mettermi a posto. Giuro che nessun altro sapeva che la pistola fosse lì. Potevo dire che l’avevo buttata nel cestino quella sera, ma se oggi ho detto dove l’ho nascosta è perché volevo che fosse trovata. Per chiudere questa vicenda”.

“Il posto che ho indicato nella videochiamata era giusto, vicino al muro. Io non so perché non era più lì..spesso tagliano l’erba, magari qualcuno l’ha presa” ha aggiunto Ramaj.

La versione dell’albanese è stata giudicata poco credibile dal pm Massimiliano Bolla secondo cui l’uomo “non ha detto tutta la verità” sottolineando che la “pistola non è certamente sparita da sola”.

Di opinione diversa il legale dell’imputato, l’avvocato Franco Aglietto che lo assiste insieme al collega Alfonso Ferrara, che ha ribadito: “Non ha interesse a dire delle bugie”. Il difensore ha poi proposto di effettuare un nuovo sopralluogo in via Genova con il suo assistito per fugare ogni dubbio sulla correttezza del punto in cui è stata cercata la pistola. Una richiesta che sarà valutata dagli inquirenti.

Il processo è stato invece rinviato al prossimo 18 settembre: se l’arma venisse trovata allora Ramaj dovrebbe definire la sua posizione con un patteggiamento (i difensori avevano trovato un accordo di massima), ma se invece non dovessero esserci novità il giudizio andrà avanti di fronte al collegio.

Per questa vicenda è in attesa di giudizio anche un quarantenne italiano, Andrea Riotto, che era finito in manette insieme a Ramaj con il concorso nelle stesse accuse. Secondo la Procura, infatti, aveva spalleggiato l’albanese negli atti intimidatori contro il ristoratore (oltre ai colpi di pistola sono contestati anche altri episodi come citofonate notturne, telefonate e frasi minatorie pronunciate per strada). Sempre questa mattina, però, l’albanese ha negato di essere stato accompagnato la sera in cui ha sparato contro l’Audi: “Ero insieme ad un amico marocchino che però non c’entra nulla con questa vicenda. Era in auto con me, ma non sapeva che avessi l’arma né che intenzioni avevo”.

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