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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Il puzzle dell’io

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso” Lo so, è un disperato bisogno di ogni essere umano avere la certezza di essere qualcuno di certo, identificabile, magari non del tutto conoscibile ma esistente esattamente in qualche modo. In effetti anche accettare di non riuscire a cogliere quella precisa entità è meglio che dover riconoscere che tale impossibilità non è data principalmente dalla limitatezza delle nostre capacità, ma dall’inesistenza della stessa. In realtà anche l’affermazione di apertura dello scrittore siciliano Luigi Pirandello non afferma che non esiste un io, ma che tale individualità è inconoscibile sia a me stesso che a chiunque altro.

Un problema preliminare è di ordine gnoseologico: l’atto del conoscere presuppone un soggetto conoscente ed un oggetto conoscibile, il conosci te stesso che dalle porte del tempio di Delfi ci suggerisce la ricerca e che da sempre ha percorso il pensiero di filosofi e intellettuali di tutto il mondo, non afferma esplicitamente ciò che, surrettiziamente, introduce nel pensiero di ogni essere umano: esiste un te stesso che puoi conoscere. Una tale paradossale affermazione ha avuto enorme successo per il semplice motivo che è un bisogno congenito ad ogni individuo: chi può mai accettare di non esistere? E se non esisto come posso affermarlo se non postulando che sono colui che afferma di non esitere? E se affermo qualcosa ciò non implica la mia esistenza? E se penso non è forse vero che esisto come soggetto pensante? È certo che è facile riconoscere in questa parte del nostro ragionamento il fondamento cartesiano di tutta la filosofia moderna, Je pense donc je suis, ma in realtà tutto questo si basa su un assioma indimostrato, il problema sta nel “donc”, l’ergo della versione latina più nota anche se successiva all’originale. In verità il fatto di pensare dimostra solo che si sta pensando ed acquista dignità esistenziale solo come conseguenza al postulato che io sono il mio pensiero.

Una domanda improrogabile a questo punto è: ma se nessuno può affermare di aver conosciuto se stesso, al massimo di aver deciso che quell’io che conosce qualcosa afferma che quel qualcosa è esattamente lui, come possiamo avere la certezza che tale io sia realmente qualcosa e non solo il prodotto della mia mente all’interno della mia coscienza? E se qualcosa è mia (la mia mente) e si trova all’interno di qualcosa di mio (la mia coscienza) come posso lecitamente affermare l’identità tra ciò che sono e ciò che utilizzo e che pertanto reputo essere mia proprietà? Ora, anche se sarebbe estremamente stimolante riflettere sul concetto di relazione tra proprietà ed identità, mi vedo costretto a limitare non poco l’ambito dell’analisi ed anche a riportarla ad un contesto meno teoretico come è caratteristico della nostra rubrica: bene!

Credo sia capitato a tutti di leggere un libro, percorrere un’intera pagina andando a capo ad ogni fine rigo, raggiungere il termine della stessa, comunicare alla mente la necessità di voltare pagina, dare ordine alle dita di afferrare l’angolo del foglio per voltarlo e consentire allo sguardo di risalire all’inizio della pagina successiva e, spesso, aver coscienza solo in quel momento di non avere nessuna consapevolezza di cosa si fosse letto nella pagina precedente, non è così? Ebbene: chi ha letto la pagina precedente? Di chi sono gli occhi e le dita che hanno svolto il compito? Chi ha dato ordine che ciò accadesse? Chi ha preso coscienza del fatto che tutto ciò non è nella coscienza di chi ha dato l’ordine? Nella coscienza “altra” la pagina è stata letta e compresa? Mi sarà mai possibile mettere in relazione i due stati coscienziali? Le due coscienze sono entrambe mie o io sono a seconda della coscienza che riesco ad avvertire? Posso affermare che io sono entrambe le coscienze e anche il soggetto terzo che avverte l’esistenza di entrambe pur non potendo prenderne possesso simultaneamente? La somma delle parti del puzzle è la totalità dello stesso nell’unità di ciò che rappresenta?

Arrivati a questo punto mi sembra che il problema sia chiaro, anzi … per niente! In verità, per tornare all’allegoria del titolo di questo incontro, è come se affermassimo che ognuno di noi è un puzzle. Chi di cento pezzi, chi di mille, non siamo tutti uguali, ma sempre un puzzle, sarebbe già una certezza. Ma la scatola del puzzle non è il suo contenuto, noi siamo il contenuto! Accettiamo il parallelismo: quindi per sapere chi siamo dobbiamo comporre il puzzle, ma il puzzle per essere composto ha bisogno di una immagine che era all’origine e che è stata frantumata in numerosi componenti che presuppongono un ordine precedente e ricomponibile, quindi la nostra identità è garantita ed accessibile solo se la ipotizziamo come esterna e precedente a noi. Ma chi dovrebbe compiere il lavoro di ricomposizione? E se io sono colui che riassembla le parti, come posso essere il puzzle stesso, i suoi componenti, l’immagine originale, la logica che ne consente la ricomposizione?

Non so chi mi legge se si pensi come un puzzle di pochi o numerosissimi pezzi, in ogni caso, non sarebbe più divertente non cercare di risalire al progetto che ci precede e ci condiziona, sempre che esista, ma decidere ogni giorno di inverarci nuovamente? Come sentenzia il mio amico Freeman: “inventati la vita attimo per attimo così che sia più vera”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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