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Processo Tirreno Power, in aula ascoltati i sindaci Ferrando e Caviglia

L'ex primo cittadino di Quiliano ha ribadito che c'erano apreri discordanti sulla qualità dell'aria

Savona. E’ ripreso questa mattina in tribunale a Savona il processo per disastro ambientale e sanitario colposo relativo alla centrale di Vado Ligure nel quale sono a giudizio ventisei persone tra manager ed ex manager di Tirreno Power. In aula è proseguita l’audizione dei testimoni dell’accusa: dopo le deposizioni di Nicola Isetta, attuale sindaco di Quiliano (che in passato aveva già ricoperto lo stesso ruolo) e Carlo Giacobbe, ex vicepresidente della Provincia di Savona ed ex primo cittadino di Vado dello scorso 4 luglio, oggi è toccato ad altri due ex sindaci di Quiliano e Vado, ovvero Alberto Ferrando e Attilio Caviglia.

Ferrando, sindaco dal 2009 al 2014, rispondendo alle domande del collegio difensivo ha precisato: “Avevamo dei pareri discordanti: c’erano documenti che evidenziavano criticità sul nostro territorio ed altri che non mostravano allarmi. Per questo abbiamo sempre chiesto, restando inascoltati, che ci fosse chiarezza su questo aspetto”.

“I dati Arpal non erano particolarmente preoccupanti, altrimenti avremmo agito in maniera diversa” ha proseguito il primo cittadino che, su domanda di uno dei legali, ha ricordato un colloquio avvenuto nell’ufficio dell’allora procuratore Francantonio Granero: “Gli chiesi se come tutore della salute pubblica potevo fare una delibera per chiudere la centrale. Andammo con Caviglia per fare questa domanda e chiedere al Procuratore se c’erano le condizioni per fare qualcosa, ma ci fu risposto che non c’erano le condizioni per fare l’ordinanza”.

Infine un riferimento all’ultima riunione dell’Osservatorio Ambiente e Salute della Regione Liguria: “Cosa è emerso sugli effetti della centrale sulla qualità dell’aria? Ricordo che i dati dicevano che la qualità dell’aria era sostanazialmente rimasta invariata tra il periodo in cui era in funzione la centrale e quando l’impianto era sotto sequestro”.

Dopo Ferrando è iniziata l’audizione di Attilio Caviglia che proseguirà nella prossima udienza fissata per il 17 settembre alle 10,30.

A giudizio per questa vicenda ci sono 26 persone: Giovanni Gosio, direttore generale dal 2003 al 2014; Massimo Orlandi, presidente del Cda in diversi periodi nonché membro del Comitato di Gestione; Mario Molinari, Andrea Mezzogori, Jacques Hugé, Denis Lohest, Adolfo Spaziani, Jean-Francois Louis Yves Carriere, Pietro Musolesi, Domenico Carra, consiglieri d’amministrazione e, per i primi sei, membri del Comitato di Gestione, in periodi differenti; Mario Franco Leone, presidente del Da tra 2010 e 2014; Olivier Pierre Dominique Jacquier, Giovanni Chiura, Aldo Chiarini, Pascal Renaud, Agostino Scornajenchi, Giuseppe Gatti, Alberto Bigi, Charles Jean Hertoghe e Luca Camerano, tutti consiglieri d’amministrazione e membri del Comitato di Gestione negli ultimi anni; Pasquale D’Elia, capo centrale dal dicembre 2005 al 2014; Ugo Mattoni, direttore della Direzione Energy Management dal 2004 al 2014; Maurizio Prelati, direttore della Direzione Produzione dal 2008 al 2014; Guido Guelfi, direttore della Direzione Ingegneria dal 2004 al 2014; Andrea De Vito, direttore della Direzione Amministrazione Finanza dal 12007 al 2014; Claudio Ravetta, direttore Produzione dal 2004 al 2008 e vice direttore generale dal 2008.

IL SEQUESTRO

I gruppi a carbone furono sequestrati nel marzo 2014 dalla Procura di Savona. Secondo l’allora procuratore Francantonio Granero (oggi in pensione) i fumi emessi dai gruppi a carbone avrebbero causato un aumento dell’inquinamento nonché della mortalità dei residenti: a sostegno di questa tesi negli anni sono stati prodotti diversi studi legati sia alla diffusione dei licheni (per l’aspetto ambientale) che dei tumori (per quello sanitario). Sotto accusa anche la mancata installazione da parte dell’azienda di centraline a camino che permettessero di monitorare in modo più efficace la composizione di quei fumi e la rispondenza ai dettami di legge. Alla chiusura hanno fatto seguito mesi di polemiche furibonde tra ambientalisti e sostenitori dell’azienda, con gli operai finiti in cassa integrazione e l’indotto in crisi. Alla fine la centrale è stata riaperta, ma soltanto a metano, con una sostanziale diminuzione della forza lavoro.

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