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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

Le maniglie del Titanic

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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“Stiamo lucidando le maniglie sul Titanic” è una più o meno fedele estrapolazione dal romanzo di Chuck Palaniuk dal quale è stato tratto l’omonimo film dal titolo Fight club. L’epigramma può apparire paradossale, ma descrive con graffiante causticità l’atteggiamento di chi non vuole assolutamente prendere atto di una situazione che inevitabilmente lo porterà alla catastrofe.

Oggi troppo spesso si sente definire “catastrofista”, a mio avviso con superficiale e ottuso sarcasmo, chiunque denunci la condizione ambientale del nostro pianeta. Sarebbe più opportuno decidersi ad intervenire: se solo avesse luogo un’informazione più corretta sul disastro ecologico che andiamo perpetrando in maniera sistematica oramai da un secolo, se solo non mettessimo in atto una nemesi tragica nella quale le nostre colpe ricadranno sui nostri figli incolpevoli, se solo non ci sentissimo in diritto di usare ferocemente tutto ciò che esiste convinti che quello sia il senso del suo stesso esistere, cioè servirci; se solo… ma, a quanto pare così non è!

Ma non è dell’orrore ambientale che voglio scrivere, intendo soffermarmi su un aspetto che avrà ripercussioni gravi in tempi ancor più brevi, un elemento così capillare ed invasivo che la globalizzazione ha omogeneizzato sull’intero pianeta: l’assurdo del sistema di mercato. Anche in questo contesto, e forse ancor di più, l’atteggiamento di tutti, dal meno esperto agli specialisti di settore, è così poco lungimirante da indurre l’intero apparato ad osservare il proprio ombelico e mai più oltre. I motivi sono diversi e magari in un’altra circostanza avremo tempo e modo di rifletterci, basti, in questa sede, un riferimento a un paio di racconti di un grande scrittore italiano del ‘900, Dino Buzzati, nei quali si tratteggiava l’ottica esistenziale che è alla radice di un simile comportamento: mi riferisco a “I topi” e “Eppure battono alla porta” ai quali rimando i miei lettori.

Torniamo al nostro Titanic! Come tutti sanno il Titanic, divenuto famoso al grande pubblico grazie al film omonimo diretto da James Cameron, era un transatlantico britannico che, siamo nel 1912, rappresentava la massima espressione dell’ingegneria navale dell’epoca, lussuoso ma capace di caratterizzarsi per ben tre livelli di ricchezza così da garantire ai più ricchi la celebrazione del proprio successo, ed a quelli della seconda e terza classe, il diritto-dovere all’invidia motivazionale, quella che dovrebbe spingere ogni persona ad ambire al raggiungimento della vetta sociale. Mi sembra pleonastico dover sottolineare il perfetto parallelismo tra le gerarchie del Titanic ed il sistema sociale nel quale si viveva cento anni or sono come oggi, quindi proseguo.

Una caratteristica della nave, elemento per niente trascurabile per il nostro argomentare, era la garanzia dell’inaffondabilità della stessa. Avrebbe forse anche potuto essere danneggiata, forse anche gravemente, ma sarebbe stato impossibile affondarla, numerosi e sofisticati sistemi di sicurezza sarebbero intervenuti in caso di pericolo grave. Sta di fatto che tanta arrogante ed ottusa supponenza indusse a trascurare i numerosi segnali fino a che l’impatto con un iceberg provocò l’apertura di falle, i compartimenti stagni si rivelarono insufficienti, nel giro di poche ore il transatlantico si inabissò consegnando circa 1500 esseri umani alle acque dell’oceano.

Riprendiamo le fila del nostro parallelismo: il sistema di mercato è per tutti, più o meno consapevolmente, un transatlantico inaffondabile, il meglio possibile, specie dopo la conclusione del secolo breve, per dirla con Hobsbowm, e la fine del sistema socialista. Certo, soggetto a sempre più frequenti crisi, ma crisi che i sistemi immunitari del mercato riusciranno sicuramente a debellare. Mi sembra paradossale anche il solo non considerare che le crisi implicite nel sistema stesso siano sempre più frequenti, di maggior durata e di più problematica soluzione, ma ancor più grave è non voler comprendere il difetto congenito del meccamismo economico. Provo ad essere semplice anche se la questione non lo è: il sistema di mercato si basa sulla necessità di una crescita costante, può consentirsi tragiche cadute (nel corso delle quali soprattutto i più deboli pagano) ma deve necessariamente ripartire con un aumento dei consumi e della produzione.

Nel corso del XX secolo due guerre mondiali, oppure una sola ininterrotta, come sostengono molti storici, dal 1914 al 1945, oppure una serie interminabile di conflitti se aggiungiamo quello in Corea, in Vietnam, nelle colonie britanniche e francesi, in medio oriente, nell’america latina… insomma, la guerra ha distrutto a sufficienza per consentire, attraverso la necessaria conseguente ricostruzione, quella che viene definita “ripresa”, ma oggi? Oggi le guerre proseguono, è vero, ma sono state metabolizzate dal sistema, in più le aree estranee al sistema si sono ridotte fino a scomparire quasi del tutto e le poche sopravvissute avranno vita breve, nuove nazioni immensamente popolose sono divenute protagoniste del mercato, oggi i consumi sono divenuti sprechi necessari, i rifiuti ci invadono e il pianeta soffoca nella nostra egoistica stupidità… mentre noi continuiamo a lucidare le maniglie.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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