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Arrestato 2 volte in 24 ore al convento dei Cappuccini di Quiliano, è incapace di intendere: assolto

A giudizio c'era un 21enne nigeriano che era accusato di resistenza, violazione di domicilio e furto aggravato di un portafogli

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Quiliano. Una perizia psichiatrica ha riconosciuto un vizio totale di mente e, di conseguenza, è stato assolto da ogni accusa perché incapace di intendere e volere. Si è chiuso con questa sentenza il processo che vedeva a giudizio il ventunenne nigeriano Benjamin Promise (avvocato Alice Gaiero) che era stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e violazione di domicilio.

Il giovane, alla fine di marzo scorso, era stato arrestato due volte in meno di 24 ore per essere entrato all’interno del convento dei Frati Cappuccini di Quiliano e, in una delle due occasioni, per aver rubato un portafogli. Dopo il primo arresto (quello per cui è arrivata la sentenza oggi), il ventunenne era tornato in libertà senza nessuna misura cautelare al termine del rito per direttissima in tribunale nel quale doveva rispondere appunto delle accuse di resistenza a pubblico ufficiale e violazione di domicilio, ma qualche ora dopo era tornato nel convento. E così i carabinieri gli avevano messo le manette ai polsi per la seconda volta dopo aver raccolto la richiesta di aiuto della signora che si occupa delle pulizie nella struttura religiosa. La donna aveva spiegato ai militari che Promise era nuovamente entrato nell’edificio e che le aveva rubato il portafogli. All’arrivo della pattuglia il giovane straniero si era nascosto in una camera del convento, ma era stato rapidamente trovato. A quel punto aveva aggredito i carabinieri che però lo avevano bloccato in pochi secondi. Nel borsello del ventunenne era stato effettivamente trovato il portafogli della vittima del furto.

In aula, Benjamin Promise aveva tentato di giustificare il suo comportamento spiegando di “essere residente nel convento di Quiliano, dove andava a dormire”. L’imputato aveva anche dato una sua versione dei fatti negando di aver rubato il portafogli della collaboratrice dei custodi: “Ho rubato le chiavi per entrare nel convento, perché è la mia casa. E poi non ho aggredito i carabinieri, sono scappato per paura che mi facessero del male”. Una ricostruzione che, evidentemente, non aveva convinto il giudice che aveva convalidato l’arresto per resistenza a pubblico ufficiale e furto aggravato (il magistrato aveva ritenuto invece che non sussistessero i presupposti per contestare la violazione di domicilio, ma solo perché è un reato già assorbito nell’accusa relativa al furto).

Anche il secondo processo, quello per il furto, si è concluso con sentenza di assoluzione alla luce dell’esito della perizia psichiatrica.

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