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I Magazine di IVG.it - Nera-Mente

Donne che uccidono gli uomini: un fenomeno in aumento di cui si parla troppo poco

"Nera-Mente" è la rubrica di Alice, appassionata di criminologia

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Negli ultimi anni i media hanno avviato una vera e propria campagna di allerta riguardo il fenomeno del femminicidio, con tanto di trasmissioni correlate per raccontarne le storie (ad esempio Amore Criminale o il Terzo Indizio). Ancora oggi, al telegiornale, non vi è praticamente una giornata in cui non venga data una notizia riguardante una moglie uccisa dal marito, una donna perseguitata e poi uccisa dall’ex compagno non rassegnato alla fine della loro relazione, e così via. Con l’invito caloroso alle donne maltrattate a denunciare quando si accorgono che qualcosa non va.

Sono dati sicuramente allarmanti, da non sottovalutare. Ma esiste un’altra faccia della medaglia di cui si parla veramente poco: la donna che perseguita, la donna che molesta, la donna che uccide l’uomo. E anche i casi di questo tipo non sono pochi. Anzi. Basta digitare su google: “moglie uccide marito” per rendersi conto di una minima parte di questi.

Indubbiamente la donna, dal medioevo fin verso la metà dell’ottocento, in moltissimi casi si è trovata costretta a subire le angherie del marito a causa del modello di famiglia patriarcale, dell’opinione diffusa che l’uomo fosse a lei superiore e quindi giustificato a punirla e percuoterla, e così via. La donna apparteneva all’uomo e lui poteva fare di lei ciò che voleva. Questa visione della donna andò pian piano a sgretolarsi, con epilogo nel 1981, quando avvenne l’abrogazione formale del delitto d’onore con la legge 442.
Già in quel periodo i risultati dello studio condotto dal Laboratorio di Ricerca sulla Famiglia dell’Università del New Hamphshire fecero emergere una percentuale minore di casi di gravi aggressioni da parte dei mariti alle mogli (2,0%) rispetto alle aggressioni da parte delle mogli ai mariti (4,6%)

In Italia il tasso di omicidi maschili è di 16 per milione all’anno, cioè vengono uccisi più di 3 uomini per ogni donna assassinata. Sia uomini che donne uccidono in prevalenza uomini: le donne assassine uccidono nel 39% dei casi donne, e nel 61% dei casi uomini. Gli uomini assassini uccidono nel 31% dei casi donne, e nel 69% dei casi uomini.

In questo interessante quadro, ciò che spesso viene sottovalutato e che invece merita un attento approfondimento è l’esistenza di un’importante differenza nel modo in cui si percepiscono i maltrattamenti. In parole più semplici, il concetto di violenza differisce notevolmente tra uomini e donne. Molti uomini faticano a riconoscersi come vittime di violenza perché associano quest’ultima alla sua forma più lampante, quella fisica. L’essere vittima di violenza non si concilia con l’immagine di “vero uomo” imposta dalla nostra società. Molti di questi uomini sono convinti che ci si aspetti da loro che siano in grado di difendersi da soli: questa è una delle ragioni per cui pochi di loro chiedono aiuto e/o si rivolgono ai centri antiviolenza.

Diversi uomini, proprio come accade alle donne, tendono a portare avanti un rapporto in cui sono vittime di violenza, anche se per ragioni diverse. È raro che l’uomo sia dipendente economicamente dalla compagna. I timori riguardano soprattutto la separazione, in quanto con essa temono di perdere tutto, inclusi i figli e le proprietà. Sono molti gli uomini, anche in questo caso, come accade alle donne, a dipendere psicologicamente dalla partner, a sentirsi colpevoli loro stessi per le violenze subite e quindi a protrarre nel tempo un meccanismo malfunzionante, pensando di non poter avere alternative alla vita conflittuale con lei. Dietro all’incapacità di denunciare c’è anche il timore di non essere creduti, questo perché molte persone minimizzano il problema, probabilmente in quanto ancora condizionate dal concetto di società patriarcale, che prevede che l’uomo sia il carnefice e la donna la vittima.

Un recente studio italiano pubblicato dall’agenzia Adkronos, con sede a Roma, sull’argomento della violenza femminile, sviluppato in collaborazione con il GESEF (Associazone Genitori Separati dai Figli) ha mostrato una realtà sconosciuta alla maggioranza delle persone: cinquantamila uomini italiani, per mano di mogli e compagne, subiscono maltrattamenti psicologici, fisici e sessuali.

Quindi il fenomeno della violenza sugli uomini non è affatto marginale, ma ciò che emerge da questo studio è che gli episodi ritenuti dagli stessi uomini di media o lieve entità non vengono denunciati per la paura di non essere creduti, appunto. Alcune delle denunce vengono poi spesso ritirate per ridurre la conflittualità. Tra i casi di violenza fisica denunciati dagli uomini, troviamo episodi di spintonamenti, pugni, schiaffi e calci, arrivando fino al tentativo di soffocamento, avvelenamento, lesioni dei genitali o investimento con l’auto. Vengono descritte anche ferite con un corpo contundente o con coltello e forbici.

Tra le violenze psicologiche denunciate dall’89% degli uomini-padri, al primo posto figurano le azioni o la minaccia di azioni finalizzate alla sottrazione dei figli in seguito alla separazione, seguite dalle offese e ingiurie e ancora dalla denigrazione sistematica della capacità genitoriale. Non mancano poi episodi di stalking, sia durante la convivenza che in seguito alla fine della relazione ed è molto diffuso il ricatto economico.

Gli studi in questo settore sono ancora in fase sperimentale, ma quello che si evince è che il profilo della donna maltrattante è identico a quello della più conosciuta figura violenta maschile.

Se vogliamo andare ad analizzare le cause di quest’aggressività femminile, possiamo cercarle innanzitutto nei fattori biologici. È stato appurato che di fronte ad un evento recepito come minaccioso, l’attivazione dell’aggressività avviene in maniera analoga negli uomini e nelle donne. Ciò che differisce da un genere all’altro sono gli ormoni: non esiste una correlazione tra l’aumento del testosterone e l’aggressività dell’uomo, ma tra gli sbalzi ormonali della donna e una sua maggiore labilità emotiva sì.

Inoltre, i maschi sono abituati fin dall’infanzia a sfogare la propria aggressività tramite giochi e sport, mentre alle ragazze viene insegnato per lo più il dover apparire composte, pazienti e tolleranti, tanto da venire definite “maschiaccio” se escono fuori da questi canoni, venendo poco apprezzate dalla società. Un ulteriore studio effettuato in Canada in merito alla violenza domestica smentisce la tesi che considera l’aggressività femminile solo come difensiva, evidenziando come la violenza unidirezionale femminile sia in realtà più diffusa di quella maschile. Questo spiegherebbe anche il fatto che i maltrattamenti all’interno delle coppie lesbiche sia più alto che in quelle degli eterosessuali.
Warren Farrel, con la sua ricerca datata 1994, mette in luce la teoria della “Cortina di Pizzo”: quando a delinquere è un uomo, l’attenzione maggiore si concentra sull’efferratezza del gesto. Quando a farlo è una donna, l’attenzione si concentra sulle cause che l’avrebbero spinta al gesto.

Con questo articolo non intendo in alcun modo negare l’esistenza o sminuire il fenomeno sociale del “femminicidio”. Semplicemente, ho voluto dar luce a dei dettagli lasciati, a parer mio, troppo in secondo piano dai media. È un bene ogni tanto rendersi conto che intorno a noi accade anche altro, che magari non ci viene raccontato così tanto, ma che esiste e meriterebbe altrettanta attenzione e prevenzione.

“Nera-mente” è una rubrica in cui parleremo di crimini e non solo, scritta da Alice, studentessa ed aspirante criminologa: clicca qui per leggere tutti gli articoli

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