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Lettere al direttore

Caro Maestro Gimelli

di Aldo Caballini

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Caro Maestro Gimelli,
te ne sei andato senza clamore, con la modestia che ha contraddistinto la tua vita.

Ti do del tu, non me ne vorrai, l’età me lo permette.
Credo sarai soddisfatto di noi, della classe del 1956.
Quella classe che ha visto tanti bambini iniziare le scuole elementari sotto la tua guida. Quella classe che hai portato sino all’esame di quinta elementare.
Che birbe che eravamo e quanta pazienza hai dovuto metterci per tollerare quel modo di fare un po’ da ragazzi della via Pal.
Perché era così; si viveva tra la sicurezza della famiglia ed il pericolo della strada; e i nostri genitori ci lasciavano andare, per farci crescere. Dovevamo metterci responsabilità, anche se eravamo bambini.

Ogni tanto girano via WhatsApp rappresentazione di come affrontavamo la vita in modo scanzonato eppure tale da consentirci di maturare delle esperienze che avremmo ricordato per tutta la vita. Tutto senza che l’assistente sociale andasse dai nostri genitori a prospettargli la segnalazione al tribunale dei minori.
Intanto perché non dicevamo nulla di ciò che combinavamo. Se le prendevamo da quelli più grandi, stavamo zitti; ottimi incassatori col pensiero di diventare grandi noi e portare avanti le tradizioni. Perché se si tornava a casa che i nostri erano venuti a saperlo…ci beccavamo il resto.

Mi ricordo di una volta che ci hai dato un tema su come avevamo passato le vacanze di Pasqua. Allora giocavamo spesso tra i prati incolti che circondavano le rade case dei Serri. Il nostro film cult era “La guerra dei bottoni” . I ragazzi più grandi di noi erano rispettati e con cautela strappavamo a loro il mestiere della vita. Tra i giochi che spesso si facevano c’erano le battaglie. Le battaglie venivano fatte con qualsiasi cosa ci si potesse tirare addosso tra opposte fazioni, usando ciò che la natura ci metteva a disposizione. Cachi acerbi, elasticate tirate con l’apposito fucile ma, sfida più rara ma più tecnologica, la fionda. Ebbene si, ogni tanto ci sfidavamo in tenzone con l’uso delle fionde. C’erano ovviamente regole condivise che stabilivano che ci si potesse tirare addosso solamente da una certa distanza; cioè il sasso doveva colpirti in parabola discendente. Da corta distanza ci si tirava solo sul sedere; che tanto chi lo prendeva era perché stava scappando. Tra noi, anzi, tra i più grandi di noi, c’era un ragazzo che non solo era un maestro nel tiro con la fionda, ma era anche un maestro nel costruirle. Sceglieva con cura la biforcazione da tagliare e poi col fuoco curvava i due estremi per poi realizzare il suo strumento. Tra i prati costruivano qualche casa e per noi, quando i muratori non lavoravano, diventava un parco giochi. Il mio tema raccontò una di quelle sfide, corredata da un disegno che rappresentava il sottoscritto nascosto dietro uno di quei bidoni in ferro zincato che si usavano allora per la rumenta, ed un ragazzo, quel ragazzo, il maestro della fionda, che da sopra una soletta in costruzione, mi colpiva dritto in testa. Avevo anche disegnato la traiettoria del sasso. Ero orgoglioso di essere stato colpito dal maestro della fionda.

Peccato che il maestro della fionda era tuo figlio, caro Maestro, e quando hai letto il mio tema, svolto peraltro in maniera eccelsa, hai sobbalzato….ma di sicuro hai fatto sobbalzare di più tuo figlio. In un attimo un colpo da maestro è diventato un colpo dal Maestro.
Se ci facevamo scoprire a fare danni per strada ci pensava il Comandante Ripamonti. Nel peggiore dei casi…ramanzina diretta dal Maresciallo Pantè.
Ora è impossibile, e forse è meglio così.
Ci sono sistemi migliori per diventare grandi. Sistemi che tu conoscevi e che hai usato con una professionalità, un rigore, una saggezza ed un’umanità che pochissime volte mi è capitato di reincontrare nella vita.
Quante cose ci hai insegnato. I miei colleghi mi prendono in giro perché spesso dico: “Questo lo so perché me lo ha insegnato alle elementari il Maestro Gimelli”.
Ed è vero!!

Ci hai insegnato veramente tante cose; quelle che tutti insegnano, come italiano, matematica, storia , geografia ecc. Ma anche tante altre cose, che allora ci entusiasmavano e non sapevamo neppure quanto ci sarebbero servite in seguito. Ci lasciavi portare in classe le bisce ( gli orbettini) e gli scorpioni, così imparavamo l’importanza di conoscere le cose per non avere paure di esse.

Quando c’era il Giro d’Italia ci facevi simulare le tappe tutti i giorni. Attaccavamo sul quaderno il grafico della tappa ritagliato dalla Gazzetta dello Sport. Per noi era un gioco, ognuno tifava per il proprio beniamino (io per Adorni) . Ma intanto imparavamo cos’erano i grafici (alle elementari…..), la velocità media, imparavamo la geografia, un sacco di nomi di cittadine sparse per l’Italia.

Ci hai insegnato a marciare. Partivamo dalla classe al secondo piano e, in fila per tre, scendevamo le scale marciando sino al cortile. Nel cortile; fronte sinist e via….a casa. Quando ho fatto il militare il problema minore è stato quello di tenere il passo.

Ma ci hai insegnato soprattutto il rispetto degli altri. La nostra era una classa molto numerosa, abbiamo vinto anche il premio della Cassa di Risparmio.

Facevamo parte del boom demografico e della speculazione edilizia, e in classe con noi c’erano anche tanti figli degli immigrati dal sud che erano venuti a costruire le case; quelli che la lega di qualche anno fa chiamava con disprezzo “terroni”.

Noi eravamo una classe unita e democratica; litigavamo a prescindere dalla latitudine di nascita. Certo quelli di Verzi parlavano il loro dialetto e i meridionali un italiano un po’ singolare. Ma l’Inno d’Italia lo cantavamo tutti insieme in italiano corretto; anche la Leggenda del Piave e Bella Ciao, che anni dopo mi è capitato di cantare con ragazzi cileni; per fortuna me l’avevi insegnata, perché loro la sapevano tutta a memoria.

Grazie Maestro, grazie per tutto quello che hai fatto per noi.
Con profonda stima ti saluto e spero che qualche mio compagno di classe firmi questa lettera quando la vedrà attaccata sui tabelloni.

Il tuo alunno

Aldo Caballini

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