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“Spese pazze” in Regione, Melgrati attende il giorno della verità: il pm ha chiesto la condanna

La sentenza è attesa per domani: se venisse condannato in primo grado scatterebbe la sospensione dalla carica di sindaco di Alassio

Alassio. Domani è il giorno della verità per il sindaco di Alassio Marco Melgrati. A seconda dell’esito della sentenza del processo relativo alle “Spese pazze” in Regione Liguria, infatti, il primo cittadino alassino potrebbe rischiare la sospensione dal suo incarico pubblico per la Legge Severino.

Il verdetto è atteso appunto per domani e, per il momento, il pm ha chiesto una condanna a due anni e tre mesi per Melgrati. Una richiesta che, se venisse accolta, farebbe scattare appunto la “Severino”, che si applica agli amministratori condannati per reati come il peculato o il 316 ter del codice penale.

Con un’eventuale condanna in primo grado, scatterebbe quindi la sospensione dalla carica di sindaco (nel caso specifico, Melgrati dovrebbe lasciare il posto al suo vice, Angelo Galtieri) per 18 mesi, ai quali se ne aggiungerebbero altri 12 in caso di conferma della condanna da parte della Corte di Appello, e poi con conseguente decadenza dell’intera giunta comunale e nuove elezioni nel caso di conferma della condanna da parte della Cassazione.

L’accusa di cui deve rispondere il primo cittadino di Alassio è quella di peculato, che prevede, in caso di condanna, una pena compresa tra i 4 e i 10 anni. Ma, oltre all’assoluzione in cui confidano l’imputato e il suo legale Franco Vazio (sarebbe la numero 32 dopo che lunedì è stato prosciolto per la trentunesima volta in tribunale a Savona in un processo per abusi edilizi), ad “aiutare” il sindaco di Alassio potrebbe essere la modifica all’articolo 316 ter del codice penale, già in vigore, attraverso la quale si potrebbe richiedere la derubricazione del reato da peculato a indebita percezione (pena prevista in caso di condanna, da 1 a 4 anni) di erogazioni o fondi pubblici.

Melgrati non è l’unico imputato: sono 23 i consiglieri regionali che, secondo l’accusa, si sarebbero “fatti rimborsare con soldi pubblici, spacciandoli per spese istituzionali, cene, viaggi, gite al luna park, birre, gratta e vinci, ostriche, fiori e biscottini”. In alcuni casi, sempre secondo l’accusa, “venivano consegnate ricevute che erano state dimenticate da ignari avventori. In altri venivano modificati gli importi a mano. Le pezze giustificative, molto spesso, si riferivano a periodi festivi: Natale, Capodanno, Pasqua e Pasquetta, 25 aprile e Primo Maggio”.

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