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Processo “Cairo Salute”, nessuna truffa: assolti gli 8 medici della struttura

Secondo la Procura i dottori lavoravano quattro giorni alla settimana e non cinque, ma l'accusa è caduta al termine del processo

Savona. Si è chiuso con otto assoluzioni (“perché il fatto non sussiste”) il processo relativo all’inchiesta su “Cairo Salute” che vedeva a giudizio i medici della struttura Amatore Morando, Marcello Cadei, Giovanni Perdonò, Benvenuto Serafini, Donatella Botta, Roberto Rodino, Marcella Calleri Di Sala e Laila Marino, tutti accusati di truffa aggravata ai danni dello Stato.

Accusa che questa mattina è caduta per tutti gli imputati (per loro il pm aveva chiesto invece una condanna ad un anno e sei mesi di reclusione e 600 euro di multa). Per conoscere i motivi della decisione del giudice Laura De Dominicis bisongerà attendere 90 giorni.

“Finalmente un responso che rende giustizia ad una struttura di eccellenza. Io e i miei colleghi abbiamo organizzato e portato avanti una copertura del servizio anche superiore a quella che sarebbe stata dovuta” il commento di Amatore Morando dopo la sentenza.

“Nel corso del dibattimento – prosegue il medico – siamo riusciti a dimostrarlo e renderlo chiaro oltre ogni dubbio al giudice. La nostra forza è stata la consapevolezza di aver agito onestamente e di non aver mai perso neanche per un attimo la fiducia nella giustizia. Ci siamo riusciti, grazie al merito e all’alta professionalità dei nostri difensori che voglio ringraziare, in primo luogo il mio ringraziamento va alla mia compagna Nadia Brignone non solo nel processo, ma anche nella vita che si è occupata di evidenziare come il nostro comportamento fosse pienamente rispondente ai nostri canoni lavoristici e poi ovviamente anche, a nome dei mie colleghi, ringrazio gli avvocati Paola Carle, Giuseppe Sciacchitano, Fausto Mazzitelli, Andrea Andrei, Fabio Bruno Celentano, Barbara Susini, Paolo Brin e Paolo Foti, un grande collegio difensivo, insieme al quale abbiamo formato una vera squadra per oltre cinque anni”.

L’indagine su Cairo Salute era stata coordinata dal sostituto procuratore Daniela Pischetola secondo cui gli otto dottori, approfittando della struttura di medicina di gruppo, avevano organizzato i loro turni per lavorare quattro giorni alla settimana anziché cinque come previsto dalla convenzione stipulata con l’Asl 2 Savonese.

Secondo la tesi della Procura, Morando e i suoi soci garantivano sempre ai pazienti la presenza di un medico, ma senza la continuità nel servizio. In alcuni casi, sempre per gli inquirenti, quando uno dei medici era assente non lo comunicava alla Asl per farsi sostituire (come previsto dalla normativa), ma contava sulla presenza di uno dei colleghi all’interno della struttura Cairo Salute. In particolare la tesi dell’accusa è che i medici non lavorassero nel giorno destinato alle visite su appuntamento: dagli accertamenti sarebbe emerso che non esisteva nemmeno un registro con le prenotazioni.

Così facendo si sarebbe concretizzata la truffa che, secondo i conteggi effettuati dagli inquirenti, avrebbe procurato all’Asl 2 Savonese un danno da 400 mila euro sulla base delle prestazioni non effettuate e della medicina di gruppo.

Tesi che è sempre stata duramente contestata dai difensori degli imputati che hanno sempre fatto leva sul fatto che l’Asl 2 Savonese, parte civile nel processo, fosse a conoscenza del fatto che ogni singolo medico fosse nella struttura di gruppo per quattro giorni alla settimana (come previsto nei “patti parasociali”) e che l’avesse anche avvallata. Proprio il fatto che l’Asl fosse a conoscenza della prassi (anche senza entrare nel merito della correttezza o meno della procedura), secondo le difese fa cadere i presupposti per contestare la truffa.

L’inchiesta sulla medicina di gruppo in Valbormida era scattata dopo una serie di perquisizioni all’interno di Cairo Salute.

I dottori Morando e Marino, hanno sempre precisato di non aver mai saltato nessun giorno di lavoro. Come hanno spiegato i loro legali, i medici avrebbero infatti ricevuto i pazienti una volta a settimana nel loro studio “secondario”. Insomma i giorni di lavoro sarebbero stati cinque, dei quali quattro all’interno di Cairo Salute e il quinto in un altro studio (tanto che a loro due la Procura non contesta di non aver raggiunto il monte di ore, quindici, previsto per ogni settimana di servizio).

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