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I Magazine di IVG.it - Per un Pensiero Altro

E mentre imitiamo la vita, questa se ne va

"Per un Pensiero Altro" è la rubrica filosofica di IVG: ogni mercoledì, partendo da frasi e citazioni, tracce per "itinerari alternativi"

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«Pertanto, secondo una tesi probabile, occorre dire che questo mondo nacque come un essere vivente davvero dotato di anima e intelligenza grazie alla Provvidenza divina» è quanto afferma Platone nel Timeo. La ragione di questa apertura è quella di affrontare in qualche modo, spero interessante, la chiusa dell’ultimo articolo che era una vera e propria grandinata di interrogativi esistenziali che si possono, però, riassumere in una domanda globale: esiste un senso nella vita che viviamo?

Non pretendo certo di poter dare una risposta semplice ad un problema che assilla i più grandi pensatori da quando è nata la filosofia e che, probabilmente, è proprio la domanda cruciale che ha svolto il ruolo di utero del pensiero dell’uomo, ma mi sembra bello provare a riflettere con i miei acuti lettori. Il testo platonico suggerisce abbastanza esplicitamente una risposta, si sa, i grandi del pensiero erano tutti molto sicuri delle proprie verità e, dobbiamo riconoscerlo, pur dandosi torto e correggendosi gli uni con gli altri, hanno mantenuto delle posizioni comuni costanti tanto da precludere all’umanità di intraprendere una qualsiasi via alternativa.

Mi riferisco al linciaggio più o meno esplicito o, più efficacemente, al silenzio, riguardo pensieri alternativi come quelli dei sofisti, per esempio. Ma torniamo alla questione di oggi: intanto ci può tornare utile distinguere la vita come concetto assoluto, da quella che viviamo. Credo davvero non sia un caso che i Greci, quelli che, nel bene  e nel male, hanno fondato il pensiero occidentale, non quelli che oggi hanno contratto debiti capestro con l’Europa, bene, quei giganti distinguevano tra bios e zoè. Ora, sfruttando con grande correttezza etimologica ma anche con grande libertà la loro distinzione, chiameremo zoè la vita in senso ontologico e bios la vita che abbiamo definito con il cammino della storia, l’insieme collettivo delle scelte di tutti gli esseri umani che hanno calpestato il nostro pianeta.

Questa distinzione preliminare ci può aiutare a trovare ipotesi di risposta alla questione lasciata in sospeso a metà articolo scorso: “Sarebbe interessante sviluppare anche la considerazione che, in quest’ottica, ciò che importa è il gioco e non il giocatore e, aspetto altrettanto rilevante, che il verbo funzionare prevede un progetto, un fine e, inevitabilmente, un progettista” . Il termine biologia deriva proprio dall’unione tra bios e logos ma nella Grecia antica il biològos era il mimo, cioè colui il quale, come un abile giocatore professionista, più e meglio degli altri rappresentava la vita in quanto azione del singolo ed è proprio la particolarità che distingue bios da zoé. Al termine della vita del singolo si pone thanatos, la morte, ma questa nulla ha a che vedere con zoé che non inizia e non finisce e che, pertanto, non ha antitesi essendo una e mai particolare, è ciò che non si crea, non si distrugge e perennemente diviene.

Sempre ad opera del pensiero classico con Socrate, Platone e poi Aristotele, con i dovuti distinguo, si è giustificato il concetto di anima immortale ammiccando alla prerogativa di zoé: l’eternità. Evidentemente il pensiero cristiano ha subito riconosciuto come vero e sacro quanto intuito dai Greci pur senza il dono della rivelazione e il concetto, replicatosi nei secoli, è divenuto un assionma tanto radicato nella mente dell’uomo da farlo apparire innato e consentire le argomentazioni più fantasiose da Anselmo d’Aosta a Godel sulla fondatezza dell’esistenza di dio – zoé.

Ma torniamo all’interrogativo più o meno esplicitato all’inizio della nostra trattazione: quando ci si interroga sul senso della vita la domanda cerca una risposta per zoé o per bios? Nella nostra cultura il primo termine è assolutamente trascurato poichè è per definizione causa sui, non necessita di giustificazione. In questo modo il problema si pone solo per la vita del singolo e, in quest’ottica, si confonde ulteriormente il senso profondo dell’interrogativo intendendo per senso ciò che è obiettivo. Mi spiego: noi affermiamo che il senso della mia vita sta nell’intenzionare il mio agire ad un fine, non entriamo nel merito del valore di quest’ultimo che è evidentemente in relazione a chi dove e quando, senza renderci conto che la mia vita è ciò che è per un profondo legame dialettico con zoé.

È come se ci interrogassimo sul senso di un organo del corpo senza renderci conto che è comprensibile solo se si conosce il senso del corpo stesso. L’azione del particolare si esaurisce nel contributo che essa fornisce al tutto, ma se il tutto fosse privo di senso l’efficace contributo del particolare al nulla del tutto risulterebbe pari a zero. Diviene pertanto fondamentale chiedersi la ragione di zoé e del suo perpetrarsi ma, a questo punto la questione si ripropone ancor più drammaticamente.

Se l’unico senso della vita è il suo perpetrarsi voluto dal progettista, cristianamente scisso anche da zoé in quanto creatore, che ci ha determinati al solo fine di confermare zoé, non è forse vero che il mio agire perde di senso e, addirittura, zoè stessa si priva della possibilità di interrogarsi sulla ragione dell’essere di se stessa? Come temevo le domande si inseguono senza lasciarci il modo di una risposta definitiva: e se fosse questo il senso? Se il senso della nostra vita consistesse proprio nel coraggio di pretendere che un senso esista e che io stesso abbia il diritto, se non di determinarlo, almeno di ricercarlo?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì.
Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero.
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